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Gente che la prende dal verso giusto: ACCEPT, UNISONIC e FREEDOM CALL

5 aprile 2012

C’è gente che la vita la prende dal verso giusto. Un giorno questa gente salverà il mondo.

Tornano gli ACCEPT con Stalingrad, il secondo disco con Mark Tornillo alla voce. Per farla breve, è una bordata allucinante. Fa paura se pensi che questi formalmente si sono formati nel 1968 e che hanno fatto uscire almeno 5-6 dischi che hanno avuto un impatto devastante su tutto il metallo europeo degli ultimi trent’anni. Gli Accept sono tipo i Judas Priest dell’Europa continentale, e Wolf Hoffmann è il Glenn Tipton del Sacro Romano Impero. Metti su la prima, Hung Drawn And Quartered, e ti sembrano tornati i tempi di Restless & Wild, tuttupà tuttupà con riffoni, controriffoni, chitarre che fischiano, assoloni che manco la madonna, stop’n’go, urlacci molesti in falsetto, voglia di uscire fuori di casa e dire VAFFANCULO A CHI VI È MORTI e andare a mangiare le costolette di agnello in campagna bevendo un casino di birra e ringraziando la madonna che siete metallari e potete sbattere la testa con Hung Drawn And Quartered degli Accept e pensare che è la cosa più bella che vi possa capitare in quel momento. Io onestamente non saprei nominare un gruppo a loro coevo che sia invecchiato così bene. Per Wolf Hoffmann soprattutto sembra che il tempo non sia mai passato. Nell’assolo di Stalingrad rifà l’inno dell’Unione Sovietica, come in Metal Heart ci aveva messo Per Elisa, e non è da poco avere il coraggio di farlo; se ti esce male, ci fai la figura del coglione. Invece è uscita benissimo, come praticamente qualsiasi cosa del disco, che alterna tutti i vari pezzi-tipo del metallo tetesco (cavalcata veloce, midtempo da pugno in aria, pezzo atmosferico più lento, pezzo allegrotto con la doppia cassa, pezzo anthemico) senza mai cambiare una virgola dal punto di vista strutturale (che poi perché bisognerebbe farlo? Voglio dire, è metallo tetesco) ma riproponendo tutto pari pari e spaccando puntualmente. La cosa bella è che si sente fortissimo il loro coinvolgimento emotivo; ed effettivamente se suoni la stessa musica per trent’anni e non ti diverti, poi un tredicesimo album del livello di Stalingrad (ma anche il precedente Blood Of The Nations o, boh, Death Row) non ti esce. Non basta la sola accademia per fare un disco del genere; questa è musica fondamentalmente di pancia, e i trucchetti del mestiere contano fino a un certo punto. Disco ufficiale della Pasquetta 2012.

