Recuperone di fine anno vol. 5: american heavy psych edition

L’America è un grande Paese. O almeno credo. Io non ci sono mai stato. Pare un gran casino: se ho capito bene quando compi diciott’anni puoi finalmente comprarti una birra e/o un fucile da guerra mostrando la patente. Fantastico. Generalizzo. Però di musica americana ne sento ovviamente a quantità industriali. Ok, pure cinema e altro. Ma in musica se la vedono loro e gli inglesi, tutti gli altri stanno indietro. Parlo di certa musica, chiaro. Questa volta quindi recupero solo dischi americani e solo dischi di quel campo che, finito lo stoner (perché è finito), viaggia tra rock, hard rock e psichedelia. Già, la psichedelia. Gli americani ne sanno qualcosa. Ecco allora gli ultimi dischi di Clutch, Stone Axe, Elder e King Buffalo. Noi vi proponiamo la colonna sonora, voi poi viaggiate come volete.

La cosa migliore che i CLUTCH sanno fare, e la fanno maledettamente meglio di centinaia di band, è scrivere la canzone che deve aprire un loro disco. Mai una volta che ne sbaglino una. Tutte bombe. Sunrise on Slaughter Beach parte con Red Alert (Boss Metal Zone). Solo per il pedale citato nel titolo, simpatia conquistata. Ma il pezzo, appunto è una bomba. La solita bomba dei Clutch. Poi, come ho avuto modo di dire di recente, non è che apprezzi tutto lo spettro che dispiegano nel corso di un album. Con la parte più boogie, o addirittura rhythm’n’blues, mi distraggo presto. C’è pure una vena di psichedelia, già la noti in copertina, col guerriero indiano/urbano/alieno, ma anche in certi tratti e dettagli. A un certo punto appare pure un theremin. A parte i dettagli, Slaughter Beach ha anche altri pezzi forti. A me piacciono molto We Strive for Excellence e Nosferatu Madre (a proposito, che lingua è?). La prima stoner punk, la seconda più scura, calda ma anche gotica. Giustamente, il titolo. Chiaro, anche Slaughter Beach, il singolo. Dura, sincopata, ma calda, coi cori blues femminili. Su questi binari i Clutch possono continuare all’infinito, e non è detto che non finiranno per farlo. Il  pubblico, lo abbiamo visto, ce l’hanno. Piuttosto nutrito e soprattutto fedele. Sunrise on Slaughter Beach non ne avrà deluso manco uno, dei fan. Perché in fondo dentro c’è qualche spezia un po’ diversa, qualche piccola variazione o deviazione. Ma alla fine è quella cosa lì. Io di dischi loro non ne possiedo nemmeno uno (ahi, l’ho ammesso) ma se un giorno dovessi trovarmi negli USA, magari in una di quelle belle province lì, come souvenir credo proprio che entrerei in un Walmart a comprarmi un loro disco. Solo che è più probabile che la scelta ricada su Psychic Warfare, su Earth Rocker o su Robot Hive / Exodus che su quello di quest’anno.

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Stay of Execution degli STONE AXE anche ha un bel difetto, bello grosso: Fell on Deaf Ears, la canzone di apertura, è talmente cazzuta, talmente figa, che accusi il colpo già alla seconda. Canzone troppo giusta, come direbbe qualcuno, fosse un mondo migliore sarebbe in rotazione pesante sulle radio rock, invece che certe pantomime senza arte né parte. Perché gli Stone Axe sono puro revival anni ’70, proto metal, hard rock, quella roba lì. Ed effettivamente avrei potuto e dovuto forse parlarne quando abbiamo affrontato effettivamente quelle sonorità. Non ricordo perché li abbia tralasciati, ma l’importante è non esserseli persi. Stato di Washington, voce calda e roca e uno stile che non sa cosa sia successo dopo il ’79. Dicevo, il problema è avere un inizio così incendiario, che poi se ci metti subito dopo un mid-tempo e un blues lento, pure molto belli, la foga la sprechi subito. Strana scelta, ti viene da dire. Il punto è che il disco è composto di otto tracce e due lati antisimmetrici. Entrambe iniziano col pezzo duro, ma poi il resto viaggia con tempi e distorsioni meno serrati. Fatemi citare l’altra bombetta che risponde al nome di Metal Damage. E il nome dice tutto. Qui l’hard rock anticipa di poco il metallo e ti sbatte in faccia riffoni e batteria martellante. Chiaro che fosse tutto su questi livelli avremmo un disco bomba. Questo però perché noi amiamo la musica che ti prende a schiaffi e ci mettiamo un po’ ad acclimatarci quando invece ci si lascia il tempo di respirare. Poi però ti rendi conto che Stay of Execution, semplificando, parte con la pezza, ma l’anima risiede per davvero in ballate folkeggianti e blues o in numeri hard rock gentili e solari come l’altra ottima King of Everything, in cui gli Stone Axe paiono ancora di più i Free. E a me i Free piacciono da morire. Oppure, come in Deep Blue e The Last Setting Sun, sono i Deep Purple Mark III (o i primissimi Whitesnake) i veri modelli. Vabbè, abbiamo capito, non c’è da farne un’analisi dettagliata. Se amate l’hard rock degli anni ’70, qui ne trovate di ottima fattura. Gran bel disco, per rimastoni, ma con gusto.

