Gli ALTER BRIDGE sono uno degli ultimi gruppi da palazzetto rimasti

Avevo perso di vista gli Alter Bridge da un po’ di tempo. Avevo adorato i primi due dischi, soprattutto One Day Remains. Ero invece rimasto leggermente deluso da AB III, e avevo perso totalmente interesse da Fortress in poi.
L’uscita di questo ultimo lavoro omonimo mi ha messo la curiositè di riprenderli e vedere a che punto della loro carriera fossero. Non avevo grandissime aspettative, e così non posso dire di essere rimasto deluso.

Quello che c’è da dire su questo album è veramente poco. Ormai Myles e Mark giocano lo stesso giochino da tempo, e la cosa mi annoia in questa occasione esattamente come dieci anni fa. Gli Alter Bridge hanno trovato il loro posto, la loro poltrona, in uno spazio vuoto rimasto a metà tra il metal e il rock commerciale, e da lì giustamente non vogliono spostarsi minimamente. Troppo grandi per i club, non abbastanza commerciali per riempire gli stadi, una delle poche band a misura di palazzetto a piacere anche a un pubblico abituato al rock da classifica di Radio Freccia. Gli Alter Bridge stanno lì, e chi li ammazza a questi?

Noi non ce ne andiamo da qui

A loro deve andare benissimo così, e tutto sommato anche a noi, perché Tremonti ci sta simpatico, è un ottimo chitarrista, Myles Kennedy è uno dei migliori cantanti in circolazione, piace al pubblico, piace ai tecnici, piace ai musicisti. Che cazzo gli vuoi dire a Myles Kennedy?

Il nuovo album non si discosta da questa idee, non fa un passo avanti né indietro, resta lì, a metà tra i metallari e i fan degli Oasis. Non che sia un disco brutto, per carità. È un disco professionale, suonato bene, prodotto bene, c’è la ballata stracciamutande, c’è il pezzo cantato da Tremonti, ci sono i riff compressi. Tutto quello che serve per poter uscire a fare il tour con nuovi pezzi intercambiabili a quelli precedenti. Non aggiunge niente, non toglie niente. Ce lo facciamo andare bene. (Alessandro Colombini)

5 commenti

  • Avatar di Sam

    Esattamente. Si sono adagiati e, forse, un po’ troppo perdendo di spontaneità e quindi di originalità preferendo ad esse tecnica e mestiere. Per questo One Day Remains e Blackbird restano pietre miliari della loro carriera e vette mai più raggiunte. Gli ultimi album, seppur generalmente ben fatti e suonati, lasciano poco

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  • Avatar di Davide Cucchi

    Purtroppo, o per fortuna, erano giá maturi a inizio carriera, e la naturalezza con la quale hanno saputo piegare una mostruosa perizia tecnica al servizio delle canzoni è lì a dimostrarlo nei loro primi quattro capolavori. Rimanendo su quelle coordinate, era semplicemente impossibile progredire qualitativamente, e volerlo fare avrebbe comportato una perdita di personalità tipica di chi vuole ripetere le stesse esperienze della gioventù anche quando la freschezza, la sfrontatezza e la sana ignoranza della gioventù stessa se ne sono andate.

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  • Leonardo Feola
    Avatar di Leonardo Feola

    Beh, parto col dire che è la mia band preferita per vari motivi ecc…

    Ma c’è anche da dire che da quando hanno dato più importanza ai loro progetti solisti (quelli di Myles e Mark), loro non hanno mollato e hanno trovato modo, mettendocela tutta, di far uscire fuori un disco ononimo serio, che racchiude tutta la loro carriera ed “essenza” musicale.

    Che piaccia o meno, quelli son gusti…ma sicuramente a livello professionale non delude, senza dubbio si sono impegnati.

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  • Avatar di charlesbronzo

    Io a Miles Kennedy, vorrei dire che mi fa abbastanza cagare. Bravo, bravissimo, tecnicissimo però che palle, canta tutto uguale e non mi da nessun trasporto

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  • Avatar di Cpt. Impallo

    Ma non erano tornati ad essere i Creed?

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