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AGALLOCH: ascolta la nuova ‘Faustian Echoes’ (appena hai venti minuti liberi)

27 giugno 2012

Mentre scrivo sto aspettando il responso di Fabrizio Socci sulla canzone. Di solito il Socci sparisce per mesi, è riapparso di botto solo per gli Unsane e gli Agalloch. Dovete sapere che noi della redazione abbiamo un gruppo privato su facebook in cui parliamo del blog: io ho scritto tipo “oh ragazzi è uscito un nuovo pezzo degli Agalloch, scrivo due righe” e dopo pochissimi minuti il Socci mi risponde “dove”. Senza punto interrogativo, niente; solo “dove”. Lui batte sulla tastiera al ritmo degli Sleep, ed evidentemente non aveva tempo da perdere. Insomma gli ho postato il link e lui è sparito. D’accordo che il pezzo dura venti minuti ma lui è proprio sparito dalla circolazione. Io me lo immagino seduto alla scrivania della sua stanzetta, in mutande con la maglia da allenamento della Roma del 1987-1988, che ascolta quest’ultimo scarto di magazzino degli Agalloch con aria rassegnata, scotendo il capo e tormentandosi i baffi. Il suo cuore batte piano, il sangue scorre freddo nelle vene. Nella sua mente, in mezzo alle usuali immagini di lutto e desolazione, rimbalza una sola frase: ma che p****dd** è sta robba? Immagino che anche lui, essendo come me molto legato ai primi dischi della band di Portland, trovi che Faustian Echoes sia poco più che una cazzatella di maniera scritta in cinque minuti, che sarebbe stata  gradevole se fosse stata opera di un gruppo depressive black metal ucraino. Ma se esce dalla penna dell’autore di Pale Folklore, The Mantle e Ashes Against The Grain, ti viene voglia di morire. Forse è per questo che il Socci non risponde: gli Agalloch lo hanno messo a suo agio. 

A me non tanto sinceramente; perché qua mi sembra che si stiano involvendo sempre di più. Il disco precedente è stato una delusione micidiale, a tal punto che sembrava proprio difficile pensare che potessero riprendersi, e Faustian Echoes conferma i pessimismi: è black metal depressivo e atmosferico, di quello che negli anni scorsi è uscito a carrettate; banale, senz’anima, senza un minimo guizzo; con una produzione totalmente fuori fuoco, perfetta per Ashes Against The Grain ma firmata da uno (Billy Anderson, già produttore di Melvins, Sleep e Neurosis) che magari i Drudkh non sa manco chi siano. Ma poi gli Agalloch non hanno mai fatto depressive black metal: loro sono sempre stati oltre i generi ma soprattutto oltre quel genere, che magari vorrebbe esprimere le stesse sensazioni ma in modo molto più semplice e immaturo. È come se i Savatage dopo Poets & Madmen avessero fatto un disco in stile Tenacious D. Cioè, boh. Se lo fa un simpatico attore ciccione spacca, se lo fa Jon Oliva ti viene voglia di morire. Ed è tutto qui, ragazzi: il depressive black metal riesce, ancora una volta, nel suo intento. Inconsapevolmente. Ma che tristezza infinita, mannaggia alla diocesi. (barg)

Ps: per la cronaca, il responso del Socci è stato il seguente:

A me non dispiace musicalmente. Certo, mi sa di artefatto.

9 commenti leave one →
  1. 27 giugno 2012 10:00

    ‘dove’ ahahahah, meraviglioso. Non fa una piega il discorso comunque, a me dispiace solo vedere che ci sia gente che continua a difenderli a spada tratta.

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  2. 27 giugno 2012 12:52

    ci vorrebbe un “responso del Socci” di una riga per ogni recensione

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  3. 27 giugno 2012 17:15

    Pezzo ascoltabile e di maniera che però non è nemmeno un lontano parente dei vecchi capolavori.

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  4. 27 giugno 2012 20:37

    madò che brutto ‘sto pezzo…non ci si crede che so’ gli agalloch

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  5. Riki permalink
    4 settembre 2012 00:13

    ormai si sono ributtati più sulle ritmiche black metal, del resto non mi stupisce a risentire Marrow Of The Spirit era prevedibile che sfornassero qualcosa del genere. Comunque ambient = 0. Non ci sono cazzi che tengano i primi album erano qualcosa di ricercato. questo davvero non c’entra un cazzo. grazie agalloch.

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