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Affinità-divergenze fra i compagni polacchi e noi – BATUSHKA vs DARKEND

19 maggio 2016

Lo sproloquio che segue inizialmente avrebbe dovuto essere la recensione di Litourgiya dei polacchi Batushka – disco d’esordio di una band sbucata dal nulla, uscito in semiclandestinità un annetto fa per poi generare un fomento assurdo in rete (più di quattrocentomila visualizzazioni su YouTube in cinque mesi, per quel che vale come statistica) sull’onda di passaparola nei forua3867014692_16m e recensioni estatiche. Black metal ibridato con la musica religiosa ortodossa, disco strutturato come una messa, testi impenetrabili, band avvolta nel semi anonimato, la sorpresa di vedere qualcosa di diverso uscire dalla scena black polacca, che in media sembra rimasta ferma al 1995 (il che non è necessariamente un male, sia chiaro) – insomma sulla carta la ricetta avrebbe avuto tutte gli ingredienti in regola per piacermi, e infatti mi sono apprestato all’ascolto a testa alta e a cazzo ben ritto, se non che, passata l’euforia dei primi minuti, l’erezione mi è calata di colpo e mi sono ritrovato a chiedermi in tutta serietà se i Batushka siano davvero dei geni che solo io non sono in grado di comprendere in quanto vecchio e imbruttito, o se tutta l’operazione non sia piuttosto l’ennesima supercazzola post-qualcosa; insomma mi ci sono incartato in maniera tale che oramai il povero Ciccio Russo a forza di sentirsi dire “te lo mando fra una settimana” aveva cominciato a chiedersi se sarebbe mai riuscito a pubblicare sto pezzo prima dell’uscita di The Winds of Winter.

E probabilmente starebbe ancora ad aspettare, se alla fine non fossero arrivati due eventi fortuiti e quasi contemporanei a darmi lo sblocco. Il primo è stato l’ascolto casuale di un album che pur partendo da presupposti simili arriva a risultati completamente diversi, ossia The Canticle of Shadows dei reggiani Darkend, uscito appena qualche settimana fa – terza fatica di una band che è in giro da una decina d’anni ma che fino ad ora non mi ero mai filato per il solo motivo che il black sinfonico ha smesso di interessarmi più o meno quando ero all’università e ci si ubriacava ancora in lire. Il secondo evento è stato l’incappare, su Bastonate, in una citazione di Ratzinger che tanto vale riportare qua: “La liturgia, come il gioco, ha regole proprie e crea un suo mondo che vale quando si entra in essa e che poi, altrettanto naturalmente, viene meno quando il gioco finisce”. E va da sé che nonostante questo blog supporti il Capro in tutte le sue manifestazioni, papa Benedetto XVI rimane pur sempre la figura più genuinamente black metal (nel senso di contro il mondo e contro la fregna) nel campo avverso, e insomma, onore al nemico e tout se tient.

Dicevo che i presupposa0389147538_10ti dei due album sono simili perché anche il disco dei Darkend è infarcito di elementi ritualistici e pensato dalla band come un’opera coerente a livello sia musicale che concettuale. La differenza sta nel fatto che coi Darkend l’apparato extra-musicale resta funzionale alla musica – al netto di tutta l’effettistica, dei cori in latino, dei tamburi e dei campanacci (che ci sono, e in abbondanza), The Canticle of Shadows è prima di tutto un cazzo di disco black metal in cui la componente rituale è un extra, un mezzo volto all’evocazione di un’atmosfera o di uno stato di coscienza, invece che il senso e il fine stesso dell’opera. Il risultato in un certo senso si avvicina, almeno come feeling, alle ultime cose dei Rotting Christ: ci sono un tema ben riconoscibile e una coerenza di fondo ma ci sono anche i pezzi, ognuno con una sua identità, ognuno con un qualcosa che lo rende identificabile e memorabile; e a parte le solite ospitate di lusso, i Darkend zitti zitti riescono pure a infilarci cose del tutto imprevedibili, tipo un assolo di sax appoggiato su uno stacco doom, facendole comunque sembrare naturali e senza mai perdere di vista due cose fondamentali come l’impatto emotivo e la violenza.

