Il death metal come ce lo ricordiamo: intervista a MARIANO FONTAINE di Crash Edizioni
Con Abominium. Storia del death metal italiano, da poco arrivato in libreria, il musicista e critico Mariano Fontaine ha aperto un lavoro destinato a proseguire già a luglio con un secondo volume: un progetto ampio, costruito per riportare alla luce una parte decisiva della storia del metal estremo italiano. Si parla di demo, fanzine, tape trading, sale prove, piccoli studi, gruppi amatoriali, un insieme di tentativi spesso confusi ma necessari, perché il death metal, come gli altri linguaggi estremi, non si è formato nei luoghi ufficiali della musica, ma dentro una rete irregolare di appassionati, musicisti e ascoltatori che, con mezzi limitati e moltissima ostinazione, hanno finito per costruire da soli un mondo sonoro, estetico e umano.
Noi, che quegli anni li abbiamo vissuti, siamo sia appassionati di lunga data sia testimoni diretti, che non vogliono limitarsi a rimpiangere il passato, ma che sentono il bisogno di fissare ciò che hanno visto, ascoltato e attraversato fra anni Ottanta e Novanta. Non per trasformare tutto questo in una storia da imparare a memoria e nemmeno in una versione addomesticata né rispettabile di ciò che è stato. Sarebbe il contrario di quello che ci ha portati a diventare metallari: non abbiamo mai preso nulla per buono in partenza, non abbiamo accettato valori prefabbricati, non ci siamo fidati di verità già confezionate. Abbiamo cercato da soli la nostra musica, ce la siamo andata a prendere e, in molti casi, abbiamo perfino provato a costruircela da dentro, ascoltandola, scrivendone o suonandola.
Raccontare oggi quella storia ha senso solo se resta fedele all’origine personale e spontanea della ricerca: non come celebrazione museale, ma come trasmissione di un’esperienza vissuta, concreta e irripetibile. Per questo il recupero dell’underground non riguarda solo la memoria discografica o la curiosità storica; riguarda sopratutto ciò che quella musica ha significato per chi l’ha incontrata nel momento giusto: una via di fuga, una forma di resistenza, un argine all’alienazione, alla follia, alla provincia retrograda, alla sensazione di non avere un posto nel mondo che ci circondava. Per qualcuno è stata una passione totalizzante, per altri una disciplina interiore, per altri ancora una vera possibilità di salvezza. Non è nemmeno un’esagerazione dire che, in certi casi, il metal abbia salvato davvero la vita. È anche da questa consapevolezza che prende forma la conversazione con Mariano Fontaine: per parlare del suo libro Abominium e per darci un compito paradossale: consegnare a chi viene dopo il ricordo di un mondo che non tornerà, ma che merita ancora di essere capito.
Ciao Mariano, benvenuto su Metal Skunk. Con questo incontro volevo entrare nel merito del tuo ultimo libro, Abominium. Per me è stata una lettura esaltante, perché ho rivisto gruppi che ho conosciuto a volte di persona e ho rivissuto una parte della mia vita. Secondo te, oggi, l’heavy metal, in particolare quello estremo, riesce ancora a creare un territorio vero per chi ha una certa sensibilità, oppure è soprattutto una continuità culturale col passato?
Questa domanda me l’hanno già fatta in altre forme, ma il punto che emerge è sempre lo stesso: l’heavy metal non è morto e spero non morirà mai. Il problema, casomai, è un altro: che cosa significa oggi fare metal? Che cosa significa suonarlo? Che cosa significa trasmetterlo? Dal punto di vista strumentale i gruppi di oggi sono spesso più preparati di quelli di venti o trent’anni fa; dal punto di vista filosofico, permettimi questo aggettivo, secondo me l’approccio è diverso. Noi, soprattutto in certe zone del Centro-Sud, abbiamo vissuto il metal come una lotta continua contro la società benpensante, contro le istituzioni, contro i professori di scuola, contro l’ambiente che ci circondava. Oggi invece il metal è stato sdoganato da tempo, per me già dal 1991 con il Black Album dei Metallica, e il ragazzo che comincia a suonarlo oggi parte da presupposti diversi. La domanda che mi faccio è quale sia l’essenza vera che oggi i ragazzi mettono nelle note che suonano. Non dico che sbaglino e so che posso anche essere fuori luogo, però io continuo a percepire una differenza di fondo fra il passato e il presente: i gruppi nuovi li ascolto, ma spesso non mi emozionano e forse vuol dire semplicemente che sono diventato vecchio.
