Avere vent’anni: SUMMONING – Oath Bound

Questo disco porta con sé una maledizione tremenda che lo rende inevitabilmente uno dei meno ascoltati della discografia dei Summoning. La maledizione è l’ultima traccia, Land of the Dead, superba dimostrazione che l’uomo porta con sé un’impronta dell’immensità divina. Ogni volta che si va ad ascoltare Oath Bound si finisce sempre per rimettere Land of the Dead a ripetizione, senza mai riprendere tutto il disco dall’inizio. Comprendo che sia una maledizione che moltissimi vorrebbero avere, ma nei rarissimi casi in cui succede diventa davvero difficile concentrarsi sul resto del disco, o addirittura ricordarlo.

E allora, facendo lo sforzo supremo di parlare di Oath Bound senza concentrarsi sulla sua magnifica conclusione, si può dire che il disco fonde le soluzioni del predecessore Let Mortal Heroes Sing Your Fame con quelle dell’ancora precedente Stronghold, il quale rappresentava la vera svolta dei Summoning, che dopo i minimali Minas Morgul e Dol Guldur affrontavano le proprie tematiche con un approccio più complesso, affidandosi a corpose armonie di tastiere e puntando su un’atmosfera maggiormente eterea. Tutto questo è ripreso in Oath Bound, che però mantiene il sublime lavoro sulle ritmiche di LMHSIF, così che tutto è segnato da quell’andamento marziale diventato una caratteristica strutturale del duo austriaco. L’album, a parte l’intro, è suddiviso in sette tracce effettive talmente lunghe e stratificate da costituire dei capitoli ben suddivisi, e la durata media è la più alta di tutta la discografia dei Summoning, dato che i pezzi vanno dagli 8 ai 12 minuti ciascuno, per una durata totale di quasi 70 minuti. A parte la suddetta Land of the Dead, le cui melodie risuoneranno nei nostri cuori e nelle nostre menti finché saremo in grado di respirare, gli altri pezzi puntano più che altro a costruire un’atmosfera, e nessuno spicca sugli altri in modo particolare – e questo è un ulteriore punto di contatto con Stronghold, altro disco che tende alla visione d’insieme. Si sta parlando comunque dei Summoning, quindi le varie Across the Streaming Tide, Menegroth e Beleriand farebbero la parte del leone in qualsiasi disco di uno qualsiasi dei tanti gruppi che da loro hanno preso ispirazione. Vale poi la pena citare Mirdautas Vras perché pare che sia la prima canzone della storia il cui testo è tutto nel linguaggio nero di Mordor.

E questo è per quanto riguarda il resto del disco. Se poi si vuole parlare di Land of the Dead, ho paura che le parole non bastino; o quantomeno questo è il classico caso in cui si rischia ugualmente di parlare troppo o troppo poco. L’unica cosa che resta da fare è ascoltarla, e riascoltarla ancora, perché non c’è davvero altro che valga la pena fare. (barg)

UPON THE PLAIN
THERE RUSHED FORTH AND HIGH
SHADOWS AT DEAD END OF NIGHT
AND MIRRORED IN THE SKY

FAR FAR AWAY
BEYOND LIGHT OF DAY
AND THERE LAY THE LAND OF THE DEAD
OF MORTAL COLD DECAY

Un commento

  • Avatar di Bonzo79

    me lo hanno regalato qualche mese fa e lo ho riascoltato dopo parecchi anni. me lo ricordavo bello, ma non COSI’ bello. una meraviglia

    "Mi piace"

Lascia un commento