Music to light your joints to #27: il bestiario della droga

Tra i totem tematici della musica per drogati oltre, ovviamente, alla droga stessa, ci sono gli animali di grossa taglia. Li vediamo evocati nelle recensioni degli stronzi come me che ancora utilizzano l’espressione “riff pachidermico” per poi prendere per il culo chi discetta altrove di “riff al fulmicotone” (ovviamente l’ho fatto anch’io in passato, si capisce, infatti il mio desiderio più segreto e poter dare fuoco a ogni copia di Metal Shock ancora in circolazione che contenga articoli miei). E, soprattutto, li vediamo evocati in testi, titoli di canzoni e moniker. È il caso delle band menzionate in questa puntata della rubrica più sobria dell’internet. E, se vi sembra un’idea imbecille, sappiate che me ne vengono di ben peggiori e non le metto in pratica solo a causa dell’impegnativa presenza di due infanti in casa. 

Partiamo da una delle nuove stelle più brillanti del firmamento heavy psych, fattasi notare lo scorso anno con l’ottimo terzo Lp Dead Star e, occupando nel modo migliore il tempo lasciato libero dalla scarsa attività live, autrice di ben due full nel 2021. Stiamo parlando degli statunitensi KING BUFFALO, che hanno pubblicato a distanza di pochi mesi The Burden Of Restlessness e Acheron. Il primo è un lavoro che, col senno di poi, sembra concepito in vista del ritorno sui palchi, con pezzi immediati, basati sul riff e non privi di un appeal quasi pop. Non male ma esce perdente dal confronto con Dead Star. Decisamente meglio il secondo, un trip di 40 minuti, per lo più strumentali, impregnati di umori psichedelici e kraut rock e scanditi da un basso perentorio e protagonista. 

king-buffalo-acheron-Cover-Art

Proseguiamo su binari simili con il momentaneo canto del cigno dei SAMSARA BLUES EXPERIMENT. Voi direte che non c’entrano nulla con la premessa dell’articolo. Tuttavia in copertina c’è un grosso lepidottero e ho appena deciso che è uno di quelli dei film anni ’50 con gli insetti che diventano giganteschi a causa delle radiazioni. Avevo amato molto le precedenti opere dei berlinesi ma End Of Forever suona davvero troppo ripulito per coinvolgere un vero adepto del Thc. Il suono è ancora più retrò, con qualche accento boogie, la produzione è cristallina, le ritmiche più sostenute, l’andamento meno ipnotico. Tutto troppo tedesco, diciamo. Mi sa che è stata una buona idea prendersi una pausa di riflessione, non si sa quanto definitiva. 

Se volete farvi un viaggione come si deve, spostiamoci a Belfast e andiamo a trovare gli ELECTRIC OCTOPUS, trio di recente formazione, ma dalla discografia già ben nutrita, che ci spiattella due ore di rilassante delirio. Molti pezzi sono improvvisazioni dichiarate, lunghe jam dove una batteria dall’impostazione jazz e un basso in rintronato bilico tra blues e funk fanno da tappeto alle divagazioni di un flauto dalla sorprendente versatilità. Inclinations non è un ascolto per tutti ma nella corretta, ehm, disposizione d’animo fa decisamente il suo effetto. Quando avete finito, se non sono finiti pure gli stupefacenti ma, anzi, ne avete un’ingente scorta a disposizione, sappiate che gli OZRIC TENTACLES hanno pubblicato una nuova edizione in due dischi di Space For The Earth, concepito durante il lockdown dello scorso anno (che, secondo quel fricchettone di Ed Wynne ha “dato alla Terra spazio per respirare”) e ora arricchito di una nuova traccia di 33 minuti ad alto tasso lisergico. La redazione non si assume responsabilità se dopo vi ritroverete a levitare. 

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Cambiamo registro con gli ACID MAMMOTH, formazione greca sulla quale la nostrana Heavy Psych Sounds sembra puntare parecchio. Caravan esce ad appena 14 mesi di distanza dall’acclamato Under Acid Hoof e l’impressione generale è che un’attesa maggiore avrebbe giovato all’ispirazione. Il terzo Lp degli ateniesi (che vedono alle chitarre un’inedita accoppiata padre/figlio) non ha nulla che non vada ma non ha nemmeno, come il predecessore, quei guizzi che consentono di fare la differenza in un filone così affollato. Caravan è un tributo appassionato ai classici del genere, ben bilanciato tra impetuosi riffoni e passaggi più riflessivi ma un po’ troppo scolastico per appassionare davvero. Se vi giungono nuovi, recuperate prima Under Acid Hoof, che spaccava anzichenò. E, già che si parla di pachidermi, recuperate anche Habits, seconda prova su lunga distanza degli ELEPHANT TREE, interessantissima formazione londinese che riesce a far convivere in scioltezza chitarre di matrice doom, echi del britpop elettronico di fine (e inizio millennio) e sommessi languori riferibili a certo indie rock scandinavo. Teniamoli d’occhio.

Già che siamo a Londra, mi congedo con il nuovo singolo dei DJANGO DJANGO. Se Marble Skies aveva fatto temere che il quartetto stesse iniziando ad avvitarsi su se stesso, Glowing In The Dark li riconsegna in buona forma e mi sta prendendo piuttosto bene. Art Rock straboccante fighetteria britannica, certo, magari non coerente al 100% con i contenuti di questa rubrica ma io intanto ve li segnalo, poi fatemi sapere. (Ciccio Russo)

3 commenti

  • Tasso lisergico non significativo, ma se gradite le commistioni (estremamente riuscite) tra Kyuss, Alice in Chains, Soundgarden e perfino spruzzatine di Killing Joke, con sto disco si gode forte forte. Belle distorsioni, fuzz a cannone, tiro della madonna.

    Piace a 3 people

  • Purtroppo, pur avendoci provato più volte, è un sottogenere questo che proprio non mi piglia.
    Peccato, perché gli articoli di questa rubrica mi fanno sempre ghignare.

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