Litourgiya è invece prima di tutto un concetto, intorno al quale poi tre tizi hanno assemblato a posteriori un qualcosa che suona come un disco black metal. Da una parte questa coerenza tetragona costituisce il suo punto di forza ed è ciò che lo rende originale – giustificando in parte tutto l’hype con cui è stato accolto – ma per quanto mi riguarda finisce anche per essere il suo limite principale, perché rimane tutta un’operazione di testa. Non che sia brutto, capiamoci: ma da un lato gli mancano i pezzi e l’impatto; e dall’altro mi suona troppo ragionato per “creare un suo mondo” e funzionare come ascolto immersivo da cuffie e stanza buia. C’è pure il caso che molti riferimenti mi sfuggano per ragioni culturali, visto che del rituale ortodosso ne capisco tanto quanto di teoria delle stringhe. Ma anche dopo diversi ascolti non riesco a scrollarmi di dosso l’impressione che Litourgiya soffra sia dell’intellettualismo che affligge molto del black metal post-2000, sia di un male (comune a quasi tutta la cultura mainstream contemporanea) che qua in Inghilterra chiamerebbero one trick pony syndrome – quello d’attaccarsi a un’idea, seppur buona, come sanguisughe e spremerla ad nauseam finché non ne rimane che un guscio vuoto.  Come andare al ristorante, leggere che sul menu c’è solo salsiccia, sfondarsi con sette portate di salsiccia e poi magari scoprire solo al momento del conto che era tutta di soya. E mi sta bene la tradizione vocale ortodossa, mi stanno bene i cori dei monaci nelle catacombe, mi stanno bene i campanacci, non ho pregiudizi nemmeno contro gli album-monolite in cui puoi saltare dal minuto 3 al minuto 38 e non accorgertene per quanto il tutto suona omogeneo; ma poi appunto il disco (la liturgia, il gioco) finisce, il pope mi rimanda a casa, e il disco dei Batushka mi verrà voglia di riascoltarlo nel 2021 se va bene.

L’ho fatta lunga ma potrei benissimo liquidare tutto il discorso in due righe: l’album che sulla carta avrebbe dovuto esaltarmi mi ha tritato i coglioni, quello da cui non mi aspettavo nulla non si è staccato dal mio stereo da una settimana. Succede. Poi magari sono io che non capisco un cazzo, eh, dopotutto pure da ragazzino per mandarmi a messa i miei mi dovevano menare con la ciabatta, certe cose lasciano un segno. (Andrea Bertuzzi)

14emjx

16 commenti leave one →
  1. Lorenzo (l´altro) permalink
    19 maggio 2016 15:39

    Consiglio una bella messa ortodossa russa vera, come esperienza black metal non teme confronti.

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    • 19 maggio 2016 16:43

      Confesso di avere l’hobby di assistere a una messa ortodossa ogni volta che faccio un viaggio abbastanza lungo in un Paese dell’ex cortina di ferro. Non sono mai stato in Russia, la più suggestiva che ricordo fu nella cattedrale di San Michele Arcangelo a Belgrado.

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      • Lorenzo (l'altro) permalink
        20 maggio 2016 09:16

        La mia una messa di Natale alla periferia di Mosca, 5 ore…
        Comunque c’è una chiesa russa a due passi dal vaticano.

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      • 20 maggio 2016 11:41

        Dici Santa Caterina Martire?

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      • Lorenzo (l´altro) permalink
        20 maggio 2016 14:26

        esatto, ci sono stato ai Santi Pietro e Paolo del calendario russo (14 giorni circa dopo quelli del calendario nostrano). C´era un tipo obeso con mezza mandibola mancante e una vistosa cicatrice che portava la maglietta Red Army World tour (con dietro tutte le date, Manciuria, Mongolia, Polonia, Berlino, Praga, Budapest, Afganistan…)

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  2. Breuer permalink
    19 maggio 2016 19:53

    Mi lancio in un’attività che tendenzialmente non pratico, quella di commentare sostenendo “e invece a me è piaciuto” (che uno legge e dice “sticazzi no?”) unendomi per di più all’hype (che con me e col black metal c’entra tipicamente zero). Lo faccio lo stesso perché mi spiace proprio che ti abbia lasciato l’amaro in bocca, visto che è uno dei dischi che ho ascoltato di più e con maggior piacere negli ultimi mesi. Temo che proprio l’hype abbia giocato a sfavore: io questo disco l’ho beccato tra i video consigliati su youtube, inizialmente l’ho evitato perché la copertina mi sembrava volesse imitare quelle degli Om (e gli Om non si toccano), poi ho cominciato ad ascoltarlo *facendo altro* (in particolare conti per la tesi) e lentamente mi sono accorto che lo sentivo diverse volte al giorno. Adesso posso dire che questo disco mi gasa davvero tanto, specialmente in certi tratti (anche se monolitico lo è di certo).
    Sul lato Polonia moderna, consiglio i Mgla senza se e senza ma. Anche loro hanno goduto di un hype allucinante con l’ultimo disco, e questo paradossalmente ha fatto sì che sostanzialmente non lo ascoltassi a parte qualche volta. Ma With Hearts Towards None è un disco della stramadonna, e secondo me vale anche l’EP Presence. I primi tempi li ascoltavo a ripetizione leggendo Lovecraft, esperienza mistica.