Tu dici quindi che oggi il rischio è che manchino le motivazioni profonde: un gruppo può essere anche bravo a suonare, ma le premesse culturali e sociali che c’erano trenta o quarant’anni fa sono venute meno.
Sì esatto, hai sintetizzato perfettamente quello che intendo, però ti dico pure che, siccome non mi ritengo il portatore della verità assoluta, potrei assolutamente sbagliarmi. In questo momento la sento così. Io ho sempre avuto a che fare con tutti, anche con i più giovani. Per dieci anni ho gestito un negozio e, in quel periodo, ascoltavo spesso le proposte che mi portavano i ragazzi: arrivavano con un disco, mi dicevano: “Mariano, senti questo”, e io magari gli mettevo su un CD di un gruppo più vecchio, simile per attitudine o per stile, e rispondevo: “Va bene, ma tu hai sentito QUESTO?”. Quasi sempre, alla fine, mi davano ragione. Qualcosa di buono usciva, certo, ma davvero poca roba riusciva a colpirmi fino in fondo. I suoni di oggi, molto spesso, li trovo troppo artificiali, troppo plastificati: batterie finte, produzioni ipercontrollate, come quelle dei gruppi techno-death che sembrano usciti da un computer. Io vengo da un’idea molto più fisica della musica, quella del “prendi il jack e attacca il jack”, e per me quella dimensione conta ancora tantissimo. Poi ci sono anche dei gruppi di ragazzi bravissimi, tecnicamente mostruosi, con strumenti che alla loro età io non mi sarei mai potuto permettere, suoni impeccabili, esecuzioni perfette. In questo casi, tuttavia, mi chiedo quale sia il succo. Se alla fine il risultato è soltanto una copia suonata benissimo, allora per me manca qualcosa: manca una necessità concreta, manca una presa di coscienza vera rispetto a quello che si sta facendo.
Allora, veniamo al punto: perché continuiamo ad ascoltare e a scrivere di metal come quando avevamo quindici o diciotto anni, investendo ancora così tanto tempo ed energia?
Perché siamo degli eterni sognatori e idealisti. Se non fosse così, non lo avremmo fatto per tutti questi anni. Continuiamo perché ci piace, perché questa musica ci rappresenta, ci fa sentire vivi, ci permette di staccare da un mondo che non abbiamo mai sentito come nostro. E continuiamo anche perché ci piace divulgare, trasmettere agli altri quello che abbiamo vissuto. Scrivere libri come Infernum Metallum o Abominium non nasce da un progetto per vendere milioni di copie, ma nasce dall’idea di tenere vivo un ricordo e di trasmetterlo. Libri del genere non erano mai stati pubblicati e dunque andavano fatti. Se da un lato si parla di Metallica, Kiss o Iron Maiden, secondo me è giusto parlare anche delle piccole realtà: in fondo sono quelle più vicine alla nostra quotidianità e raccontano anche il fatto che di musica quasi nessuno riusciva a vivere davvero. Io stesso vengo da lì: ho fatto il metalmeccanico per dieci anni, poi ho aperto un negozio di CD e fumetti per passione, ma ho dovuto chiuderlo perché non vendeva più abbastanza; quindi ho fatto per altri dieci anni il magazziniere e solo adesso ho deciso di buttarmi sull’editoria a tempo pieno. Alla base, però, c’è sempre la stessa cosa: inseguire un desiderio, provare a evadere dalla quotidianità e differenziarsi dalla massa.
