La solita solfa dei SAOR: Amidst the Ruins
Coi Saor ho sempre avuto un rapporto un po’ strano. I loro dischi li ho ascoltati tutti, ma non sono mai riuscito ad apprezzarli fino in fondo, eccetto uno. C’è sempre stato un qualcosa di non ben definito che li ha sempre resi ai miei occhi un po’ superflui e inoffensivi, nonostante suonino un certo tipo di musica che in generale apprezzo non poco. Dal punto di vista del concept lirico e visivo è indubbio che i Saor siano un progetto figo e di un certo livello: fanno video quasi sempre della madonna e tutti molto simili, con carrellate di Highlands scozzesi come se non ci fosse un domani, le liriche incentrate su antiche tradizioni della loro terra natia hanno un loro perché e il loro caledonian metal (o, facendo meno gli sboroni, folk black atmosferico) piace più o meno a tutti, anche se la solfa dopo tredici anni di attività è più o meno sempre la stessa.
I problemi di questo Amidst the Ruins (ma in generale allargherei il discorso proprio ai Saor) nello specifico sono due, e in qualche modo si collegano uno all’altro. Spesso mi capita di ascoltare di ascoltare dischi metal in sottofondo mentre sto facendo altre cose o comunque non sono mentalmente concentrato al 100%. Questo con il lavoro in questione non lo puoi fare perché, fidatevi, arrivi alla fine e ricordi poco o nulla di quanto ascoltato. L’unica è The Sylvian Embrace, ma semplicemente perché non c’entra nulla col resto del disco essendo tutta acustica, e sarebbe stato un brano anche tutto sommato piacevole, se fosse durato la metà dei suoi oltre otto minuti. Se invece ti piazzi a casa in totale relax immergendoti totalmente nella loro musica senza pensare ad altro le cose cambiano in meglio, anche se resta quello che è il secondo problema, che riguarda il binomio struttura-durata delle canzoni: queste ultime sono troppo lunghe, con troppi riff che si ripetono ciclicamente in uno schema che è sempre il medesimo; sfuriata di black atmosferico, momenti più riflessivi con solite scopiazzature Alcest annesse e intervento immancabile di quel cazzo di flauto a fischietto che alla fine comincia a risultarti fastidioso per la sua onnipresenza. Un discorso che, ripeto, in realtà si può allargare un po’ a tutta la discografia del factotum Andy Marshall e dalla quale escludo solo Forgotten Paths, che ha dei pezzi talmente belli da farti dimenticare dei difetti cronici del gruppo.
Amidst The Ruins alla fine non è neanche un disco brutto (Rebirth in particolare è un gran bel brano) e piacerà di sicuro a chi ha sempre apprezzato gli scozzesi, ma la sensazione, almeno ai miei occhi, è sempre quella di un gruppo che se ne sta bello caruccio nella sua comfort zone senza mai spiccare il volo definitivo. (Michele Romani)


Io ho ascoltato solo un pezzo che non mi era dispiaciuto affatto, sempre molto in linea con i lavori precedenti, ma per me non è per forza un difetto, il gruppo lo apprezzo, ma non è mai andato oltre, preferisco decisamente Ruadh per rimanere in terra scozzese
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Forgotten Paths quello che a me piace di meno…
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Che poi la copertina è “Reader of the runes – rapture” degli Elvenking di spalle, senza fuocherello sul bastone :)
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Li ascolto , mi viene in mente Braveheart, mi commuovom
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