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Trovare la quadra: WINDHAND – Eternal Return

14 dicembre 2018

 

I Windhand non mi avevano mai convinto troppo. Se, da una parte, nonostante il forte debito nei confronti degli Electric Wizard, gli americani hanno sempre cercato di staccarsi dalla massa di band che basano tutto sul riffone monolitico, dall’altra il gruppo di Richmond non è mai riuscito a elaborare una cifra stilistica precisa, pubblicando dischi apprezzabili ma altalenanti e diseguali. Un problema che, alla luce di questo Eternal Return, sembra fosse dovuto a divergenze creative interne che appaiono ora superate in seguito all’uscita del chitarrista Asechiah Bogdan, ex Alabama Thunderpussy. Senza Bogdan, i Windhand hanno perso il lato più ruvido e aggressivo ma hanno trovato finalmente un’identità precisa. Se Eternal Return è il loro miglior lavoro di sempre è anche perché è un disco con un filo logico e una coerenza interna, ovvero tutto quello che mancava nel precedente Grief’s Infernal Flower, che è invece, a mio parere, il loro album più debole.

Non ci sono più quei pezzi troppo lunghi e dispersivi che saltavano da un genere all’altro in modo un po’ incasinato, col senno di poi il frutto della necessità di mettere d’accordo gente che voleva suonare cose diverse. E anche l’essere rimasti con una sola chitarra in formazione aiuta ad andare dritti al punto, evitando svarioni inutili. I Windhand hanno liberato la loro anima pop, dando alla bella voce di Dorthia Cottrell tutto lo spazio per esprimersi al meglio, inanellando ritornelli ammalianti ma mantenendo quella vaga scorza hippie, se non vagamente grunge, che la distanzia dalle sacerdotesse pagane alla Blood Ceremony.

Un’altra conseguenza di essere passati a una line-up a quattro è un notevole alleggerimento del suono, che rende le atmosfere più oniriche e soffuse. I primi due brani, Halcyon e Grey Garden, catturano subito e hanno l’unico difetto di alzare troppo la posta, a fronte del leggero calo di ispirazione che si avvertirà nel lato B, dove i momenti migliori ce li regala il torpido incedere di Eyeshine, figlia degli episodi migliori di Soma. I Windhand hanno scritto uno dei migliori dischi doom del 2018, dove anche gli episodi meno centrati lasciano trasparire la promessa di eccitanti evoluzioni future (Diablerie ha un tocco new wave radiofonico e stralunato). Lietissimo di aver cambiato idea su di loro. Sugli scudi la grazia acustica di Pilgrim’s Rest e l’inquietante litania di First to Die. (Ciccio Russo)

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