Quando hai deciso di fare questo passo con Crash Edizioni? Puoi raccontarci qualcosa?
Crash Edizioni l’ho aperta a gennaio di questo anno e da ottobre farò solo quello di mestiere, tutte le mie forze andranno lì. Pubblicherò libri che parlano di metal, ma mi piacerebbe anche aprire a qualcos’altro, se troverò testi validi: narrativa, storie metropolitane legate alla musica, racconti che abbiano dentro il sapore della strada e dei sogni delle persone. Non parlo di trap, rap o hip hop, che sono mondi molto lontani da me, per usare un eufemismo educatissimo; parlo della possibilità di raccontare la vita normale attraverso chi suona, attraverso le scene, attraverso la musica vissuta da dentro. Io, del resto, ho già scritto narrativa. I miei primi libri erano di narrativa; l’ultimo, Il giorno che non arriva mai, è anche in parte autobiografico, come quasi tutti gli altri. Vale quello che diceva Stephen King: in ogni libro c’è sempre qualcosa di te. Quel romanzo l’ho fatto uscire in autoproduzione con Youcanprint, ma non escludo un giorno di ritirarlo e ripubblicarlo sotto Crash Edizioni. Dal punto di vista operativo, la casa editrice mi sta già costando parecchio, quindi va strutturata bene. Quest’anno usciranno quattro libri, l’anno prossimo cinque, poi vorrei arrivare a sei titoli l’anno nel 2028. A luglio ci sarà il secondo volume di Abominium. A ottobre, se tutto fila liscio, uscirà l’autobiografia di Mille Petrozza (Your Heaven, My Hell – How Heavy Metal Saved Me, di Mille Petrozza e Torsten Groß), mi è arrivata la traduzione e per me, che sono cresciuto con i Kreator, è stato emozionante leggerlo, anche perché racconta l’infanzia di Mille nella Ruhr, a Essen. Poi dovrebbe arrivare anche la biografia degli Obituary, Turned Inside Out, e ho acquisito anche i diritti per i libri su Chuck Schuldiner (Born Human: The Life and Music of Death’s Chuck Schuldiner) e su Scott Burns (The Scott Burns Sessions: A Life in Death Metal 1987 – 1997), tutti e tre di David E. Gehlke editi da Decibel. Mi sono proprio svenato per portare a casa titoli del genere, ma servivano anche libri importanti per far crescere la casa editrice. Più avanti dovrebbe arrivare anche un volume sulla storia del death metal olandese, Streams of Ancient Wisdom (di Steven Willems, ristampato di recente da Cult Never Dies). Su alcuni titoli americani, però, i conti sono pesanti. Per esempio per i libri di Decibel chiedono i diritti con anticipi alti, nell’ordine dei duemila dollari, e bisogna capire bene se il gioco vale la candela. Tutti mi chiedono il libro sugli Immolation (Into Everlasting Fire: The Official History of Immolation, di Kevin Stuart-Panko), ma quello è proprio un caso da valutare, anche perché molti che l’hanno letto dicono che sia esteticamente curato, ma poco interessante per i fan veri, poco rivelatore. Io, invece, quando pubblico un libro vorrei sempre avere la curiosità, il fatto insolito, qualcosa che ti racconti quello che ancora non sai.
Tu hai una visione molto ampia di questo mondo. Secondo te tutto questo pubblicare, recuperare, fare edizioni storiche, porta con sé il rischio di trasformare tutto in un bel museo?
Spero vivamente di no. Certo, questi libri piacciono ai vecchi come me, perché ci ricordano gli anni in cui eravamo giovani, ed è normale, però io spero che funzionino come testi di riferimento utili anche per chi viene dopo, non come cataloghi o elenchi di album che si possono trovare un po’ ovunque. Non mi interessa l’approccio puramente giornalistico o enciclopedico, quello del “miglior album”, “miglior gruppo”, classifiche e statistiche. Mi interessa mettere insieme testimonianze, immagini, flyer, ricordi, materiali che facciano capire da dove sia venuto fuori tutto questo. Se nessuno racconta quella storia, poi finisce che la si immagina soltanto. Invece no: la storia l’hanno scritta quelle band e sono loro a raccontarla. Io spero che questi libri non restino roba da museo, ma che possano coinvolgere anche i nuovi arrivati. Mi piacerebbe sapere anche il tuo pensiero su questo.
