Recuperone raw black metal 2022, terza parte

Nuovo aggiornamento per suggerire un po’ di musica fastidiosa consacrata alla demolizione dei vostri timpani. Per esempio i MISÉRICORDE, francesi, autori di un raw black metal catastrofico, a volte furente, altre volte rallentato ma più spesso ancora caotico, con tastiere che, oltre a svisare in territori neoclassici, sottolineano e integrano il muro di chitarre iperdistorte che come scopo principale ha quello di farvi venire il mal di testa. Se poi vi esplodono le casse dello stereo e ne rimanete vittime bruciando nel vostro letto a causa dell’incendio, tanto meglio. Dissonanze in stile Xasthur/Leviathan vi accompagneranno in questo viaggio nell’Abisso invocato dall’Abisso stesso, ma qui nei meandri c’è una ricerca occulta verso un raw black metal innovativo. Io di musica ne ascolto e ne ho ascoltata tanta, e trovo vieppiù ostico indicare un termine di paragone credibile per la musica dei Miséricorde. Le Loup des Ruines è un disco frenetico, indiavolato, parossistico (di questo aggettivo spesso si abusa, ma in questo caso è più che appropriato); qualche intermezzo ambient (tipo la intro) di malcelata intenzione religious black metal mitiga la detonazione acustica, qualche voce femminile persino suadente appare sporadica, ma quando il trio Palisade/Celestial Sword/Zofie Siege si mette a tirare non rimangono altro che macerie. Impressionante, nulla da dire, gran bell’esordio per loro.

Sempre più diffusa è la commistione tra il dark ambient e il raw black metal. Allora vale la pena segnalare gli americani (un duo: Michael Thelan suona le chitarre acustiche e Ni’Ilok tutto il resto produzione compresa) IN DUSK’S EMBRACEpure loro al debutto con un album – Earth End’s Pantheon – costituito da un unico brano di circa 34 minuti nel quale c’è di tutto. I primi otto minuti sono di ambient accompagnato da oscuri e malinconici accordi di chitarra acustica, a cui segue una lunga parte centrale di black malato che non disdegna la melodia, anche se spesso la accartoccia come un foglio di carta per lanciarla in terre desolate dove l’orrore e la violenza sono le uniche realtà consolidate. Una tastiera non distante dallo space black metal accompagna il tutto, acuendo l’impressione di essere stati catapultati in altri mondi dove ogni secondo che passa ci si rende conto che indietro non si torna. Le voci non sono voci, sono urla terrorizzanti che provengono da mondi ostili e sconosciuti e ti fanno pensare che tutto vorresti fare, anche dopo il decesso, fuorché incontrare chi emette simili stridii. La sezione finale del brano è nuovamente di matrice dark ambient, e posso assicurare che alla fine si tira un sospiro di sollievo, perché questa musica riesce a mettere un malumore e un’ansia addosso che per i meno avvezzi sarà assai difficile sopportare. Disco strano, particolare, di nuovo faccio fatica a trovare termini di paragone più conosciuti che abbiano suonato qualcosa di simile in passato. Forse qualcosa dei primi Striborg, altro in mente non mi viene. Questo non è per tutti, avvicinatevici con la dovuta cautela.

Pure il progetto tedesco TOUGANI è solista, anche se il protagonista principale Vlator si fa aiutare da un bassista e un batterista ospiti. Nel suo caso il raw black metal è fortemente ibridato con il post-black e l’immancabile ambient music. Il disco d’esordio s’intitola Spirits, contiene quattro tracce sempre al di sopra dei sette minuti, la più lunga (e maestosa) delle quali, The Lake, arriva ai dieci e mezzo. Il disco è fascinoso e accattivante, con una delle tracce di chitarra sovraincise suonata sulle corde alte per sdoppiare il riff un’ottava sopra, molto carica d’effetto delay per dargli una connotazione siderale decisamente riuscita. Il risultato finale sono brani molto melodici, d’atmosfera, soffusi e ammantati di malinconia autunnale. Voce in screaming non eccessiva e impostata su tonalità basse che la rendono più sopportabile anche da chi lo screaming fatica a reggerlo. Direi non distante dai primi dischi di Lustre (quelli più ombrosi e cinerei): l’opera è indubbiamente pregevole e merita attenzione anche se per il momento sembra che se la siano cagata in pochissimi. Peccato… dovrebbe essergli concesso molto di più, ascoltate e approverete! Lo trovate sia in digitale che in una bella edizione digipak CD della quale esistono credo un centinaio di copie e non di più.