si trasforma in un raggiomissile

Non mi pare che qualcuno su MS abbia fatto cenno dell’esistenza degli UNISONIC, la nuova band di Kai Hansen e Michael Kiske, due nomi che nel pantheon di qualsiasi ascoltatore di power metal sono tipo quello che erano Mazinga e Voltron nell’immaginario dei bambini della mia generazione. Il debutto eponimo non è esattamente power metal però; in realtà è più accostabile a quell’hard rock tedesco da cui provengono i restanti membri della band, già in Krokus (Mandy Meyer, chitarra) e Pink Cream 69 (Dennis Ward, basso, e Kosta Zafiriou, batteria). L’EP introduttivo Ignition mi aveva fatto molto ben sperare, ma l’album intero non è all’altezza delle aspettative: è carino, orecchiabile, ci sono loro, ma alla fine della fiera le canzoni migliori sono le due dell’EP. La prima, il singolo Unisonic, è una cavalcata rockeggiante che sembra uscita direttamente dai primi due dei Gamma Ray. Non è certo Heaven Can Wait, ma è divertente, Kiske è in forma smagliante, Kai Hansen difficilmente sbaglia un assolo, e soprattutto nel bridge i due cantano insieme, realizzando un  nostro sogn0 d’infanzia. La seconda è  My Sanctuary, la migliore del disco, che pur non somigliando quasi a nulla della tradizione Helloween/Gamma Ray ci rende un Mikael Kiske a proprio agio come non lo si sentiva da anni.
Ecco, se gli Unisonic si fossero fermati all’EP magari staremmo parlando di un oggetto di culto che avrebbe fatto piangere fiumi di lacrime di gioia a tutti gli scoppiati esauriti amanti del genere come me, il prode Arioli e Cesare, un pelatone di L’Aquila. Invece il disco intero ha parecchi cali di tono, in certi punti è anche noioso, e spesso la voce di Kiske ritorna sulle tonalità sforzatissime che l’avevano reso quasi irriconoscibile nelle varie partecipazioni in Avantasia. Ti fa anche un po’ rabbia perché, giuro, in certi pezzi come la succitata My Sanctuary sembra davvero di sentire il Kiske dei Keeper: potente, beffardo, scanzonato, che riesce a fare passaggi complicatissimi con estrema naturalezza, tipo Leo Messi quando di colpo accelera e si mangia tre-quattro avversari fischiettando. Comunque basta vedere i crediti: i pezzi scritti da Hansen sono tendenzialmente i migliori (soprattutto Never Too Late e King For A Day, nella quale zio Kai canta anche il ritornello); quelli scritti da Ward e Meyer sono così così; l’unico scritto da Kiske è invece anche l’unico vero aborto del disco: la micidiale No One Ever Sees Me, pestilenziale zuccherosissima ballatona da accendini per aria posta in chiusura, tipo una Windmill dei poveri disgraziati.

Chi invece cambia in continuazione sono i FREEDOM CALL, per cui ormai non riesco a trovare più parole. In continua evoluzione, capaci di inglobare ogni volta nuove influenze e nuove sfumature, mantenendo sempre ben saldo il proprio core business di gruppo power metal dedito alla glorificazione dell’omosessualità ma spingendosi in territori impensabili per un gruppo di questo genere con estrema spregiudicatezza e disinvoltura. Il singolo aveva fatto pensare male, ma fortunatamente, all’ interno di Land Of The Crimson Dawn, è uno dei pezzi deboli. Se la gente avesse meno pregiudizi e sapesse ascoltare, capirebbe che per quanto possano sembrare grotteschi i Freedom Call stanno facendo un’opera serissima di rinnovamento del power metal tedesco; lo stesso identico errore che qualche anno fa si fece sottovalutando gli Edguy (e chiunque abbia un paio di orecchie funzionanti e una minima nozione storica del power teutonico che non sia montanari che mangiano le salsicce penso riconosca l’impatto che Sammet ha avuto sul genere).
Stiamo parlando di un gruppo che sin dal debutto si è fatto riconoscere fondamentalmente per due cose: a)le trombette b)l’essere l’epitome e il confine ultimo dell’omosessualità in musica. Non sono mai venuti meno a queste prerogative, e senza mai snaturare la propria essenza (e quindi forgiando un proprio stile, cosa che effettivamente pochi gruppi power possono vantare di aver fatto) ci hanno innestato le più improbabili influenze, dal synthpop al rockabilly al gothic metal a chissà cos’altro, non facendosi mai mancare le trombette ma provando a inserire strumenti e passaggi che il 99% dei gruppi power non si azzarderebbe mai a fare, non in malafede ma proprio per il sacro fuoco dell’ortodossia che a volte ti fornisce un comodo guscio protettivo nel caso dovessi fare il passo più lungo della gamba con conseguente caduta di faccia nella merda. I Freedom Call fanno passi sempre più lunghi e atterrano sempre bene in piedi, sorridenti, dicendoti che è una bella giornata e che non va così male, dai. Tanto per aumentare il grado di sorrisi e felicità, col tempo Chris Bay ha sviluppato una strana fascinazione per la figura della rockstar, che qui lo ha portato a scrivere la meravigliosa Rockstars (forse la migliore) e Rockin’ Radio, una specie di Radio Song delle fiere paesane bavaresi con un testo devastante. Una cosa come Killer Gear, poi, ai tempi di Crystal Empire non l’avrebbe potuta preconizzare nessuno. Tutto il resto penso di averlo già detto nella recensione al live. Ricordatevi sempre che ogni volta che parlate male dei Freedom Call un piccolo gattino viene decapitato.

