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Roadburnology

22 aprile 2016

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Il Roadburn è finito solo da poche ore e già sento la necessità di buttare giù due righe e di sbrigarmi pure. Ho fretta perché rischio di dimenticare cose importanti e non ho preso appunti; devo fare un attimo mente locale. Cosa è successo? Allora, Bobby Liebling è morto sul palco, i Paradise Lost hanno fatto tutto Gothic, ho visto per la prima volta Converge e Neurosis… No, così non ne esco più, devo andare per gradi; mi affiderò all’infallibilità dei numeri e delle classifiche. Va mo là.

0 come zero cellulari. Non se ne vedeva uno solo di quei maledetti arnesi che qui da noi la gente tiene sempre in aria, impedendoti la visuale, perché gli preme ‘caricare’ video e foto di pessima qualità sui ‘social’ per dimostrare chissà che cosa ad altra gente che sta chissà dove e chissà quanto poco gliene frega. Niente di tutto ciò. Ogni tanto fa bene essere circondati da tante persone che la pensano esattamente come te su determinati argomenti. L’altro da te non è per forza una bestia. Qui, inoltre, non è come all’Hellfest. Mentre quello è un grosso contenitore di cose fighissime, una specie di enorme sacco di Babbo Natale, il Roadburn è un essere vivente, senziente, un’organizzazione perfetta di uomini e donne che sono lì per il medesimo obiettivo condiviso: niente cazzate, nessun pavoneggiamento, no frills come dicono quelli imparati, si è qui solo per ascoltare la migliore musica al mondo.

1 come il numero 1, the number one, the first: Lee Dorrian. Non solo si è esibito coi suoi With The Dead in uno show coi contro coglioni, ma ha contribuito largamente a rendere quest’organizzazione perfetta come si diceva sopra. Il disco nuovo è meglio dal vivo che su stereo (e grazie al cazzo, mi fa El Greco, coi volumi a palla è tutto più bello) e mi convince di più ora mentre prima non molto. Girava – quasi – indisturbato per le vie di Tilburg e la sua presenza ti faceva capire che stavi nel posto giusto, dove dovevi essere, e che tutto sarebbe andato per il meglio. Padre putativo.

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2 come i set dei Converge. Re indiscussi di questo Roadburn, per quanto mi riguarda. Non ne sono mai stato un grandissimo fan e pur non avendo grosse aspettative ero curioso di vedere cosa avrebbero fatto. Jane Doe è una proverbiale ‘pezza in faccia’ che, sul finire, ti commuove. Blood Moon, lo show ‘alternativo’ (ah, in generale per i dettagli non contate su di me, ci penseranno sicuramente Stefano ed Enrico a spiegare bene come sono andate le cose), è stato addirittura superiore. Prove di gran classe, dimostrazioni di forza ed eleganza, cattiveria e poesia allo stesso tempo. A balùs.

3 come i minuti che ho retto John Haughm. Lui è il padre degli Agalloch ma qui è in veste di artista solista. Voce, chitarra e una svalangata di feedback, mi rendono la sua presenza insopportabile. Visto che non posso cacciarlo a pedate me ne vado via io. Novello Matt Elliott dei poveri, ci ricorda che in caso di dubbio è sempre bene optare per il metallo.

4 come le volte che mi sono sentito preso in giro da Diamanda Galas. Non ho bisogno di dire che mi piace quello che fa questa signora per sentirmi più intelligente. Non mi piace lei e non mi è piaciuto il suo show, come non mi è piaciuto il fatto che non si poteva entrare tra una canzone e l’altra ma aspettare che finisse, o come il fatto che fosse vietato scattare foto, o come il fatto che ha insensatamente distrutto quelli che in origine erano dei bellissimi brani blues.

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5 (alla seconda) come gli anni compiuti da Gothic. Lo show commemorativo dei Paradise Lost è stato il più semplice di tutti quelli ‘big’ ma anche uno tra i più efficaci. Essere lì in quel momento è stato un po’ come essere parte di una storia e sicuramente parte della celebrazione della Storia.

