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Più rumorosi di una ristrutturazione condominiale: EXHORDER e DEVASTATION

12 luglio 2018

Era marzo quando ho traslocato e, spostando una trentina di scatole e un mobile nonché postazione del PC da cui sto scrivendo, avevo già fatto. Ho conosciuto persone con la fobia pura da trasloco: non li ho mai capiti, ma la realtà è che i miei traslochi – già un paio nell’ultimo decennio – sono sempre stati piuttosto semplici da affrontare, burocrazia esclusa. In contemporanea, anche al piano di sopra andava via una famiglia, capitanata da un buzzurro che avevo incontrato per le scale a torso nudo e con la stessa pancia di Vrangsinn dei Carpathian Forest. Fu subito amore, ma in men che non si dica aveva già ceduto chiavi ed appartamento ad una famiglia normale e che – con un formalissimo foglio all’ingresso – si scusava anticipatamente per il rumore e il disagio comportati dai lavori per la ristrutturazione dell’immobile, i quali si sarebbero protratti nel tempo. Da lì in poi, si susseguirono impalcature, operai che si offendevano dalle assi di legno in italiano albanesizzato, rumore di trapani e di arnesi che cadono sul pavimento situato proprio sopra la mia testa – il tutto nelle poche ore di tempo libero che avevo prima di entrare a lavoro. Qualcuno nel palazzo ha dato pure di matto, specialmente per lo sporco lasciato alla fine di ogni giornata lavorativa dalla cooperativa, e per il portone costantemente aperto per l’ovvio via vai di personale e materiali. Ma io avevo il thrash metal. Tuttora capita che al piano di sopra venga montato un mobilino, o una Panic Room, oppure una teca piena di serpenti. Non ho idea di cosa accada di preciso, l’importante è avere a portata di mano qualcosa che copra il rumore, lo superi, e trasformi i vicini di casa in thrasher assetati di sangue, jeans strappati e maglietta, scarpe alte col bottone per gonfiare, e bestemmia sempre più facile. Sono partito dalle cose più genuine, quelle che dopo l’ondata di techno-thrash ripresero il discorso da dove era stato lasciato: velocità di esecuzione, irriverenza, e cambi di tempo mai in eccessiva funzione della tecnica strumentale. Quindi sono partito dagli Exhorder e dai Devastation

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EXHORDER – Slaughter In The Vatican (1990)

I primi, poverini, verranno per sempre indicati come “quelli che hanno dato il là al Pantera-sound e che contano tuttora meno di un cazzo nella memoria dei metallari“, anche se pure loro si sono riuniti, e risultano attivissimi on-stage. Mi permetto di dissentire sulla questione di cui sopra: i Pantera nel 1988 avevano già anticipato in Power Metal alcune delle peculiarità che li avrebbero portati rapidamente al successo; si trattava solo di leggere fra le righe, perchè l’avevano fatto a piccole dosi, ma si sentiva che si sarebbe arrivati al punto al successivo giro di boa. Sono gli Exhorder, piuttosto, a provenire dal thrash rapido ma ammiccante al groove dei primissimi Sacred Reich, di cui ho parlato non molto tempo fa in un articolo. C’è Ignorance e ci sono alcune cose di Surf Nicaragua nell’esordio del gruppo della Louisiana, che è bellissimo, e anche parecchio superiore al successivo The Law. C’è lo stile di batteria di Greg Hall, trasportato negli arti del capace Chris Nail che avrebbe pure aggiunto qualche ingrediente alla ricetta, come la cassa spezzata tanto cara appunto a Primal Concrete Sledge ed a brani futuri che il compianto Vinnie Paul avrebbe inciso. Ma gli Exhorder non sono stati imitati dai Pantera, levatevelo dalla testa: hanno portato avanti in maniera molto concreta e personale un sound già avviato da altri e mentre – sul finire degli Ottanta – componevano le tracce di Slaughter In The Vatican, non c’era un magrolino Rex Brown incastrato nei condotti dell’areazione a spiare Kyle Thomas o Vinnie Labella, per capire come cazzo funzionasse il tutto. Inoltre questa roba è uscita nello stesso anno di Cowboys From Hell.

