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Quelli che fanno i buchi alle carpe: CORMORANT – Diaspora

22 dicembre 2017

Una band che si chiama “cormorano” rappresenta per me un pessimo biglietto da visita, dal momento che quando andavo a pescare era frequente che mi imbattessi in carpe completamente rovinate dai suddetti volatili. Questi hanno l’abitudine di pescare in immersione, nuotando sott’acqua anche per lunghi tragitti come fa anche il più piccolo Tuffetto, ma non hanno ancora capito che quando la preda è troppo grossa andrebbe semplicemente lasciata in pace, senza ridurla ad un colabrodo.

È impossibile però non perdonare i californiani, dal momento che sono un gruppo della madonna e che con il nuovo Diaspora sembrano avere trovato la via giusta dopo un decennio costellato da album buoni, ma un po’ troppo eterogenei. Il concetto è lo stesso applicabile a tanti altri nomi: se mescoli l’impossibile, è molto facile che la cosa ti si ritorca contro poiché i tuoi dischi suoneranno probabilmente di merda. Sebbene i Cormorant vengano spesso associati al black metal ed agli Enslaved per le forti tinte prog, di base mi viene da dire che si tratta piuttosto di un gruppo di death melodico e che vi sono frequenti momenti, all’interno delle loro canzoni, in cui riffing e atmosfere vanno a parare in maniera sfacciata dalle parti del black. 

Con Metazoa si erano rivelati efficaci ma anche parecchio scolastici ed ancorati al metal classico, e a distanza di un decennio si capisce quanta carne al fuoco abbiano aggiunto nei due successivi lavori, senza però sbagliare nella scelta degli ingredienti. Ma è solo con Diaspora che riescono a rendere il tutto più omogeneo senza che ogni preciso momento richiami altro in maniera quasi fastidiosa. Ci sono sempre gli Opeth e i contemporanei Anciients, e si ripresenta pure il riuscito dualismo fra voce sporca e pulita, ma a sentire un brano come Sentinel si capisce fin da subito come le esplosioni di black metal vengano sapientemente intervallate da un’atmosfera costantemente cupa e che non rivela mai sensazioni dal sapore di un collage. Il doom, inoltre, si è ritagliato uno spazio sempre più importante, sebbene non sia tanto la sua reiterata presenza a favorire l’allungamento della durata media dei brani quanto la spiccata dinamicità degli stessi. Un’altra nota di merito: il quarto d’ora della suddetta Sentinel, nonostante vada a parare dalle parti della psichedelia nel lungo break centrale non stanca praticamente mai pur superando i dieci minuti: alternando ferocia a melodie tipicamente swedish ti entra in testa come se durasse la metà, affermandosi dopo l’ottima Preserved In Ash come il brano più “facile” dei quattro.

Un momento: quattro? Sì, perché dopo The Devourer (la più pesante e anche la più prog-oriented) si vorrebbe concludere col botto, o meglio con la prova concreta che un quattro pezzi può non essere un EP come quello da poco pubblicato dai Mastodon, ma una bomba a orologeria che dura circa un’ora. Migration mette la pietra finale con atmosfere trasandate che ricordano gli Agalloch travolti da forti dissonanze. Il doom riprende campo, poi il brano acquista lentamente energia e infine – attorno al decimo minuto di durata, momento in cui si poteva fare tranquillamente chiudere il discorso e dire di averlo fatto in bellezza – ai Cormorant prende la sindrome da jam session. Beccatevi dunque un quarto d’ora di pattern di batteria ripetuti in maniera ossessiva, arpeggi sognanti aggrediti da effettistica anni ’70, cori, assoli ai limiti dello stoner e un gran finale in crescendo che ci salva dall’inevitabile baratro. L’ingrediente sbagliato, probabilmente, è proprio questa inutile spavalderia conclusiva: ma gliela perdoniamo, per la loro classe e potenzialità e perché i gruppi con un suono riconoscibile e relativamente personale sono sempre e comunque i benvenuti.

Più ambizioso, atmosferico e ragionato di Earth Diver (nella sua Waking Sleep ricordo arpeggi più Immortal degli Immortal stessi!) ma forse anche più bello, Diaspora ci riconsegna un gruppo coi controcazzi in forma smagliante ma con la sensazione che – e qui tutto dipenderà da loro – il meglio debba ancora venire. (Marco Belardi)

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