R.I.P. Carlo Monni [1943-2013]

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Sarà stato tre o quattro anni fa, nella val di Chiana aretina. Mia sorella ha da tempo messo su famiglia con un ragazzo di Cortona, quindi capito abbastanza spesso da quelle parti. Arrivo alla stazione di Terontola e la trovo tappezzata da manifesti che annunciano per quella sera uno spettacolo da non perdere, che si rivelerà una delle esperienze più surreali delle quali abbia memoria. A non so quale festa dell’Unità o sagra del lampredotto, Massimo Ceccherini e il fido Alessandro Paci inscenavano Pinocchio con un ospite d’eccezione: Carlo Monni. Spalla storica di Roberto Benigni ai tempi degli esordi radiofonici, lo affiancò in quello che resta il miglior film mai interpretato dal futuro dantista per casalinghe, il debutto sul grande schermo Berlinguer ti voglio bene, dove il Nostro recita il ruolo di una vita: Bozzone, il laido e irascibile operaio veterocomunista al quale il povero Cioni Mario concede le grazie dell’attempata madre (una stratosferica Alida Valli) per saldare un sordido debito di gioco. Benigni (quel Benigni) era fantastico ma Monni si mangiava tutta la pellicola, guadagnandosi subito la mia devozione. Insomma, non si poteva mancare.

Ovviamente non fatico molto a convincere mio cognato ad accompagnarmi. Arriviamo lì e ci sono centinaia di persone. Chiunque almeno una volta dovrebbe assistere a un’esibizione di Ceccherini nel suo ambiente naturale, in mezzo alla sua gente. I toscani mi stanno simpatici e adoro la loro lingua, dove è vernacolo ciò che ad altre latitudini è italiano colto. Però, ecco, a volte non li capisco. Hanno una cultura un po’ diversa da noi meridionali. Tipo che se prendi un taxi ad Arezzo l’anziano conducente prima ancora di chiederti dove devi andare ti avrà riempito di informazioni non richieste sulla sua ancora avventurosa vita sessuale e sulle migliori puttane del circondario, infarcendo il tutto con un diluvio di bestemmioni tali da far ammutolire Glen Benton.

Dopo una lunga e misteriosa attesa, Ceccherini si presenta in condizioni agghiaccianti e ci racconta di essere appena uscito da un night là intorno dove aveva trascorso delle ore piacevoli con un  paio di entraineuse (non credo avesse utilizzato esattamente queste parole). Non ho mai visto nessuno salire sul palco così ubriaco. Nemmeno gli Alestorm. Nessun giudizio di valore, figuratevi. Ceccherini è un vero artista che purtroppo si è perso. Dopo ripetute insistenze da parte di Roberto, qualche mese fa ho visto Faccia di Picasso e sono rimasto folgorato. Un gran film, senza ironie, con un Giallini devastante. Un autoritratto spietato e dolente, con vette di assoluto genio come lo sketch con i finti Stanlio e Ollio che menano Charlot per strada. Stasera il registro è, uhm, leggermente diverso. Attacca con un monologo che è una sequela insensata di bestemmie e parolacce infilate una dietro l’altra senza filo logico. E la fiha, dìhane, e si tromba, madonnahane e la troia m’ha fatto una pompa e il budello della Pentehoste. E via così. Io e un siciliano che era venuto con noi, unici non toscani lì presenti, ci guardiamo perplessi e anche un po’ imbarazzati. Tutti gli altri ridono come i pazzi. C’è gente di ogni età e classe sociale, un sacco di famiglie con prole. A un certo punto Ceccherini prende di mira una bambina nelle prime file. C’avrà avuto nove, dieci anni. Hazzo ti ridi, bambina di merda, io ti stupro, troietta, te la butto in hulo, he mi fai una pompa, bella bambina. Nemmeno GG Allin avrebbe fatto una cosa del genere. A sud di Grosseto (ma anche a nord di Pistoia, suppongo) a questo punto l’attore sarebbe stato linciato dalla folla inferocita, la sua testa infilata su una picca e portata in processione e i suoi resti maciullati lasciati alla mercé degli animali selvatici. Invece niente, tutti a sganasciarsi, soprattutto il padre della bambina, che sembrava non essersi mai divertito tanto in vita sua. In quel contesto Monni, che faceva Geppetto e il Grillo Parlante, pareva Laurence Olivier che interpreta l’Enrico VIII in un teatro del West End.

Poi arriva lo sketch con Ceccherini-Fata Turchina che tormenta Paci-Pinocchio. Sul più bello Ceccherini, ormai incapace di intendere e di volere, colpisce fortissimo il compagno con la mazza di scopa che doveva fungere da bacchetta magica. Crac. Dita spezzate. Paci si tiene la mano urlando di dolore. Invoca un’ambulanza. Il pubblico non ha capito un cazzo e ride ancora più forte, pensa che faccia parte dello show. Neanche Ceccherini ha capito un cazzo e continua ad accanirsi sul malcapitato partner prima di accasciarsi semisvenuto, forse per la botta di adrenalina. Poi l’ambulanza arriva sul serio e se li carica entrambi, dopo manco un’ora di spettacolo. La gente inizia ad andarsene. Monni esce da dietro al sipario e si guarda intorno. Come se niente fosse, si leva il costume da Grillo Parlante e resta in mutande. In Italia ormai tutto il teatro è in mutande, spiega. E si lancia anche lui in un monologo. Un monologo bellissimo, popolaresco e lieve allo stesso tempo, sul teatro, sulla vita e sull’arte. In molti applaudono soprattutto per educazione. Io mi commuovo. Come sono un po’ commosso ora. Perché con Monni se ne va un altro pezzo di un paese che non c’è più ma nel quale ci piace, ogni tanto, far finta di vivere ancora.

Carlo Monni è morto ieri, stroncato da un male incurabile. Un paio di anni fa si era fatto testimonial di una sorta di campagna contro l’ordinanza del Comune di Firenze che vietava la vendita di alcol in strada la sera. A quasi settant’anni, ancora gagliardo e pieno di vita, diceva che era colpa dei vecchi, quei vecchi che non ci vogliono far divertire. Chissà se dove è adesso avrà finalmente scoperto chi ha costruito il babbo del primo muratore.

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