Io penso che convivano tutti e due gli aspetti: come hai detto tu, bisogna che qualcuno racconti la storia, anche perché noi siamo gli ultimi testimoni diretti di quello che è successo in quegli anni lì, cioè anni Ottanta, primi anni Novanta, in cui l’heavy metal era quella specie di rock più duro che veniva dagli anni Settanta e poi dopo è diventato una musica autonoma, con il proprio linguaggio, da cui si sono inoltre sviluppati i vari sottogeneri, quindi è giusto che si racconti com’era prima, com’era dopo, come l’abbiamo vissuta. Visto che il tema è il metal estremo, i recuperi dei gruppi storici sono una cosa importantissima, perché quello che forse non è chiaro a tutti è che nel mondo del metal estremo la musica nuova nasceva non perché qualche gruppo famoso, o già noto, decidesse di cambiare strada, ma perché c’era un movimento di gruppi amatoriali che, ciascuno con la propria idea, con le proprie possibilità, stava creando un genere, anzi più generi completamente nuovi, più aggressivi, più estremi, rispetto a quello che era successo prima. È stato un movimento spontaneo, dal basso. Dall’altra parte, è vero che tendiamo a raccontarcela fra di noi e a diventare autoreferenziali, dicendo quanto era bello, quanto eravamo bravi, quanto eravamo ribelli, poi condivido con te la speranza che questo non rimanga solo come un racconto storico, ma che serva, che venga capito, che le nuove generazioni da qui possano andare avanti. Però, quando si vive un certo periodo è difficilissimo capire cosa sta succedendo veramente, è impossibile comprendere tutti gli artisti e tutti i dischi della propria epoca, mentre li si vede uscire.
Sì, sono d’accordo e poi la storia è sempre anche fatta di rivalutazioni. Pensa a Chaos A.D. dei Sepultura: quando uscì io lo presi malissimo. Non mi piacevano il suono, le chitarre abbassate, quell’impatto troppo diverso rispetto ai Sepultura precedenti. Un mio amico mi disse che stavo prendendo una cantonata gigantesca e aveva ragione: col tempo l’ho rivalutato fino a farlo diventare uno dei miei dischi preferiti. Anche questo insegna qualcosa: mentre vivi un periodo, non capisci subito che cosa resterà.
Ti consiglio di leggere il nostro speciale per i trent’anni di Chaos A.D. perché è proprio la stessa storia. Comunque, questa passione che portiamo avanti da così tanti anni può avere anche un lato meno nobile, ovvero può limitarsi a diventare una consolazione, un modo per conservare un’identità, o addirittura un culto nostalgico di ciò che siamo stati?
Sì, può esserci anche questo aspetto e in parte credo che esista, però non lo vedo come una cosa negativa. Mi sembra giusto consolarmi con una musica che, per certi versi, a me e a tantissimi altri, ha letteralmente salvato la vita, quindi se ogni tanto ci culliamo un po’ in questa cosa, va bene, in fondo ce lo siamo anche meritato. Io quella scena l’ho vissuta davvero: le fanzine, gli scambi, la scrittura, i contatti, le persone conosciute negli anni. È normale che ci sia anche un filo d’orgoglio nell’aver fatto parte di questo movimento. L’importante, però, è non farne una posa, non trasformarsi in santoni, non dire “io sono io e voi non siete un cazzo”. Quella sarebbe la cosa più sbagliata. La nostalgia e l’orgoglio possono starci, purché non diventino autoconsacrazione, che nel nostro mondo proprio non ci deve essere. Negli anni del negozio, come ti ho detto, io parlavo volentieri anche con i ragazzi più giovani: mi interessava capire che cosa ascoltassero, che cosa cercassero, io ho sempre cercato di capire tutto ed era chiaro che anche i più giovani alla fine cercassero la musica del passato. Quindi sì: possiamo pure cullarci un po’, ma senza diventare petulanti, né professori di chissà quale accademia.
