Piangersi addosso con ENCHANTMENT e MOTHER OF GRAVES

Oggi parliamo di nebbiose brughiere, cimiteri abbandonati e umidità: non è un’introduzione a un giro turistico nella Bassa Padana ma un excursus su due gruppi che rievocano le antiche gesta dei grandi del doom anni Novanta. Cominciamo con gli ENCHANTMENT da Blackpool, che gli anni Novanta li avevano vissuti in prima persona, dato che il loro finora unico album, Dance the Marble Naked, era uscito nientemeno che nel 1994. Se non li avevate mai sentiti prima d’ora penso sia soprattutto a causa della terrificante voce del cantante, che è riuscito ad affossare non solo il disco in sé ma probabilmente anche la fortuna del gruppo, scioltosi poco dopo. Nello scorso giugno però tutti gli amanti della sacra triade del doom inglese avranno potuto esultare, perché a distanza di ventotto anni gli Enchantment hanno fatto uscire il loro secondo album, e cioè Cold Soul Embrace, che riparte esattamente da dove era finito quel Dance the Marble Naked. Il tono del disco è sempre lo stesso, quindi doom inglese di metà anni Novanta con in più i primi Cradle of Filth che fanno capolino qua e là, specie in alcune linee vocali. La buona notizia è che la voce è molto migliorata, e quindi i quasi tre quarti d’ora scorrono senza troppe bestemmie. Un’ottima occasione per rituffarsi in quelle disperanti atmosfere e per riscoprire un gruppo che, da ogni punto di vista, può vantare un diritto di prelazione su tutti gli imitatori formatisi l’altro ieri.

L’altro gruppo a farci entrare un bruscolino nell’occhio sono i MOTHER OF GRAVES, americani di Indianapolis nonostante il nome derivi da Kapu Mate, una divinità lettone protettrice dei cimiteri. Si autoproducono e non hanno alcuna casa discografica alle spalle, ma sono riusciti a entrare nelle grazie di Dan Swanö che li ha aiutati in fase di masterizzazione sia per questo debutto Where the Shadows Adorn sia per il precedente EP In Somber Dreams, peraltro spettacolare e forse anche lievemente superiore a questo full. Descrivere i Mother of Graves non è complicato, perché la loro particolare forma di doom non si sposta di un millimetro dalle coordinate tracciate a metà anni Novanta dai gruppi soprattutto svedesi (specialmente Katatonia) ma anche inglesi (specie Anathema) dell’epoca. E, ovviamente, il tocco del gran maestro Dan Swanö si sente tutto. Certo, chi cerca un minimo di originalità rimarrà ovviamente deluso; i Mother of Graves sono spudoratamente ciò che si può definire gruppo di imitazione, ma direi che nel a questo punto non si pone neanche il problema: anche gli In Grief sono un gruppo di imitazione, eppure il loro An Eternity of Misery aveva raggiunto la vetta della mia personale classifica del 2022. Il solito plauso al nostro Paolo Girardi per la copertina. (barg)

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