Recuperone di fine anno vol. 6: impressioni di dicembre

Dicembre, andiamo, è tempo di bilanci e di scadenze non procrastinabili. Tipo quella fissata dal Barg per le classifiche di fine anno. Pur avendo cominciato in largo anticipo coi recuperoni, parecchia roba finisce inevitabilmente per restare fuori. È un problema di tempo, semplicemente. Nonostante tutto l’impegno, mi sono reso conto che qualche uscita italiana ghiotta mi stava sfuggendo. E quest’anno di uscite italiane di gran livello ce ne sono state eccome, per cui spero di essere scusato se per queste mi sono ridotto all’ultimo, senza troppo tempo per far sedimentare gli ascolti. Più che recensioni quindi, le prossime saranno forse prime impressioni. Non so quanto influirà il fatto che dicembre, con le sue feste ipocrite, mi accentua sempre il senso di fastidio e misantropia.

Misantropia, fastidio, rabbia, desolazione, maledizioni, bestemmie. Praticamente il momento dell’anno perfetto per mettere su gli HATE & MERDA, che in Ovunque Distruggi sfanculano già col titolo il circolo buono della musica italiana. Con un titolo come Andrà Tutto Muori sfanculano gli ultimi due anni di retorica e ottimismo comprato. Il terzo disco dei fiorentini continua a scavare il solco iniziato dal precedente La Capitale del Male (capito da dove Ciccio ha preso ispirazione?) di sei anni fa. Ovunque Distruggi forse non ne eguaglia il livello, forse è venuta meno la sorpresa (relativa, L’Anno dell’Odio era già stata una bella botta), ma è comunque un calcio sui coglioni che fa un gran male. È ancora un vomito di maledizioni e sproloqui nerissimi di noise, post-hardcore e sludge. Ma non si parlava ancora di sludge quando le nostre cantine di provincia vomitavano questi suoni, il decennio passato e quello prima ancora. Penso a Dead Elephant (che non cito a caso, visto che gli H&M gli assomigliano nei tratti più sperimentati), Putiferio, Lucertulas e altri ancora. Non si parlava di sludge anche se il legame c’era già. Solo che forse ci si ricordava ancora meglio della specificità italiana, della storia recente, del vecchio hardcore e della desolazione dei Massimo Volume. Anzi, un pezzo come La Processione della Madonna dei Porci, proprio dei Massimo Volume, è ancora la pietra di paragone con cui misurare il livello di disperazione di brani come Zoster e Un Coltello Sotto il Letto Divide il Dolore in Due. Pure Sotto Voce parrebbe un numero di Lungo i Bordi, ma l’iconoclastia degli Hate & Merda è più intransigente di quella di Emidio Clementi. Parlato di riferimenti e confronti, ok, ma senza togliere nulla alla personalità degli Hate & Merda, che sono semplicemente i migliori tra quelli che portano avanti un certo modo di suonare e imprecare lungo lo Stivale. L’Italia peggiore. Se poi non è la vostra cosa, avete torto voi.

Quello dei GRIEFBRINGER è un esordio, anche se poi è gente che ha suonato in Monumentum, Schizo, Haunted. The Horrible Wilting è doom sulfureo, su tempi ovviamente lenti, con voci principalmente distorte e passaggi più psichedelici. Sul pulito la voce si rifà a certo grunge e blues. Sul resto l’urlo è sludge. I riff marci, forse più sul versante gotico e death del doom, tipo quello che quest’anno ci hanno fatto sentire i Come to Grief. Disco piuttosto omogeneo, ai primi ascolti anche pesante. Il tono compiaciuto nelle parti debitrici degli Alice In Chains non mi convincono. Molto meglio invece quando è l’urlo a guidare nel fango. Ne vengono fuori momenti intensi, come in Disfigurement, che appesantisce il discorso venendo subito dopo il pezzo iniziale, meno scuro. O in The Creeper, che chiude il disco è ne è forse l’episodio migliore. Devo dire che il primo ascolto dell’album non mi aveva entusiasmato, ma poi ho iniziato a restare afferrato a certi passaggi, certi riff o certi urli, e ho iniziato a riconoscere la sostanza del disco. La sostanza è che ormai il doom sta diventando un prodotto tipico da esportare. E i Griefbringer si aggiungono alla lista delle band italiane che in questi anni si stanno facendo notare al pubblico di quelli che amano i caproni e i riff lenti.

Un po’ di campanilismo. Che poi è strano che io, nato e cresciuto nel Lazio da famiglia marchigiana, parli di campanilismo per i WARMBLOOD di Lodi, anche se mi sono stabilito da due anni in un paese alle porte della città lombarda. Non che abbia sviluppato ancora particolare senso di appartenenza, ma il concept di Master of the Dead è di quelli che di sicuro aiutano a svilupparne. Il disco è chiaramente incentrato sul lavoro dell’illustre concittadino Paolo Gorini, stimato scienziato, perfezionatore di forni crematori, nonché sviluppatore di una tecnica (oggi perduta, credo) per la pietrificazione dei cadaveri. Nell’Ottocento si usava così. Per poco non gli riuscì il colpaccio di fermare la decomposizione di Mazzini. Se capitate in città date un’occhiata agli orari di apertura della sua “collezione”. Ne vale la pena. Con un simile concept, il genere dovrebbe esservi chiaro: death metal dai tratti brutal e gore. Genere che, anche se il disco è uscito in primavera e me ne sto occupando agli sgoccioli dell’autunno, a me fa pensare al caldo assolato, ai calzoni corti ed alla spensieratezza, perché colonna sonora delle scorribande verso festival estivi in Europa orientale attorno a cui ero solito pianificare le ferie negli ultimi anni di vita da scapolo. Non solo frattaglie e squartamenti, comunque. Diversi passaggi melodic death a me sembrano ispirarsi a Michael Amott quando era ancora un tipo a posto. Tipo in Putrefaction Idiosyncrasy. Comunque il corpo che stiamo vivisezionando è fondamentalmente brutal, ortodosso, cazzuto. E Master of the Dead è colonna sonora ideale per una visita a Lodi (la città offre pure in una chiesetta anonima e decentrata un’esposizione di teschi e ossa di soldati francesi e austriaci portati dell’Adda sulle sponde cittadine nel settecento). Contattatemi e vi offro consigli anche per la cena e la birretta serale.

Coi MISCREANCE siamo invece più in quel territorio in cui il thrash tecnico si fa death progressivo. Convergence puzza di anni ’80 che è una meraviglia, anche se i quattro (da Veneto e Toscana, riporta Metal Archives) sono all’esordio. In particolare si sente a tratti ben evidente l’ombra benevola di Chuck Schuldiner. Sempre sia lodato. Anche Beneath the Remains ci si risente in alcuni momenti (quelli più “dritti”) ed è un bel sentire. Poi colleghi più esperti di me in campo thrash e death possono trovare sicuro altri riferimenti. Non so dire però quanto sia una questione di revival o ortodossia, l’importante è che questo disco suona tutt’altro che plastico. La batteria sembra batteria, le chitarre sembrano chitarre. Tantissime evoluzioni ritmiche, la tecnica non è proprio un problema per i Miscreance. Al growl provvede il batterista, che nel frattempo si dà un gran daffare. Convergence non ha praticamente cali di tono. Anche se poi, come in No Empathy, ci sono momenti molto suggestivi. Gran bel disco. Credo possa crescere con gli ascolti, ma ve l’ho detto, il Barg chiama, bisogna preparare le classifiche. E quindi io i Miscreance ve li consiglio. Poi fate voi. Io intanto me ne vado in vacanza. (Lorenzo Centini)

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