Per tornare a loro, Slaughter In The Vatican è velocissimo, oserei dire estremo come nel caso di Exhorder o di Anal Lust e decisamente dinamico quando giunge a conclusione con la meravigliosa title-track. Ha una copertina che dovrebbe essere incollata sotto forma di gigantografia in ogni stanza di quei musei d’arte contemporanea in cui le persone fingono di interpretare il Nulla, e i musicisti non danno mai l’idea di essere dei debuttanti, un po’ perchè la band era attiva da qualche anno, un po’ perchè il materiale – scritto a tempo debito – era sicuramente stato rielaborato e arrangiato con le migliorie del caso. Del techno-thrash di quegli anni si percepisce qualcosa in The Tragic Period, ma la sensazione è quella di volere attingere in attitudine e ferocia più dai Dark Angel di Darkness Descends che dai successivi, e da cose simili o quantomeno attinenti. Ascoltatelo, rimettetelo da capo, non toglietelo più dal lettore. A patto che abbiate ancora un lettore.

DEVASTATION – Idolatry (1991)

Scott Burns, Morrisound studios di Tampa. Ho sempre pensato che Arise dei Sepultura rappresentasse una produzione a sé stante: quei suoni, quel rullante, quell’approccio down-tuning così distante dai canoni tipici dei primissimi anni Novanta compongono un capitolo che, per caratteristiche, difficilmente racimolerete altrove in ambito thrash. I Devastation, texani come i Pantera, nello stesso anno si infilarono in Florida passando per paludi e coccodrilli, ed ottenerono il suono più imparentato con quello di Arise che io conosca. Ed erano una band al terzo album, e che sinceramente solo con Signs Of Life mi aveva strappato qualche cenno di interesse nei loro confronti, per quello che riguarda i lavori che precedettero il buonissimo Idolatry. Quest’ultimo fu il classico punto di rottura, il momento in cui la band si accorge che è in grado di fare di meglio e ci riesce al primo colpo, grazie ai meriti personali ma soprattutto grazie ad un suono che era semplicemente pazzesco.

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Non sono dei cloni dei Sepultura, ma quando le chitarre entrano in tremolo picking sembra davvero di averci dietro Andreas Kisser, così come fra il rullante di David Lozano e quello di Igor Cavalera, troverete delle piacevoli similitudini. A frenare l’album, probabilmente, fu la struttura dei brani: non si perdevano in qualche delirio tecnico inconsistente o troppo programmato, semplicemente erano un po’ allungati col brodo e in certe occasioni non pungevano più di tanto, tant’è che iniziavano bene, si perdevano un po’, non trovavano la via di ritorno. In poche parole, avevano guadagnato in quasi tutto rispetto a Signs Of Life, tranne che nell’immediatezza. Inoltre c’era la voce, del cicciottello Rodney Dunsmore, che senza assomigliare in niente a quella di Ron Rinehart soffriva in un certo senso della medesima ripetitività e mancanza d’espressione che in molti contestarono al frontman dei Dark Angel. Freewill, il secondo brano, è senza esagerare uno dei miei pezzi preferiti del thrash metal di quegli anni e non me la toglierò mai dalla testa. Cugini di primo grado del death metal di quei tempi, e perfettamente caratterizzati da una produzione incredibile e curata in ogni dettaglio: che chitarre pazzesche che avevano Burke ed Elizondo. Se qualcuno si azzarda a rifare il parquet e la mobilia al piano di sopra, i Devastation  di Idolatry sono probabilmente ciò che vi occorre. (Marco Belardi)

2 commenti leave one →
  1. weareblind permalink
    12 luglio 2018 13:10

    Ohhhhh che bello st’articolo, provvedo subito. Copertina Exhorder magnifica!

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  2. Orgio permalink
    12 luglio 2018 17:29

    Tutto vero, peccato solo per come sono ridotti adesso gli Exhorder.

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