Non mi pare siano mai stati “coperti” su Metal Skunk gli ELDER, ed è un peccato. Non so perché mi ostini a pensare siano tedeschi. Forse per la recente liaison coi Kadavar che, ammetto, ho perso. Invece gli Elder sono del Massachusets e suonano uno stoner liquido, diciamo forse meglio heavy psych, gentile, visionario, leggiadro, avventuroso. Se li conoscete già sapete esattamente a cosa andate incontro con Innate Passage. Se non li conoscete potete benissimo partire da qui. Anzi, dovete. Media dei brani sopra i dieci minuti l’uno. Voci pulite, poche. Chitarre tantissime, intrecci, riflessi solari, una generale positività che no, amici miei, non deve spaventarci. Il terreno di gioco assomiglia tantissimo a quello dei Weedpecker, che abbiamo lodato smisuratamente a inizio anno. I quali però sono polacchi. Pure il Massachusets non sarà la California. Però lo sembra. La capacità degli Elder di tirare fuori dischi così belli e floridi ha qualcosa di impressionante. Stavolta forse un po’ meno pesanti di prima, ma non era la pesantezza la cifra stilistica peculiare. Anche se Lore e Reflections of a Floating World restavano in fondo zeppi di passaggi molto più stoner di questo qui. Se vi capita non perdeteveli dal vivo. Tre anni fa al Legend furono grandiosi. Quest’anno invece ho mancato anche loro. Poi parlare di un disco del genere ha poco senso. Come costringervi ad ascoltarlo se non è nelle vostre corde. Ma poco poco lo fosse… Poco poco lo fosse questo sarebbe un ennesimo capitolo in cui perdersi. E gli Elder restano la band “da battere” in campo di psichedelia heavy. Viaggione.

Le coordinate non cambiano tantissimo con Regenerator, disco con cui i KING BUFFALO danno seguito ai due dell’anno scorso. E di questi sì che ne ve avevamo parlato. Le logiche e le progressioni si fanno però più matematiche, algebriche, quasi meccaniche. Motorizzate. Intendo dire che le dinamiche sono meno fluttuanti e più messe su un binario dritto, a velocità costante, con una locomotiva che batte il tempo, costante. Ovvero il Motorik teorizzato dalla nazione kraut negli anni ’70 applicato allo psych americano. Che in Mercury rifrange dettagli e sfumature ma sotto il ritmo pulsa, costante, incessante. Che in Hours trascina un riff più stoner legandosi così idealmente al robot rock dei QOTSA, e non è dato sapere se si tratti di un’influenza diretta o di un risultato analogo ottenuto partendo da ingredienti differenti. Mammoth una specie di ballata fredda e ipnotica. Ai Nostri piaceranno sostanze psicotrope cui io manco mi avvicino per amor proprio? Non è dato sapere, ma si direbbe. Di sicuro il loro orizzonte spazia ancora di più verso placide pianure pop rispetto a certe vette degli Elder. Non mi avrebbe fatto particolare effetto di sorpresa ritrovarmeli su certi palchi, una quindicina di anni fa, con gente come i Tame Impala. Siamo intesi: quella tornata di presunto indie regalò qualche bel momento, genuinamente psichedelico. Oggi francamente quale sia il pubblico dei King Buffalo non mi è chiaro, dato che mi pare che le chitarre elettriche non godano di troppa salute manco fuori dai recinti vostri. Ma già parlare di recinti non ha senso, a proposito di musica psichedelica che dovrebbe essere (ed è) teoricamente la più libera da confini mentali. Bene, anche quest’anno i King Buffalo hanno timbrato il cartellino con un disco molto, molto buono. Vedremo cosa si inventeranno il prossimo. Voi intanto fate i bravi, sotto le feste, e non eccedete troppo, con vino o altro. (Lorenzo Centini)

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