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FOR THE KING FOR THE LAND FOR THE MOUNTAINS

26 ottobre 2018

Nei confronti di Symphony of Enchanted Lands ho sempre avuto un duplice approccio dovuto ad una opinione bipolare. Da una parte l’ho amato al massimo grado, perché parte integrante della mia giovinezza, “romanzo di formazione”, viaggio nell’altrove e fantastica dimensione privata in cui rifugiarsi nei momenti di insoddisfazione nei confronti del mondo reale circostante. Dall’altra mi ha sempre generato un latente sentimento di fastidio. Ancora oggi, riascoltandolo per la milionesima volta in occasione del suo ventennale, quei due sentimenti sono forti e in me presenti, ingigantiti ed ulteriormente valorizzati/esacerbati da una consapevolezza personale diversa e da una sempre più scarsa pazienza nei confronti di tutto ciò che è affettato e che mi puzza solo lontanamente di grottesco.

Enchanted Lands è un album ricco di spunti e, nel bene e nel male, è pieno, forse troppo pieno di cose. Iniziamo dalle orchestrazioni. Superbe, sono state per me fonte di ispirazione e crescita personale, tanto è vero che grazie a questo disco in particolare (ancora più che con Angels Cry, Stille e il Concerto Suite for Electric Guitar) ho in definitiva sviluppato un amore già latente per la musica classica. Vi racconto questa. In quel periodo, proprio in quanto fomentato dal folgorante lavoro dei Rhapsody, deciso a saperne di più, vengo iniziato alla classica da un amico dalla cultura musicale spaventosa, uno che anagraficamente poteva essermi padre, insomma un vero precettore del quale avevo (ed ho) una stima enorme, ma anche uno di un conservatorismo allucinante. Ricordo che, nonostante questa sua caratteristica, palesando tutta la mia ingenuità, ebbi l’ardire di sottoporgli brani appositamente selezionati da tutti e tre i dischi citati e mentre i lavori di Angra, Lacrimosa e Malmsteen furono da lui immediatamente e senza riserva alcuna bollati come penose e mal riuscite imitazioni di questo e quello, o come tentativo sgraziato di far convivere due cose agli antipodi che non avrebbero mai dovuto essere mischiate tra loro, salvo voler infierire sulle spoglie secche di Bach e Händel, di fronte ad estratti di Enchanted Lands invece, dopo il sopracciglio alzato di prammatica, la smorfia di disgusto onnipresente, lo sbuffo di quello che sta sprecando il suo tempo, l’incontenibile invettiva nei confronti della distorsione di chitarra, vidi nascere in lui un vago germe del dubbio. Il dubbio che forse le due cose, il metal e la classica, potessero realmente convivere in una seppur strana e non ancora ben compresa dimensione, che forse c’era spazio per una contaminazione che, al di là dei gusti personali, portasse a qualcosa di nuovo e diverso, ma senza ritorcersi contro l’uomo come il Moderno Prometeo, offeso dalla consapevolezza di essere null’altro che una aberrazione che meritasse unicamente di ritornare nell’oblio da cui proveniva. 

Lungi da me farmi troppo influenzare dall’opinione altrui, anche se autorevole, ho però citato questa vicenda perché mi fece riflettere non poco sulla reale caratura delle orchestrazioni dei nostri eroi del power metal italico di fine anni ’90. Hail imperituro a Staropoli, dunque, per l’abilità compositiva e per la capacità di inserire nel punto giusto le più giuste citazioni possibili (pensate al Vivaldi della infinitamente stupenda e vagamente progressive The Dark Tower of Abyss, forse il brano dei Rhapsody che preferisco in assoluto, nonostante la penosa parte di recitato e con il lupo ululante, che lancia una bomba sporca su un meraviglioso castello barocco). Questa mania di perfezionismo, di aggiungere, di tendere a riempire ogni vuoto con qualcosa, ha prodotto il risultato contrario, a mio parere. Sfortunatamente l’antico adagio popolare il troppo storpia è quanto mai verissimo. E infatti il voler inzuppare ogni singolo brano di solennità e di magniloquenza, di cori, archi, flauti, di trombe e tromboni, ha portato questo disco ed essere sovraccarico, bolso e, come tutti quelli che hanno le arterie ostruite dal colesterolo, a morire presto. Yes, mighty warrior, l’ho trovato invecchiato malissimo. Legendary Tales, ad esempio: per quanto fosse più ingenuo negli arrangiamenti, trovo che nel suo complesso sia sopravvissuto meglio a questi vent’anni e passa di storia, essendo più maturo nel concept (a differenza di Enchanted Lands che è chiaramente più maturo nella realizzazione). E questi due aspetti citati, il “troppo” e gli intenti fumettistici me lo hanno fatto odiare mentre lo amavo. Intenti fumettistici, quale insulto, si dirà. Ma forse qualcuno ha dimenticato tutto quel bailamme, quel continuo menarselo con l’Hollywood metal, la pompa magna e l’intoccabile aura di grandezza che circondava i nostri eroi e che ti faceva, da una parte esser pur sempre fiero compatriota di cotali musicisti dalle palle quadre, finalmente riconosciuti anche all’estero, dall’altra ti faceva sorridere alla loro superbia. Vogliamo parlare del, non ricordo se casuale o meno, richiamo alla Atreju Meets Falkor in Riding the Winds of Eternity (già che ci siamo riascoltiamoci la bellerrima cover dei Dragonland del tema di The NeverEnding Story) e di tutto quel parlato, quel fastidioso recitato, smanceroso e lambiccato, tipo nella title tack, dei flauti e degli uccellini che cinguettano giulivi in Heroes of the Lost Valley, del tono sofferente e tragicomico in Wings of Destiny?

Le trombe ZUMPAPPA’- ZUMPAPPA’- ZUMPAPPA’ di Eternal Glory che manco i Bal-Sagoth, invece, le tolleri perché si inseriscono ragionevolmente (a differenza di quelle di Byron Roberts che le infilava ovunque per fare trolling e basta) in un brano insieme epicissimo e romantico, che induceva ad indossare un’armatura lucente, a prendere uno spadone a due mani e ad andare incontro alla battaglia che infuria cavalcando un possente destriero che nelle froge avea del mar gli spruzzi e induceva allo stesso tempo all’amore molle e gaio. Il coro di Eternal Glory dovrebbe essere usato al posto dell’Inno di Mameli. Immaginatevi i nostri calciatori ai prossimi mondiali in Qatar, tutti in fila, gagliardi e con la mano sul cuore che intonano l’Inno di Turilli: Eternal glory ride fast to me/ pound in my heart for the Algalord kings/ Eternal glory spread your wide wings/ fly and forever lead my holy steel! Ma che cazzo ne sa la gente normale.

Ora, sembra che io abbia tirato fuori più aspetti negativi di quelli positivi ma credetemi, per me il secondo capitolo dei Rhapsody è un totale odi et amo. E comunque, giusto per (non) far pace col cervello, la doppietta Emerald Sword/ Wisdom of the Kings penso sia una delle cose migliori uscite da questo Paese in ambito metal, se non la migliore. (Charles)

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