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    • 19 maggio 2016 22:16

      Gli Mgla sono piaciuti molto anche a me. Quanto ai Batushka, anch’io sto ascoltando quel disco parecchio ma, sotto certi punti di vista, sono d’accordo con Andrea. Essendo fissato con il doom e il postcore più psichedelico, l’effetto “monolite” tende a prendermi bene ma i dettagli non mi sono rimasti impressi come dovrebbe accadere con un disco black metal che vorrebbe essere complesso e sperimentale, e non “burzumiano” (quindi basato sulla ripetizione).

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    • Andrea permalink
      19 maggio 2016 22:36

      Mi aggiungo alla lista di quelli a cui sono piaciuti gli Mgla – altro gruppo che di rumore ne ha fatto parecchio, ma direi meritatamente. In media non tendo a evitare dischi solo per il fatto che abbiano creato hype, ma è pur vero che quando ci si creano aspettative esagerate è fin troppo facile poi restare delusi all’ascolto. Ciccio qua sopra ha riassunto molto bene quella che è la mia critica principale ai Batushka ma anche il tuo commento non fa una piega – alla fine la sensibiltà personale e le condizioni al contorno pesano eccome, tanto più quando ci si avvicina a roba per definizione umorale come il black.

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  3. luca permalink
    20 maggio 2016 12:44

    L’ho sentito il disco ma personalmente fa pena. Proprio perché i riferimenti religiosi sono molto posticci, la gran parte dei polacchi oltretutto è pure cattolica…cioè a sto punto potremmo anche noi italiani vestirci da samurai e cantate canti shintoisti con i chitarroni, ma che puttanata verrebbe fuori?
    D’accordissimo con voi circa la Vera liturgia ortodossa. Saluti da Mosca

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    • 20 maggio 2016 15:05

      Mi ero interrogato anch’io sul perché un’operazione simile venisse proprio dalla cattolicissima Polonia. La risposta che mi sono dato è che, ora che il satanismo lì è diventato mainstream a causa di Nergal, la quintessenza dell’elitismo è la minoranza ortodossa.

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    • Lorenzo (l´altro) permalink
      20 maggio 2016 15:27

      Santa Madre Russia…
      Luca, a proposito di esperienze soniche russe, la campana del vespro al monastero della Trinitá di San Sergio, senti il gargarozzo che ti vibra… Il piú bel suono che abbia mai sentito, non c´é SunnO)) che regga.

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      • luca permalink
        24 maggio 2016 22:17

        Non sono mai stato lì…purtroppo quel monastero è abbastanza lontano da Mosca. Grazie dell’idea comunque, provvederò appena possibile!
        Tra l’altro la maggior parte dei cori liturgici ortodossi in Russia o Serbia potrebbe umiliare a livello di atmosfera e potenza gran parte dei gruppi dark-folk-black-doom di oggi.

        Io adoro pure “le mystere des voix bulgares”, che forse è lo stesso coro bugaro che collaboro’ con Elio ai tempi del “pippero”.

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    • sergente kabukiman permalink
      21 maggio 2016 10:37

      però un disco di canti shintoisti fatto da italiani vestiti da samurai io lo comprerei al volo

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  4. bonzo1979 permalink
    3 giugno 2016 16:38

    non so quanto sia una proposta “sincera” per i motivi di cui sopra (riferimenti ortodossi in un paese cattolico) ma a me è abbastanza piaciuto… non mi pare né COSI’ monolitico da dire che, ad esempio, la 3 e la 7 siano uguali, né così “privo di pezzi”…

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  1. Behemoth / Bölzer/ Batushka @Hala Wisły, Cracovia, 7.10.2016 | Metal Skunk

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