Hai raccontato il black e il death metal italiano, sei un testimone diretto della scena, quindi dell’underground. Ma esiste ancora l’underground?
Se mi fai questa domanda è perché sei un vecchiaccio come me e pensi che quell’underground non ci sia più…. Scherzi a parte, in realtà penso di sì, però bisogna intendersi su cosa vogliamo dire con “underground”, perché oggi ha un significato, mentre all’epoca era un’altra cosa. Quando facevo le fanzine, prima ancora di scrivere, dovevo contattare la gente per via epistolare, spendere soldi in francobolli, sperare che le lettere tornassero indietro o arrivassero davvero. Ricevevo demo e cassette, li ascoltavo dall’inizio alla fine; non era come oggi, che in trenta secondi di file puoi già passare oltre. Preparavo le domande, le spedivo, aspettavo le risposte. Poi andavo dall’amico che aveva la stampante ad aghi, e lì si cominciava a ritagliare, impaginare, incollare, poi fotocopiavo e spedivo di nuovo. Per le interviste telefoniche avevo il registratore portatile con le cassette. Per non parlare dei francobolli riciclati… mia madre trovava il lavandino piano di francobolli a mollo, perché si doveva squagliare la colla… vabbè lasciamo stare. Ecco, quello, per me, era underground.
In effetti, trent’anni fa bisognava alzarsi fisicamente e andare da qualche parte per fare qualunque cosa: una fanzine, un demo, una copertina, una fotocopia, una registrazione. Forse è anche per questo che oggi molti avvertono uno scollamento fra i mezzi a disposizione e l’intensità di certi contenuti.
Oggi è tutto molto più semplice: computer, mail, webzine, tutorial per ogni cosa, connessioni veloci, registrazioni fatte in casa a livello più che buono. Il rapporto con la fatica che si aveva un tempo era diverso, però non per questo direi che l’underground sia morto: finché ci saranno gruppi che suonano con passione in cantina, sui palchi scalcinati, nei centri sociali o in qualsiasi buco pur di portare la propria musica, l’underground esisterà. Abbiamo già detto che prima era tutto più duro, più lento, più artigianale, forse era anche più romantico, perché l’abbiamo vissuto così, ma non per questo era migliore: era solo più faticoso. Oggi è molto più facile fare underground, e i ragazzi fanno bene a usare i mezzi che hanno. Sarebbe assurdo rimpiangere la candela quando c’è l’elettricità.
Con Abominium hai scelto di raccontare il death metal italiano in forma storica. Cosa emerge da questa tua indagine, cosa hai ricostruito?
In fondo emerge molto di quello che ci siamo detti fin qui. Ho trovato una grande voglia di fare e poca professionalità, ma non per mancanza di idee: per mancanza di mezzi. Se un demo suonava male, spesso era perché chi stava in studio non capiva niente di metal e non sapeva registrare chitarre e batteria in quel modo. Questo ritorna continuamente nei racconti delle band, poi nei protagonisti del secondo volume le cose per fortuna almeno in parte cambiano. Ho trovato anche un’Italia che non aveva una vera identità unitaria nel death metal. E questa, lo dico sinceramente, è una conclusione un po’ triste: noi non abbiamo avuto una “scuola italiana” del death metal come hanno avuto in Finlandia, in Svezia, in Grecia o in Norvegia. Abbiamo avuto tantissimi gruppi belli, ma molto scollegati tra loro. Non esiste un suono per cui tu possa dire subito: “Ecco, questo è death metal italiano”. È stato un viaggio bellissimo da fare, c’è un’enorme ricchezza di realtà, ma non c’è stata una sintesi stilistica nazionale, lo dirò alla fine del secondo volume. Le condizioni erano diseguali, i mezzi scarsi, e il risultato è stato un panorama bellissimo ma molto frastagliato. E tu cosa dici?
