Uscire dal letargo con un’infornata di doom

Tomo tomo, cacchio cacchio, l’anno comincia a sciorinare qualcosa di ghiotto. Senza strafare, eh. Però ce n’è di che mettere assieme un po’ di uscite che sarebbe un peccato far passare in silenzio.

Vai quindi coi FOSTERMOTHER, il primo sonnolento risveglio dell’anno. stoner doom sonnacchioso, chitarre grosse, giri tondi, voci psycho-beatlesiane. Non è proprio il principale pregio del disco, la voce. Però siamo un po’ dalle parti degli ultimi Monolord, che l’anno scorso son piaciuti assai, per cui ecco, non lasciatevi sfuggire questi qui. Che tordo, dimenticavo: il disco si chiama The Ocean, loro sono texani, sono tre, barba, berretto da baseball, camicia di flanella. Che bello. Non essendo particolarmente pesante, potrebbe a tratti essere scambiato per certo grunge minore, più carne e patate (sic). Poi magari ti arriva un macigno sleepiano e allora bzzzzzzz. Spleen stoner garantito dal riff di Redeemer. Hedonist il possibile singolo con tanto di finta sonnolenza kyussiana pre-tempesta e poi, appunto, tempesta, o comunque increspatura e rozzezza grunge. Scazzati, fuzzosi, accessibili.

Le vie del doom sono infinite. Se sul comodino avete una rara foto di Grace Slick col broncio ed un peluche di Joey DiMaio con le mutande di pelo, gli IRON GRIFFIN col secondo disco rischiano di mandarvi in sollucchero. No, moderiamo la gioia, il disco è cupissimo e pessimista, ma bello assai. Perché scomodare il bassista occhio di falco? Perché Storm of Magic è solenne, epico e grezzo come una specie di Into Glory Ride, suonato però indietro nel tempo, a fine anni ’60, con millenarismo hippy preso a male e raffinatezze prog non da poco. Nei tratti più duri è il suono delle corde metalliche a fare da spina dorsale di epopee arcane, nei momenti più eterei, invece, armonie dungeon prog. Maija Tijander ci mette tonsille ed enfasi, invasata e terribile. L’altro tipo invece tutto il resto, quel suono di corde metalliche, registrazioni amatoriali e vari tipi di tastiere (moog, mellotron, clavicembalo). Risultato: proto-doom metal senza tempo e fiabesco, ma molto, molto cupo. Della band non ci si può non innamorare, del disco, che ve lo dico a fare, pure. L’intensità di Unholy Epistle, una vetta emotiva che tanti sedicenti gruppi occult e doom non raggiungeranno mai. Correte ad ascoltarla, mi ringrazierete. Fantastica. Fomento garantito nel finale. Primo vero guizzo dell’anno. Fieramente autoprodotto.

Dovete sapere che Metal Skunk non è altro che una copertura per nascondere agli occhi indagatori del Viminale pericolosi convitati di sediziosi indipendentisti sardi. L’ho scoperto seguendo le chat in cui scribacchini e lettori si confrontano. La Sardegna prevale persino sul metallo stesso come argomento di conversazione. Quando poi le due cose combaciano, allora ok, nulla da ridire. ASCIA è il trip acido personalissimo di Fabrizio Monni dei cagliaritani Black Capricorn. Si occupa di tutto, compresi i bei dipinti messi come artwork dei due demo usciti nel 2021. II è ovviamente il secondo, uscito a dicembre, quindi quando già ci eravamo rintanati in letargo. È grezzo e psichedelico come il primo, stoner doom barbarico e grasso. Un po’ alla primi High On Fire. Rock fangoso, cavernicolo. Se dietro c’è un concept ancestrale su connessioni siderali parastoriche tra civiltà nuragica e visitatori venuti dallo spazio non so dirvelo, ma un titolo come A Night with Sharazade lascia forse trasparire interessi molto più carnali. Infatti il disco è rozzo e manesco, effetto psych dovuto a chitarre grasse, riff reiterati e bastonate ritmiche insistite. Stoner, insomma. Quello bello. Secondo demo e secondo centro. C’è da sperare che continui così, siate voi sardi o meno.

Si chiude con Sunbeam Curl degli Sleepwulf. Svedesi come Witchcraft, Graveyard, Horisont, Dead Man e compagnia bella. Quindi: 70ies doom con fortissime esalazioni Pentagram e titoli paraculi e fantasiosi: Satan is King, Stoned Ape, Toad Licker Mushroom Picker. C’è di che divertirsi. Suono caldo, buoni assoli. Niente di fuori posto, niente che sposti le sorti della musica occidentale, ma nemmeno che sia meno che dignitoso, anzi. Un pregevole pezzo di artigianato settantiano svedese, ben intarsiato e trattato con effetto antico. Per nostalgici, se non proprio degli anni ’70 veri, per lo meno di quel revival anni 2000 che sembrava il perfetto recupero dopo la sbornia punk’n’roll Swedish Sins. Insomma, godetevelo. Noi ci riaggiorniamo a breve. (Lorenzo Centini)

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