E se non vi stanno a cuore né i Freedom Call né i piccoli gattini beh, che la sifilide possa consumarvi vivi, figli di puttana. (barg)

Power metal, gothic, doom
Heavy metal screams
On the radio, rockin’ radio

Thrash, black, death & core
High speed drum attack
On the radio, rockin’ radio

The frequency’s the secret
The secrets of sound
If you’re cranking up your speakers
You can shout it out loud

We don’t play rap & hip hop… we play rock’n’roll

Rock, rock the nation
Tune in for the show
Welcome to this happy metal radio show

Rock, rock forever
Be part of us all
Visit our heavy metal rock’n’roll show

We don’t play rap & hip hop
We don’t play rap & hip hop

Faster than the speed of light
A symphony on air
On the radio, rockin’ radio

Progressive & alternative
Nu metal and a little punk
On the radio, rockin’ radio

The frequency’s the secret
The secrets of sound
If you’re cranking up your speakers
You can shout it out loud

We don’t play rap & techno
But rock music & metal!!

Rock, rock the nation
Tune in for the show
Welcome to this happy metal radio show

Rock, rock forever
Be part of us all
Visit our heavy metal rock’n’roll show
We don’t play rap & techno
We don’t play rap & techno

When AC/DC’s calling
jump in their rollin’ train
to all the world big stages
Let it out and scream

Rock, rock, rock
Rock at the devil
Rock at the devil

Rock, rock the nation
Tune in for the show
Welcome to this happy metal radio show

Rock, rock forever
Be part of us all
Visit our heavy metal rock’n’roll show

Rock, rock the nation
Rock, rock
Welcome to this happy metal show

31 commenti leave one →
  1. 5 aprile 2012 11:33

    Il nuovo degli Accept spacca culi e butta giu muri. Non per fare il cacacazzo, ma quello che si sente in Stalingrad non e’ l’Internazionale, ma l’Inno dell’URSS :-)

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  2. Helldorado permalink
    5 aprile 2012 12:15

    Gli Accept sono da lacrime napulitane, micidiali!! Gli Unisonic non mi hanno convinto ma prima di massacrarli un po’ li stavo ascoltando ancora. Du’palle…

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  3. MorphineChild permalink
    5 aprile 2012 14:07

    ho ascoltato Rockstar e magicamente mi sono ritrovato nel pieno dei miei 16 anni quando il power metal mi pareva il vertice massimo raggiunto dalla musica moderna

    la cosa buffa è che all’epoca non mi piacevano e adesso non mi piace il power… sarà che all’epoca la loro attitudine scanzonata mi irritava mentre adesso la trovo gradevolissima. il singolo però continua a sembrarmi pessimo

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  4. 5 aprile 2012 14:15

    sulla questione “di L’Aquila”/”dell’Aquila” ci si scorna da tempo immemore. Una recente conferenza tenuta da un tipo (di cui non ricordo il nome, ma insomma un professorone) all’università pare che la giusta cosa sia scrivere “dell’Aquila”, ma è possibile anche accettare la, mi pare, più moderna “di L’Aquila”. L’importante è non di’ “di Aquila” perché il nome della città è “L’Aquila” con articolo ed apostrofo. C’è pure da dire che un bel “‘sticazzi!!” stavolta non me lo leva nessuno.

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  5. damiano permalink
    5 aprile 2012 14:21

    non so perche’ ma la collaborazione tra kiske e hansen mi ricorda quella tra dickinson e smith di qualche anno fa…..vuoi vedere che ritornano negli helloween?

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  6. 5 aprile 2012 15:01

    Roberto ti stimo, per me comunque i dischi della Pasquetta saranno il nuovo Burzum (magari pasquetta tra i boschi) e per l’appunto il nuovo Freedom Call, straordinari.

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  7. sergente kabukiman permalink
    5 aprile 2012 15:33

    gravina di puglia o gravina IN puglia?

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  8. passoaprendertistasera permalink
    5 aprile 2012 17:32

    Ma sono l’unico malato,che quando parte il riff portante di Unisonic,mi viene da cantare…”sono andato alla stazione…per comprare l’eptadone….”?

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