Quarto EP (o demo che dir si voglia, degli altri vi ho già parlato in passato) per i finlandesi XAVARTHAN, un prodotto di tre brani racchiusi sotto il titolo Night of the Nocturnal Rites, di nuovo poco più di un quarto d’ora di musica. Registrazione da fucilazione a parte, i pezzi sono grandiosi: freddi come il ghiaccio verde di un lago di alta montagna a dicembre, riff come aghi di ghiaccio che ti si conficcano nella pelle per via dei venti a 200 km/h, a stento spezzati da arrangiamenti di chitarra pulita degni di maestri consolidati del genere, anche se gli Xavarthan come sappiamo esistono solo dall’anno scorso (gli altri tre demo/EP più lo split con i Wampyric Winter sono del 2021). Revontulien valaisemana yönä è uno dei pezzi dell’anno, e a questo punto bisognerebbe capire cosa vogliono fare da grandi: un full-length? Una compilation con tutti i loro pezzi pubblicati fino ad oggi, magari riregistrati e rimasterizzati in modo un po’ meno merdoso? Perché con il pubblicare musica a un quarto d’ora la volta  – anche se ogni tre mesi o giù di lì – secondo me si buttano via, e con la poca cura dei suoni scontentano una grossa fetta del loro potenziale pubblico. Per fan di Horna, Sargeist, Behexen in versione più grezza. Spettacolare anche la copertina, questi ragazzi hanno tutto per fare il botto.

Coloro che tra voi hanno adorato (giustamente) quel capolavoro inarrivabile di nome For Kunsten Maa Vi Evig Vike dei Kvist e lo hanno rimpianto per quasi trent’anni sappiano che finalmente è uscito qualcosa che gli ci si avvicina: I utakt med Verden del duo norvegese GJENDØD. In realtà questo disco con il raw black metal non c’entra particolarmente: i loro primi dischi erano più grezzi e in virtù di questo loro storico ne parlo qui, ma nel caso di questo ultimo lavoro, uscito intorno a fine maggio, la musica proposta è un black metal norvegese da manuale con più di uno stupendo interludio d’atmosfera, con riff e sonorità che ricalcano in tutto e per tutto il capolavoro dei Kvist sopracitato, melodie che sfiorano l’epic black e tutto quanto può esserci di maestoso e pagano nel settore. In campo già da sei anni circa, i Gjendød hanno all’attivo quattro album, una sfilza di demo ripubblicati in CD sotto forma di compilation, un EP e uno split 7 pollici, e stanno diventando una cult band anche per via di più di una collaborazione con Darker Than Black, label ostracizzata da ogni piattaforma possibile ed immaginabile. Lo stanno diventando anche grazie all’indubbia qualità della proposta musicale, in questo caso un po’ meno estrema del solito ma composta ed arrangiata in modo sublime e – ribadisco – benedetta dalla somiglianza con uno dei più grandi dischi black metal di tutti i tempi. Otto brani, 45 minuti di pura goduria. Norwegians do it better, e che cazzo. Noblesse oblige.

Concludo con uno dei gruppi raw black metal più estremi ascoltati di recente, gli americani VISIONS OF YŌKAI, tre dischi all’attivo per loro (uno di essi uno split con i Solemn Imagist indonesiani, pure loro definibili con discreta precisione problematici). Il loro raw black metal è ibridato sia con la musica ambient pura sia con il grindcore, e nei loro dischi potete trovare sia pezzi di sole tastiere sia massacri allucinanti caratterizzati da voci tra le più martoriate mai udite nel black metal. Partiture semplici, tesissime, sconfinanti a tratti nel puro disordine. La cosa quasi pazzesca è che, al di sopra di un muro sonoro che sminuzzerebbe un rinoceronte alla carica, portato in spalla da un basso distorto all’inverosimile, riff alti di chitarra e partiture di tastiera conferiscono a tutti i brani un senso logico simil-melodico facile da seguire e apprezzare. One Unknown in the Dephts of the Dephts è un disco complesso e disagevole come lo erano i suoi due predecessori, sui quali si ritorna più volte quasi inconsapevolmente per individuare nuove sfumature celate al suo interno. Musica per gente incazzata nera, senza compromessi. Come dicevano gli Old Forest: No Life-No Light-No Pity-No Love. Cosa può esserci di meglio? 

Anche per questa volta è tutto, enjoy the music! – lo dicono sempre su radio 101, ecché, non posso dirlo anch’io? (Griffar) 

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