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RINGS OF SATURN e KRALLICE: racconto di due città

21 novembre 2012

Se un astronauta metallaro tornasse sulla Terra dopo aver passato una dozzina d’anni in un viaggio spaziale, davvero non capirebbe come si sia arrivati a certe cose. Il technical death metal, storicamente legato alla sacra triade Death – Cynic – Atheist e poi confluito in gruppi brutal veloci e dediti alla destrutturazione della forma canzone, si è evoluto in due veri e propri sottogeneri: uno è il djent, partito dai Meshuggah e arrivato ad aberrazioni-limite come i Periphery; l’altro è quello di cui si è parlato a proposito degli Spawn of Possession e che trova un altro esempio nei giovanissimi (età media 20 anni) californiani Rings of Saturn, di cui Dingir è il secondo album. Solo che, sia in un caso che nell’altro, è estremamente difficile poter parlare di death metal. Velocità esasperate, cambi di tempo continui, totale anarchia compositiva, vero. Ma affrontate con un’attitudine che di death metal non ha quasi più nulla. Non è death metal il suono da Game Boy delle chitarr(in)e, né l’approccio nerdistico da cameretta, né tantomeno le sensazioni che l’ascoltatore riceve. E, giusto per essere sicuri, i Rings of Saturn ci inseriscono anche qualche influenza dubstep.

Altamente esplicativa è la querelle nata qualche settimana fa intorno alla band. In pratica sono venute fuori delle indiscrezioni secondo cui i Rings of Saturn userebbero registrare svariate partiture alla metà della velocità, per poi velocizzarle in fase di produzione. Le indiscrezioni sono state confermate dall’ex batterista Brent Silletto: secondo quest’ultimo, la cosa non è stata fatta perché i cinque musicisti non sarebbero capaci di suonare a quella velocità, ma per rendere il suono più pulito e nitido. Tutte le accuse sono poi state smentite sia dalla band che dal produttore, il quale però ha candidamente ammesso di aver usato la mano pesante in studio, ad esempio (come è ormai normale che succeda, ha detto, e se questo è vero a me inquieta parecchio) facendo copia-incolla di riff o usando un programma per “pulire” il suono. Noi vogliamo credere che le accuse siano false e che gli autori di Dingir abbiano usato null’altro che le proprie doti tecniche per registrare i due dischi; certo, accuse del genere non avrebbero mai funzionato se riferite ai Nile o ai Monstrosity o ai Cryptopsy, mentre per i Rings of Saturn il dubbio viene; però, nonostante tutto, vogliamo credere che sia tutta una montatura.

Associamo i newyorkesi Krallice ai Rings of Saturn per una questione più di metodo che di risultato. Years Past Matter, loro quarto disco, è l’ultimo passo di un’evoluzione che li ha portati a suonare un black metal tecnico che, in quanto a cambi di tempo e anarchia compositiva ad alta velocità, può per certi versi essere accostato alla musica dei californiani. L’enorme differenza sta che, laddove i Rings of Saturn perdono completamente di vista le origini death metal per inseguire i propri sogni bagnati di suonare più veloce e intricato di tutti, i Krallice suonano black metal. Originale, peculiare, atipico certamente: ma black metal. 

L’influenza maggiore può essere rintracciata nei primi Taake di Bjoergvin e Nattestid portati all’estremo: ma la destrutturazione dei Krallice è apportata direttamente al genere primo, e non ad una derivazione dello stesso come nel caso dei Rings of Saturn. E difatti, se per questi ultimi il risultato è un (ulteriore) distorcimento di qualcosa, Years Past Matter può essere senza dubbio rubricato come black metal.

Sono black metal le atmosfere di Years Past Matter, per quanto i continui cambi di direzione impediscano spesso la costruzione di un climax o l’effetto ipnotico tipico del genere. Ma il suono delle chitarre, i riff, le dissonanze e l’approccio generale alla materia non lasciano alcun dubbio. I Krallice si inseriscono nel solco tracciato dai gruppi post-avantgarde degli anni duemila (dai Blut Aus Nord in giù) per portare ulteriormente avanti il discorso, e meritano una citazione nella storia dell’evoluzione del black metal. Years Past Matter è un disco che avrà anche bisogno di tempo per essere davvero assimilato, ma la cui potenza ti colpisce già dal primo ascolto. Chi non li avesse mai ascoltati si procuri anche gli altri tre dischi, non rimarrà deluso. (barg)

20 commenti leave one →
  1. 21 novembre 2012 14:24

    Trainspotting: filologo del metallo. Preciso che non ho mai sentito neanche una sola nota dei due gruppi, ma i secondi sembrano seriamente interessanti, spero poi che non vadano a finire come i Blut Aus Nord, che hanno pensato (male) di fare una trilogia in quanto? Due anni scarsi forse, con un disco più pesante dell’altro, riuscendo a scartavetrare le palle come poche cose al mondo.

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    • 21 novembre 2012 18:37

      i krallice meritano di brutto, sono riusciti anche a rendermi meno diffidente sul black metal suonato da americani…

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  2. Albertone permalink
    21 novembre 2012 14:41

    i Voivod piacciono molto ai ragazzi

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  3. VAGO permalink
    21 novembre 2012 15:24

    belli ‘sti Krallice, ti si divarica il cervello

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  4. Nervi permalink
    21 novembre 2012 15:48

    Concordo con l’entusiasmo generale nei confronti dei Krallice, che suonano neri senza dare all’ascoltatore la sensazione che dietro gli strumenti ci siano dei musicisti frustrati.

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  5. Iog permalink
    21 novembre 2012 16:25

    I Krallice sono da paura !!! I Rings of Saturn sono cloni di cloni in cerca di un “posto al sole” … e quindi li condannerei alla visione continuativa ed in rotazione di tutte le puntate di un “Posto al sole” !!!

    P.s. Voivod uber alles !!!

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  6. Helldorado permalink
    21 novembre 2012 16:25

    I primi si eliminano da soli con quelle dichiarazioni e la parola “dubstep”…

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    • cultistapazzo permalink
      21 novembre 2012 17:06

      si infatti, sul dubstep ho smesso di leggere. li ascolterò per cultura personale, nulla più

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  7. sergente kabukiman permalink
    22 novembre 2012 10:51

    il primo paragrafo mette i brividi per quanto è veritiero..che tristezza

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  8. MorphineChild permalink
    22 novembre 2012 11:29

    quanta amarezza… non tanto per l’esistenza di questo genere di band, quanto per quelli che li osannano come il futuro del metal (e ci sono). sarà la fine dell’adolescenza, sarà la crisi, ma del vecchio motto “Non sai cosa ti perdi a non essere metallaro” è rimasto poco. sicuramente ti perdi la chiusura mentale di alcuni e il fanatismo di altri

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