6 + 100 come il numero dei decibel che pompavano durante lo spettacolo dei Beastmaker a Het Patronaat. Oltre, dunque, il limite stabilito allo scopo di preservare l’integrità strutturale della chiesa sconsacrata. Il Roadburn è soprattutto occasione per scoprire gruppi nuovi e io ero andato veramente alla cieca e assolutamente impreparato, proprio al fine di lasciarmi la possibilità di restare stupito di fronte a concerti come quello dei Beastmaker o dei La Muerte, per fare un altro nome. Certo, di decibel ai Neurosis ce n’erano molti di più, carezzavano la soglia del dolore. E quindi…

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7 come i 7 minuti finali dello show dei Neurosis, che non mi passava più. Anche nei loro confronti non avevo particolari aspettative e non mi hanno fatto lo stesso effetto dei Converge. Sì, spettacolo di impatto, devastante, ma due ore di Neurosis (dopo 4 giorni di Roadburn) per il sottoscritto sono un po’ troppe.

8 come il voto che si meritano i Black Mountain. E saranno pure apprezzati dai fighetti e dagli indiboi, sti gran cazzi signori miei, i Black Mountain hanno dato prova di grande abilità tecnica nonché di saper comporre belle canzoni. Non serve altro. Hanno fatto metà del nuovo album che non avevo ancora ascoltato e che, adesso, è imperativo categorico recuperare e recensire.

9 come le vite dei Pentagram e dei The Skull. Bobby Liebling è morto e poi risorto. Praticamente, il simpatico vegliardo a un certo punto, dopo aver fatto le moine alle ragazze in prima fila, sculettando e zompettando tutto il tempo, ha simulato la morte e si è accasciato per terra. Gli altri hanno continuato a sventrare papere col loro devastante doom per una decina di minuti poi hanno pure iniziato a tirarsi gli strumenti addosso. Mentre volavano chitarre e pezzi di batteria, a turno gli altri prendevano Bobby per i piedi e lo trascinavano lungo il palco. L’età è soltanto un limite mentale. Altra cosa meravigliosa: i The Skull, che poi sarebbero parte dei Trouble che fanno i pezzi vecchi dei Trouble, beh, anche loro se la sono comandata alla grande.

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10 come voto massimo per il contesto. Ogni band aveva il suo palco dedicato e più adeguato. Ovviamente ho preferito la chiesa sconsacrata (Het Patronaat) dove si sono esibiti i Blood Ceremony (che ho potuto ascoltare seduto al piano superiore su una comoda poltrona in velluto), gli Oranssi Pazuzu e gli Of the Wand & the Moon. Non ho molto da dire su questi oltre al fatto che rappresentavano praticamente alcuni dei motivi per i quali sono andato a sbattere fino a Tilburg. Il ‘camerata’ Larsen ha eseguito una prova degna della sua fama, con tutta la band alle spalle, i blacksters si sono esibiti in uno show più doomy che altro, mentre per la tizia dei Blood Ceremony non ci sono parole a sufficienza. Canta, suona il flauto traverso, suona la tastiera, fa tutto lei. I Blood Ceremony sono Alia O’Brien; donna della razza migliore. In futuro dovrebbe rifiutarsi di esibirsi in concerti che non siano all’interno di chiese sconsacrate dotate di comode poltrone in velluto. (Charles)

 

11 commenti leave one →
  1. luca permalink
    25 aprile 2016 15:08

    Mentre leggevo il pezzo sul borioso John Haughm e sulla presenza dei Neuroris a Tilburg, mi è subito venuto in mente che MSkunk non ha mai parlato dell’ultimo lavoro solista di Steve Von Till. Solo a me sembra fenomenale???

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    • Charles permalink
      25 aprile 2016 15:38

      io non ancora ma colgo la segnalazione e me lo vado a sentire.

      Mi piace

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