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Once upon a time in Norway #10

9 marzo 2017

Nel caso fosse sfuggito a qualcuno, recentemente Roger ”Nattefrost” Rasmussen, mente dei Carpathian Forest e altri progetti di fini intellettuali, si è pronunciato su Donald Trump, definendolo ”il male incarnato”. Ora, converrete con me che Nattefrost che commenta la politica internazionale è più o meno come se io partecipassi a convegni sulla fisica quantica, Ciccio tenesse lezioni in una società di temperanza e il tizio dei Nightwish scrivesse un concept album orchestrale su Zio Paperone. Vale la pena ricordarlo, a beneficio dei lettori più giovani: Nattefrost è uno che girava per i concerti completamente fatto, con una croce rovesciata gigante al collo e la busta del Lidl piena di alcol; era uno che suonava con un bassista obeso che si era scritto a pennarello sulla schiena “sodomized by Satan” e una freccia che puntava in basso, giusto per spiegare meglio il concetto; era uno che concepì un disco solista con una traccia registrata in bagno, tra vomito e deiezioni, e che vendeva bottiglie della propria urina nei negozi specializzati (questi sono i ricordi che girano in redazione, quindi potrebbero essere non del tutto esatti, nel caso ce ne scusiamo).

Ecco, questo signore si è messo a fare il maître à penser. Fin qua uno potrebbe prenderla come scusa per l’indignazione quotidiana, ché tanto domani passerà perché mi indignerò per altro, se non fosse che, a seguire bene l’intervista, in fondo si scopre il solito Nattefrost. Nel volo pindarico del paragone con una certa figura politica del Novecento (i più preparati coglieranno la fine citazione che i sottotitolatori in inglese ci hanno riservato), si conclude che l’unica maniera di interpretare il fatto si riassume nel motto a tutti caro in redazione, ovvero la gente non sa cosa si perde a non essere metallari.

E il motto assume ancora più spessore se si guarda al contesto della dichiarazione, ovvero un dibattito (Nattefrost a un dibattito) che seguiva la proiezione del documentario Blackhearts, che racconta le storie di tre band black metal internazionali che, per un motivo o per l’altro, si trovano finalmente a viaggiare in Norvegia, un po’ per lavoro e un po’ per diletto. Il format del documentario sul black metal è trito, ma Blackhearts si lascia guardare. Ci sono i greci Naer Mataron, vecchia conoscenza qui a Metal Skunk, che a una settimana dalla partenza per la terra dei loro beniamini restano orfani del bassista, finito al gabbio con i compagni di merende di Alba Dorata; ci sono i colombiani Luciferian, che fanno un rito satanico in salotto (con tram che sferraglia a un centimetro dalla finestra) per accelerare le procedure per il visto; c’è Sina, mente della one-man-band iraniana From the Wasteland, che in Norvegia ci è rimasto come rifugiato perché a fare black metal satanico in Iran sai le matte risate.

Metti tre black metallers greci in un bosco innevato e ti spiegherò il mondo: eroi romantici, casi umani, fate un po’ voi. Ma la cifra interpretativa è sempre la stessa, quella che la spettabile redazione mi ripete nei momenti di calo di fede nel metallo, quando mi lamento che il black metal non ha sviluppato una scuola critica ed è musica fatta, concepita e ascoltata da buzzurri; Giulià, la verità sta da un’altra parte, ed è che la gente davvero, davvero non sa cosa si perde.

2 commenti leave one →
  1. 9 marzo 2017 12:41

    Nattefrost (durante i concerti NatteForst) sarebbe da chiamare durante le assemblee d’istituto, invitato da qualche prof di filosofia e storia convinto, quest’ultimo, che sia portatore di non so quale verità salvifica (poi certo ci proverebbe con le 16-17-18enni ma questo è solo un dettaglio infinitesimale de “La gente non sa che si perde all’essere Metallari”)

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  2. 9 marzo 2017 13:47

    Henry Rollins li fa un baffo!

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