Questa frammentazione era inevitabile: i gruppi guardavano a ciò che accadeva nel mondo e cercavano di rifarlo a modo proprio, ciascuno nella propria realtà e separato dagli altri, perché le distanze geografiche dividevano fisicamente, poi condividere musica era difficile, per non parlare degli spazi inesistenti per suonare metal, estremo o no. Tutti questi ostacoli hanno avuto l’effetto di tenere separata anche la varietà stilistica. Ma c’è invece qualche elemento ricorrente che hai trovato tu?
Dal punto di vista strettamente musicale, all’inizio l’elemento comune era soprattutto il growl: la voce diversa, aggressiva, il modo di porgere che segnava la distanza da ciò che era venuto prima. Per il resto, all’inizio molte band suonavano ancora con accordature abbastanza normali; l’abbassamento sistematico è arrivato dopo. C’era poi tutta un’iconografia: le magliette, le scarpe, i capelli davanti agli occhi, un certo modo di stare al mondo che faceva parte del death metal tanto quanto la musica.
In un periodo così ampio, quando finisce secondo te la fase pionieristica del death metal italiano?
Bisogna collegarsi a quello che racconto nel secondo volume, perché è lì che la trasformazione si vede bene: nel primo restano ancora i pionieri, anche quando qualcuno di loro prosegue più avanti. Penso ai Sadist, ai Gory Blister, ai Novembre, ai Natron: gruppi che hanno aperto delle strade e poi hanno saputo andare oltre. Ma il vero spartiacque arriva quando, nella seconda metà degli anni Novanta, compaiono band che entrano in una dimensione più strutturata. Adesso non possiamo nominarli tutti e me ne scuso in anticipo, però gruppi come Cadaveric Crematorium, Corpsefucking Art, Methedras, Dark Lunacy, Blasphemer, Hour of Penance ed Embryo più avanti, ecco per questi e per gli altri del periodo arrivano contratti con etichette importanti, studi migliori, promozione più efficace, tournée all’estero, contatti più solidi con il mercato internazionale. Lì il death metal italiano sale di livello, smette di essere solo spirito amatoriale e va verso una professionalità vera. Senza nulla togliere ai pionieri, che restano fondamentali, è chiaro che quella seconda ondata ha avuto strumenti diversi, quindi ottenuto risultati diversi e questo cambia tutto. Ci sono poi anche gruppi che, ascoltati oggi, fanno impressione per quanto avrebbero potuto fare con mezzi migliori. Pensa a certi demo eccezionali, citiamo ad esempio il secondo demo degli Excidium, Virus Tenebrarum: era maestoso, ma loro erano di Termoli: se fosse stato registrato in condizioni adeguate, avrebbero potuto fare sfracelli e, invece, erano inchiodati alle condizioni materiali dell’Italia di allora.
Scrivere la storia di questa musica significa lavorare su fonti di varia natura: demo ancora reperibili, altri introvabili, fanzine disperse, volantini, lettere, ricordi personali. Quanto è stato difficile mettere insieme fonti così eterogenee senza perdere rigore?
