Musica di un certo livello #6: ZGARD, SVARTBY, WILDRNESSKING, STORMHEIT

Il brutal folk degli Svartby

Kahn Harris è uno dei pochi autori che sia riuscito ad affrontare il tema del metal estremo (death, black nelle sue innumerevoli forme, thrash e, in misura marginale, grind) da un punto di vista sociologico con una certa cognizione di causa. È uno che ha definitivamente abrogato le teorie economiche per spiegare i fenomeni musicali, che ha smesso di prendere il pubblico (e non i musicisti) come oggetto centrale dei suoi studi e che ha operato in maniera netta la distinzione tra scena musicale e mercato musicale. Eppure, vuoi per ragioni personali, vuoi perché alla fine i suoi giri sono circoscritti al triangolo Svezia-Inghilterra-Israele, è uno che ha sempre colpevolmente ignorato l’enorme massa di band provenienti dai paesi più impensabili, una variegata orda senza leader pronta ad assaltare il supermercato come gli zombie di Romero. I paesi dell’ex Unione Sovietica rappresentano forse il caso più evidente di rigurgito anti-globalizzazione mosso da motivazioni ideologiche. Costretti per decenni a soggiogare alla russificazione forzata a suon di purghe, paesi come l’Estonia, l’Ucraina, la Lettonia si stanno lentamente (ri)costruendo un’identità nazionale riflessa nelle scene musicali. Ed è tutto un fiorire di gruppi pagan, folk, dai Loits agli Skyforger, dai Darkestrah alla valanga di gruppi, one man band e progetti collaterali sorti in Ucraina intorno alla figura di Varggoth. Gli ZGARD sono ucraini, suonano quel black folk pagano che tanto ci piace ma non so in che tipo di relazioni siano con Varggoth perché questa è gente che scrive in cirillico, che limita all’essenziale le informazioni da diffondere ed è già un mezzo miracolo che ogni tanto qualche anima pia su Metal Archives si metta a tradurre almeno i titoli delle canzoni nell’alfabeto latino. Fatto sta che questi nel giro di pochi mesi hanno prodotto due dischi, Spirit of Carpathian Sunset e Reclusion. Sul secondo possiamo anche soprassedere, trattasi di un noiosetto black melodico con le chitarre leggere come una piuma ed un sacco di tastiere non sempre pertinenti, spesso vicinissime al confine del pacchiano. L’altro, invece, è il classico disco folk slavo ben confezionato, con tutti gli alti e i bassi che caratterizzano ogni disco folk slavo che si rispetti e la consueta spropositata durata oltre l’ora che è requisito fondamentale per ogni buon disco folk slavo. Ad un primo ascolto questa cosa della lunghezza eterna potrebbe rappresentare un problema, il fatto è che Spirit of Carpathian Sunset è articolato come una sorta di doppio album, almeno a livello stilistico. Tutta la prima parte è assai più rilassata e luminosa, dalla metà in poi, invece, si vira più decisi verso atmosfere più cupe e per certi versi vicine al black metal. Se avete, come il sottoscritto, una certa predilezione per i Nokturnal Mortum (i primi. E pure gli ultimi. Insomma, tutti tranne quelli di Nechrist), i flauti, le atmosfere bucoliche al sapore di formaggio di pecora e borsch, gli Zgard fanno decisamente al caso vostro.

Elemental Tales è il primo disco in lingua inglese dei russi SVARTBY, quintetto di San Pietroburgo col vizio di scrivere pezzi in svedese, prima che qualcuno dalla Svezia iniziasse a fargli notare come, a volte, sia meglio imparare seriamente una lingua prima di avventurarsi nella scrittura di brani come “Vengo nel tuo calderone”. Nonostante abbiano l’ardire di definirsi “brutal folk metal”, gli Svartby incarnano la quintessenza più infantile dei primi Finntroll. Il loro è un folk che di brutale ha, al massimo, il growling di Gnofkes, il contorno è fatto di suoni e reminiscenze favolistiche e fanciullesche. Gli si può anche perdonare una certa staticità nella struttura delle canzoni, di fatto sempre identiche dagli esordi ad oggi, un po’meno la scelta dell’artwork, un’accozzaglia di personaggi usciti dalla penna di Chris Sanders (c’è Stitch, ci sono i draghi di Dragon Trainer) mal disegnati e piazzati a caso su uno sfondo verdognolo. In definitiva una discreta mezz’ora di humppa, polka e tante altre danze che nessuno di noi ballerà mai nella vita.

grim and frostbitten Sudafrica

Tutti noi abbiamo un ricordo orribile del Sud Africa, le vuvuzelas, Vittek e la finale più ridicola del più ridicolo campionato del mondo di calcio della storia. Momenti persi nelle catacombe della storia che i WILDRNESSKING tentano di aiutarci a dimenticare al più presto col loro disco di debutto, The Writing of Gods in the Sand. In realtà, è bene dirlo, la provenienza geografica è del tutto irrilevante in questo caso visto che i nostri suonano black metal moderno, quello preceduto dal prefisso “post”, che vuol dire tutto e niente. Nel caso in questione ci muoviamo sui territori battuti dai Blut Aus Nord, tanto per fare un esempio abbastanza calzante, ma potremmo citare anche i Wolves in the Throne Room o tanti altri che, partendo dal black metal ne hanno rarefatto i tempi, intrecciato voci filtrate e melodie mantenendo inalterata la carica funerea. Il salto di qualità è a dir poco impressionante se si ascoltano gli ep prodotti non più tardi di un anno e mezzo fa, quando ancora utilizzavano il monicker Heathens e si cimentavano in un black’n’roll piuttosto lineare e scolastico. Già il singolo Morning lasciava presagire la svolta, puntualmente certificata da un disco che si candida a pieno titolo come una delle uscite più significative di sempre di tutto il continente africano in campo metal.

Per i più esperti in questioni finniche gli STORMHEIT non saranno certo una novità visto che hanno già tre album alle spalle e collaborazioni varie con tutta una serie di gruppi più o meno famosi di quelle zone. Chronicon Finlandiae è il quarto disco e si presenta con una bella svastica in copertina, che sicuramente nell’iconografia dei sami dei boschi avrà dei significati di pace e amore che solo noi poveri illusi, soggiogati dalla propaganda sionista, possiamo interpretare diversamente. Scherzi a parte, a me questa cosa delle svastiche sulle copertine ha sempre causato reazioni di pietà e commiserazione. Voglio dire, pur nella consapevolezza che non è Goebbels il titolare del copyright su quel simbolo, è anche abbastanza palese che piazzarlo su un disco, con tutte le immagini ed icone possibili raffigurabili, vuol dire cercare la polemica a tutti i costi, vuol dire impiegare metà del tempo delle interviste a dire “non siamo nazisti, nella nostra tradizione la svastica ha ben altri significati. E comunque non è colpa nostra se siete ebrei”. Chiusa la breve parentesi su un tema che andrebbe trattato seriamente in separata sede, Chronicon Finlandiae è davvero un bel disco. Gronda epicità in perfetto stile Bathory e con la prima produzione di Quorthon ha in comune anche quel suono sporco ed ovattato della batteria e certe clean vocals non proprio cristalline. Più che un disco metal, a tratti quasi pare di ascoltare una vera e propria opera rock a tutto tondo che esprime i suoi momenti migliori negli intermezzi acustici. Rimane un progetto ambizioso, al netto delle ridondanze a tratti eccessive, sicuramente ancor più interessante per chi conosce i poemi dello scrittore finlandese Eino Leino, sui quali si basano i concept album degli Stormheit. (Matteo Ferri)

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