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Doppia recensione: SONATA ARCTICA – Stones Grow Her Name (Nuclear Blast)

1 giugno 2012

Trainspotting: Un’analisi più dettagliata la fa Luca più sotto; io non so esattamente cosa dire su questo disco perché non capisco più chi siano i Sonata Arctica, cosa facciano, dove vogliano arrivare, cosa stiano cercando di dire. E mi sento male anche a stroncarli perché l’ho già fatto per Silence e me ne sono pentito (a proposito, visto che se ne parlava qualche tempo fa: fu una cosa emotiva, arrivò il promo a poche ore dalla morte di Chuck Schuldiner e mi pigliò a male; perdonatemi). La loro è stata una lenta mutazione in qualcos’altro che è partita dal terzo disco; diciamo che se Ecliptica e Silence sono un’estremità, Stones Grow Her Name è l’altra. In mezzo, un percorso lineare che ha dapprima sporcato il suono originale e poi lo ha soppiantato. Negli ultimi dischi sono sempre meno i pezzi riconducibili grossomodo al vecchio stile; perché progressivamente, durante gli anni, Tony Kakko ha messo il bando alla velocità, ha messo in secondo piano la chitarra, ha reso le atmosfere sempre più zuccherose, e in generale si è ispirato a cose diverse da quelle a cui si ispirava prima. Il risultato non lo capisco e non riesco a capirlo nonostante sia dalle prime avvisaglie di Winterheart’s Guild che mi ci sforzo; so solo che non mi piace, e mi rode perché penso che stiano sbagliando tutto. Ciò che più infastidisce in Stones Grow Her Name (ma più in generale negli ultimi album) è che le parti romantiche sembrano prese da uno sbrilluccicoso diario Hello Kitty di una ragazzina di tredici anni; le parti ‘hard rock’ ricordano lo spirito ribelle di un cinquantenne in crisi di mezza età che a un certo punto impazzisce, si compra il macchinone e si ricorda che da ragazzino gli piacevano gli Europe; e le ‘sperimentazioni’ sono talmente ingenue e macchinose che sembrano scritte di un gruppo di sbarbatelli di provincia. Non posso dire questi non sono i Sonata Arctica perché, appunto, codeste tendenze è da un bel po’ che le portano avanti. Però sono uno di quei gruppi che spero si sciolgano il prima possibile per non rovinarti troppo il ricordo.

Luca ‘Acey’ Arioli: Il nuovo disco dei Sonata Arctica è un prodotto di buona fattura o uno scarto che neanche l’Ama oserebbe recuperare per il riciclo rifiuti? A questa domanda cercheremo di rispondere io ed il buon Traispotting con due punti di vista diversi, cercando di argomentare le nostre convinzioni nel miglior modo possibile.  Mai avrei pensato di trovarmi in disaccordo con il Bargone su un disco power, e a maggior ragione su un disco dei nostri amati Sonata Arctica. Il nocciolo della questione non è tanto capire se questo nuovo Stones Grow Her Name sia un bel disco o meno, ma capire se i Sonata Arctica del 2012, giunti al loro settimo disco in studio, hanno intrapreso alcuni anni fa una strada giusta o sbagliata. La mia riflessione si basa proprio su questo, e con tutta onestà credo che abbiano preso la direzione giusta, visto che ancora siamo qui a parlare di loro dopo più o meno 15 anni dallo straordinario debutto discografico Ecliptica.  Ovviamente io sono legato in modo particolare ai primi tre dischi della band, che con tutta tranquillità posso considerare delle pietre miliari del power metal, ma capisco perfettamente che a distanza di anni una band si possa evolvere cercando soluzioni  diverse e a volte coraggiose. È un po’ come pretendere che gli Helloween di oggi suonassero roba alla Keeper, che senso avrebbe?

Già con Reckoning Night si poteva intuire che i Sonata stavano cambiando direzione artistica, ed in una mia intervista dell’epoca al singer Tony Kakko avevo espresso questa mia sensazione dicendogli che alcune parti vocali e soluzioni musicali mi avevano ricordato addirittura il Jon Bon Jovi degli ultimi anni. La sua reazione? Fu talmente contento di sentirselo dire che, quando lo incontrai di persona al concerto di Milano di supporto ai Nightwish nell’oramai lontano 2004, si ricordava ancora di me e delle mie parole, ed insieme a Jani Liimatainen (ex chitarrista) mi offrì almeno una decina di Smirnoff Ice nel backstage! Eh già, Jani… il fenomenale e rimpianto chitarrista che fu allontanato da Kakko nel 2007, forse proprio perché non condivideva questa virata stilistica, chissà… Fatto sta che, da quando Jani non fu più parte della band, prima per la forzata leva militare obbligatoria e poi in maniera definitiva, il sound si è alleggerito notevolmente, portando le tastiere ad essere sempre più portanti e presenti a discapito delle chitarre, che sono diventate uno strumento di contorno. Già con Unia ce ne eravamo accorti, nonostante Jani fosse ancora in formazione, ma con Days Of Grays e l’avvento del nuovo chitarrista la cosa diventò veramente concreta.

