Il doom come si faceva una volta: retro-rock, proto-metal e canti parrocchiali

C’è spesso quel desiderio dei bei suoni di una volta, semplici, genuini. Senza orpelli ed edulcorazioni odierne. Ma questo tipo di merce non lo trovate in un supermercatino bio. Così Metal Skunk, sempre al servizio dei suoi 24 fedeli lettori, vi offre una manciata di band all’antica, chi più chi meno.

Potrebbero facilmente accreditarsi come una pepita perduta dell’occult rock a cavallo tra i ’60 e i’ 70 questi PETH, dal Texas. Tipo, che so, i Necromandus o uno qualsiasi di quei gruppi proto-metal che scopri scorrendo le liste enciclopediche di RateYourMusic. Potrebbero e probabilmente non ci si accorgerebbe subito che è tutto un artificio. Paiono divertirsi molto a suonare così retrò, riciclare pari pari alcuni passaggi dei Padrini di Birmingham e replicare un po’ l’attitudine stradaiola dei Pentagram. La voce è sgraziata (come si conviene) ma anonima. E oltre ai riff i pezzi offrono poco altro. Corredo esoterico ben curato. In fondo il loro disco d’esordio, Merchant of Death, viaggia sui binari giusti per far divertire in una brumosa serata autunnale coloro ai quali certe sonorità non bastano mai.

Meno interessati alla filologia tout court, ma non per questo meno ortodossi, gli ispanici losangeleni EARLY MOODS tornano con un disco omonimo ed ampliano il raggio d’azione anche al decennio successivo, ovvero ad alcune formazioni americane, le solite (Saint Vitus, Trouble), che hanno poi plasmato il doom come lo conosciamo noi. La personalità non è così, diciamo, spiccata. Ma le canzoni, anche grazie ad un raggio d’azione più vario, sono più coese, formate. Intendiamoci: i riferimenti classici non vengono né eguagliati né abbandonati, nemmeno un attimo, lungo tutto il percorso. Certo che, se di certe sonorità non potete farne a meno e siete dei completisti, anche qua c’è di che divertirsi. Return to Salem’s Gate, Curse the Light e la conclusiva Funeral Macabre, ad esempio, hanno riff e melodie ottime per riprendere a visitare sepolcri abbandonati coperti di foglie morte.

Un bel sussulto arriva dal lontano Cipango con gli HEBI KATANA. Sappiamo benissimo che nel paese del Sol Levante l’approccio al rock occidentale oscilla sempre tra ortodossia pura e sincretismo improbabile. Così i Katana di cui ci occupiamo oggi si danno ad un retro rock psych che però si mostra chiaramente debitore anche della scuola minore di Seattle anni ’90, quella appunto più flower power. Insomma, non stupiscono collage tutt’altro che scontati, tipo le accelerazioni trash Voivod-iane in Devastator. Tranquilli, però: niente di troppo straniante. Anzi, le canzoni di Impermanence son buone per davvero e il mix Cream Vs Nirvana, in pezzi tipo il singolo Pain Should I Take, Dirty Moon Child o Aqua De Vida, fa la sua (s)porca figura.

I PARISH sembrano i cuginetti dei Wytch Hazel, di cui condividono la devozione per il primo doom sabbathiano (virato prog alla Wishbone Ash) e per le croci non rovesciate. Erano stati già attenzionati in occasione del bell’EP di due anni fa e ora esordiscono sulla lunga distanza (disco anche questo omonimo). Come punti di forza hanno un ottimo suono caldo, vintage e valvolare, e canzoni che sono poco più che riff ripetuti. Di contro hanno una voce efebica che non riesce a far uscire le linee melodiche. Forse basterebbe poco più per lasciare pienamente soddisfatti. Paiono un po’ i Witchcraft, i primi intendo, visto che sono ormai dediti ad altro, nelle loro canzoni ancestrali, senza tempo. Ma manca l’inquietudine di un narratore come Pelander e questo, sulla distanza dei circa 40 minuti di un disco retrò, un po’ finisce per pesare. I numeri per fare il salto ci sarebbero. Il riff esaltante e l’andamento di Cunning Murrell, ad esempio, fanno ben sperare per i prossimi passi. Sapremo attendere. Il corredo grafico, intanto, è già fantastico.

Poi ci sono i KRYPTOGRAF, norvegesi, che ci ricordano come in effetti tutta la faccenda del manierismo retro rock sia stata per almeno un decennio appannaggio quasi esclusivo degli scandinavi. Lo avevamo già detto di recente in occasione degli Sleepwulf. Beh, i critici norvegesi alzano il livello e si piazzano qualitativamente proprio in quel periodo, pare una vita fa, in cui imperversavano Graveyard, Witchcraft, Dead Man, Horisont. The Eldorado Spell in quel revival avrebbe fatto una gran bella figura. C’è tutto, il riff arcano, la divagazione rurale, l’incedere misterioso e un suono che sa di valvole e paglia e legno. Asphodel e Cosmic Suicide sono l’inizio di un viaggio nel tempo. Lucifer’s Hand il pesante incedere di una processione macabra. Creeping Willow una corsa avventurosa, a perdifiato, in un inquietante bosco fiabesco. Across the Creek Il misterioso intermezzo acustico, un po’ Orchid, un po’ Pray for the Locust. Insomma, se non si è ancora capito, gran bel disco. Manierista, revival del revival, ma gran bella musica. (Lorenzo Centini)

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