Tantissimo. Prima di tutto serve passione: senza quella, un lavoro simile non lo affronti. Poi serve metodo. Io sono partito dalla stessa impostazione già usata per Infernum Metallum: ho ripreso più di 250 fanzine che avevo conservato dagli anni degli scambi, mi sono rimesso a leggerle, ho recuperato interviste, recensioni, materiali sparsi. Ho cercato di ricostruire tutto quello che si poteva ricostruire attraverso ciò che restava. C’è poi un vero buco nero: i primi anni di internet, perché le prime webzine sono scomparse quasi tutte e con loro si è perso tantissimo materiale. Solo più tardi sono arrivate realtà più strutturate, rimaste online in modo stabile. In mezzo, moltissimo è evaporato. Dopo quel lavoro preliminare ho incrociato le fonti, ho visto quali gruppi ricorrevano di più nelle fanzine, quali avevano davvero lasciato tracce, quali andavano recuperati perché altrimenti sarebbero spariti del tutto. Ho usato anche Metal Archives come riferimento di base, perché in questo ambito è una specie di bibbia condivisa. Da lì ho messo dei paletti: non potevo raccontare tutte le oltre 3500 band italiane passate dal death metal, sarebbe stata una follia. Ho quindi ristretto il campo, guardando soprattutto ai gruppi che avevano almeno una discografia significativa, ma tenendo conto anche delle demo-band che nelle fanzine dell’epoca erano state davvero importanti. L’ultimo filtro è stato il ricordo: cioè il peso che certi gruppi avevano avuto nel momento in cui li vivevi. Se un gruppo, anche con poco materiale, era stato centrale in quel periodo, andava comunque considerato. In totale sono stati circa due anni di lavoro: studio delle discografie, contatti con le band, raccolta delle risposte, tagli, riorganizzazione. Avevo talmente tanto materiale che ho preferito dividere tutto in due volumi, anche per non sacrificare troppo le immagini. A me piace mettere molte foto, flyer, materiale d’epoca: vengo dalle fanzine, quindi ho proprio bisogno che la pagina racconti anche visivamente ciò che sta raccontando il testo. Non credo che potrò fare un lavoro di questo tipo su un’altra scena, per esempio sul thrash metal italiano: sarebbe di una complessità enorme.
E, visto che ti sei occupato sia di black metal sia di death metal, quali differenze hai riscontrato fra queste due scene?
Fra black e death metal ho notato differenze nette soprattutto sul piano umano. Paradossalmente, nel mondo black ho trovato persone molto cordiali, forse anche perché ormai sono passati tanti anni e certe posture giovanili bellicose si sono smussate. Però rimane una differenza di attitudine: nel death metal ho percepito molta più socialità, più movimento, più unione nella scena; molti gruppi death si aiutavano reciprocamente, per esempio quando si spostavano da Sud a Nord per suonare, si incontravano spesso, condividevano palchi e percorsi. Nel black, storicamente, c’era più chiusura, più diffidenza, più antagonismo interno. Questa differenza si sente chiaramente.
All’interno della realtà italiana, hai trovato qualche legame fra musica e territorio? In altre parole: pesano di più le differenze geografiche oppure il quadro resta, nel complesso, molto simile ovunque? Per fare un esempio, molti ricordano la realtà della Sicilia, che era molto ricca di personalità e di gruppi.
Le difficoltà esistevano in ogni angolo della penisola. I ragazzi del Molise, per esempio, erano confinati nel Molise; per muoversi dovevano farsi un mazzo enorme. E questo valeva, in forme diverse, un po’ ovunque. Certo, nelle grandi città del Nord potevi avere qualche possibilità in più, qualche visione più moderna, qualche struttura più pronta. Ma nei piccoli centri, soprattutto nel Sud, muoversi era durissimo. Sulla Sicilia hai ragione: ci sono state realtà importanti, gruppi notevoli, personalità forti e qualcuno mi ha raccontato perfino di avere trovato più spessore culturale legato al metal nella Catania di metà anni Ottanta che nella Roma dello stesso periodo, vista come più mainstream che underground. Però, anche lì, io continuo a vedere soprattutto piccole isole, non una vera “scuola siciliana” o una scena compatta nel senso forte del termine. Succedevano cose importanti, sì, ma restavano spesso nuclei locali, bellissimi e vitali, senza trasformarsi in un’identità collettiva davvero unificata.
Grazie Mariano, un brindisi per chiudere questo incontro e un grande in bocca al lupo per tutte le tue novità. Stay Abominium!
Stay Abominium a tutti voi, grazie per la chiacchierata e alla prossima.
(Stefano Mazza)