Questa doverosa premessa era essenziale, secondo me, per parlare del nuovo lavoro, che è riuscito a colpirmi in maniera più che positiva. Days Of Grays mi aveva lasciato l’amaro in bocca all’epoca, ed avevo il timore che anche quest’ultimo risultasse poco digeribile all’ascolto. Ed invece per fortuna mi sono dovuto ricredere. Stones Grow Her Name è un disco veramente valido e, a parte un paio di pezzi non esaltanti, ci mostra una band in ottima forma che non ha paura di passare da classiche sonorità melodic metal all’hard rock e al progressive, riuscendo a farlo in maniera sicuramente più naturale rispetto al recente passato. Tony rimane sempre un ottimo paroliere e compositore, capace di mettere in perfetta rima ogni sua singola frase, un vero maestro in questo, e questa sua dote va riconosciuta.

La prima parte del disco è veramente notevole, con l’opener Only The Broken Hearts (Make You Beautiful) e le seguenti Shitload O`MoneyLosing My Insanity che mettono subito in chiaro le nuove intenzioni della band. Le sfuriate power in doppia cassa a manetta purtroppo mancano, ma non credo avrebbe avuto senso usarle in questo disco. Il singolo I Have A Right, anche se ad un primo ascolto può sembrare banale, ha in sè una linea melodica notevole: sfido chiunque a non fischiettare il tema principale, ti si ficca in testa ad imperitura memoria. L’ultima parte del disco cala un po’ di intensità ma scorre comunque in modo uniforme e si fa ascoltare e apprezzare per passaggi più tipicamente AOR e progressive. Ovviamente qui non si sta parlando di capolavoro, ci mancherebbe altro. I veri Sonata Arctica anche per me rimangono quelli di fine anni ’90 – inizio 2000. Ma non tutte le band crescono e non tutte maturano una direzione musicale, ed allora io apprezzo chi ha il coraggio di farlo, perché in fin dei conti i Sonata hanno regalato delle emozioni indimenticabili nel corso degli anni sia a me che a tutti gli amanti del power, e io sarò loro eternamente grato per questo.

13 commenti leave one →
  1. fredrik permalink
    1 giugno 2012 11:39

    Mi sono sempre chiesto come abbiano fatto i SA a raccogliere così tanti fan… quando facevano power erano un discreto stratoclone e poco più, ma questo non è un problema, io amavo i norther anche se erano dei bodocloni e i amo i thulcandra proprio perchè sono tuttora dei dissection-cloni.
    Certo che da qui a ergerli come ottimo gruppo “originale” ce ne passa, e la loro svolta progmelodica a me francamente ha sempre fatto schifo, per tacere del nuovo singolo.sarò io un intransigente, ma certa roba non andrebbe neanche messa nel calderone del metal. Come per i Nightwish, se togli le chitarre paua bombastiche ti rimangono gli Abba.

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  2. MorphineChild permalink
    1 giugno 2012 13:56

    ma che cazzo significa Stones Grow Her Name???

    sul disco: comprendo perfettamente il discorso dell’Arioli sul cambiamento stilistico, che a mio parere inizia già con Winterheart’s… (per quanto lo stesso e il successivo restino dischi tutto sommato godibili). la nuova direzione scelta mi procura tuttavia le stesse sensazioni di Bargone: zuccherosa, fiacca, incredibilmente ingessata nelle partiture diciamo “progressive”, la loro musica da Unia in poi mi fa venire due palle a mongolfiera

    mi fa piacere che Kakko si diverta a suonare musica che gli piace, ammiro il suo coraggio per aver cercato una strada alternativa, anche a costo di scontentare i fan dei primi dischi, ma i Sonata di oggi non sono proprio la mia “cup of tea”

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  3. Acey permalink
    1 giugno 2012 22:50

    Ciao Morphine !
    Il mio discorso sull’evoluzione è ovviamente del tutto personale ed è frutto del mio “essere chitarrista” in una band…
    Un artista vero è colui che cambia, che mischia le carte secondo me !
    I Sonata di oggi non sono neanche lontanamente paragonabili a quelli di 10 anni fa !
    Sono due band diverse con Reckoning night nel mezzo …
    La mia valutazione resta specificatamente sull’ultimo disco, ogni paragone è superfluo …
    Io non riesco ormai a non sentire il loro singolo almeno una volta al giorno… forse starò invecchiando, non sarò più er Ghepardo de na volta… ma secondo me QUEL SINGOLO è geniale !! (oltretutto il testo è molto bello)

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    • MorphineChild permalink
      2 giugno 2012 10:44

      grazie per la risposta, capisco perfettamente ciò che intendi, ed è anche giusto che si siano evoluti verso un suono meno derivativo e ingenuo (l’adorabile batteria fuori tempo su Blank File…), e capisco anche come il corso attuale possa piacere

      avrebbe tutti gli ingredienti per piacere anche a me: power, una buona dose di rock melodico, svarioni prog, sono tutte cose che apprezzo molto. purtroppo l’amalgama non mi prende per niente, sia al primo ascolto sia al decimo. sono cose che capitano

      ps. continuo a non capire il significato del titolo =P

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      • 3 giugno 2012 23:24

        giusto per comunicare che mi ci sto scervellando anche io, sul titolo.

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      • Charles permalink
        3 giugno 2012 23:30

        ma è chiaro: la ragazza di Kakko è una tale scassapalle che al sono sentirla nominare gli diventano dure come la pietra

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      • ExFreddie permalink
        24 aprile 2014 11:36

        Bella questa! :-D

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  4. 8 agosto 2013 01:11

    Questo disco è fantastico…i Sonata sono fantastici!! Kakko è super!!

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  5. ExFreddie permalink
    24 aprile 2014 11:37

    Anche a me piace molto l’album.
    Mi sono avvicinato con molta cautela, e ascolto dopo ascolto mi ha catturato!

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