Recuperone raw black metal 2022, seconda parte

Come anticipato nella prima puntata, sta uscendo un sacco di roba nel settore raw black metal, sottogenere assoluto dominatore di questo periodo tormentato – e forse ciò non è casuale. La selezione che segue include quei progetti che secondo me hanno un qualcosa di distintivo rispetto ad altri; se si ha tempo da dedicare e pazienza si trovano comunque nuove proposte praticamente ogni settimana.

Incomincio segnalandovi la one-woman band NICTOMORFO, progetto solista di una ragazza nativa della zona di Torino e successivamente trasferitasi a Londra. L’EP Nihil, uscito i primi di luglio in versione digitale e in tiratura ultralimitata di 25 copie (poche, ragazzi, troppo poche) per la sempre torinese Frozen Woods Records, parte con una intro di matrice ambient oscura e psicotica, mentre i successivi quattro pezzi – tutti al di sotto dei quattro minuti di durata – sono brani brevi, diretti, decisamente veloci e schizzati, con la batteria elettronica che li rende più freddi di quanto già non siano. Tratta tematiche come l’alienazione provocata dalla vita nelle grandi città o le malattie mentali, e credetemi se vi dico che i suoi brani rendono onore e gloria a ciò che canta perché la sua musica a tratti è veramente straniante. Lo screaming, per trattarsi di una fanciulla, è oltre i limiti dello straziato e c’è da chiedersi come faccia ad ottenere dalle sue corde vocali lamenti così estremi. Ottimo il secondo pezzo Murdering, caratterizzato da melodie acide e dissonanti, così come la drogatissima Abyss, a tratti veloce come una scheggia impazzita e nei rallentamenti molto oltre il psichedelico. Nihil è un episodio di durata piuttosto limitata e m’incuriosirebbe ascoltare una prova sulla lunga distanza, ma qui la tensione è altissima, la violenza estrema ed il risultato è stato conseguito in pieno.

Altro EP, altra pubblicazione da parte di un’etichetta italiana (Xenoglossy Productions) di nuovo in digitale o (in versione fisica) in cassetta di nuovo limitata a sole venticinque copie (come sopra, poche): è Eutropia del progetto solista spagnolo HADIQAT, già esordiente in un maxisplit intitolato An Extraordinary Compendium uscito per la stessa etichetta. In questo caso il raw black viene ibridato con doom agonico,  space-ambient, inserti death metal, fino a spingersi nell’occult. Il progetto è seriamente interessante, per quanto ci è possibile ascoltare nei cinque brani che tra lo split ed Eutropia gli Hadiqat hanno realizzato; un peccato a mio avviso la registrazione fin troppo low-fi, anche se ho la quasi assoluta certezza che sia una scelta intenzionale: le atmosfere sono quanto di più cavernoso si sia sentito nel genere negli ultimi tempi, siamo ai limiti delle demo dei gruppi francesi appartenenti alle Black Legions o a quelli di Ildjarn e Striborg. Ascolto rude e non immediato, forse ancor più affascinante proprio per questo. Anche in questo caso sarebbe interessante ascoltare un disco intero per vedere cos’è in grado di fare nel contesto di un’uscita meno succinta: due brani “veri” per circa un quarto d’ora danno l’idea della potenzialità ma non bastano per un giudizio completo. Il pezzo che chiude l’EP è una specie di outro dark ambient, influenza che credo esplorerà maggiormente in seguito.

Secondo album per i finlandesi RODENT EPOCH, quintetto marcissimo che suona un black metal ultraortodosso nel quale trova spazio anche qualche influenza dark ambient. Hidden Temple è un prodotto sicuramente meno underground rispetto ai due progetti sopracitati, più studiato se vogliamo, ma del resto questi criminali sono in giro da più di dieci anni, logico che l’esperienza maggiore conti qualcosa. Il disco contiene sette brani e dura tre quarti d’ora, anche grazie alla lunghissima (per questo tipo di black metal) conclusiva Codex Corax, brano da dodici minuti e mezzo che al suo interno ha proprio di tutto, dalle tastiere occulte in secondo piano ai riffoni black/thrash di ottantiana memoria, dai blastbeat che esplodono come autentiche fucilate a tracce di dark/death metal. Divertenti, ultraviolenti e sempre votati al grezzume più decomposto i Rodent Epoch non saranno il gruppo più originale mai apparso sul pianeta Terra ma la loro figura la fanno. Se vi piace il black vecchio stile questo album è tutto per voi. In CD lo trovate per la polacca Wolfspell records.

Altro progetto solista, stavolta francese – del quale già ho parlato in occasione dell’uscita del primo EP The Headless Torror – sono i NUKEKUBI, entità del (mi sembra) parigino polistrumentista che si fa chiamare Nobu J., esaltatissimo per il folklore giapponese e per le sue leggende di brivido, terrore e raccapriccio. Temple of Yokais è un minialbum di sette brani per mezz’ora scarsa di musica melodica ed atmosferica, pur se queste peculiarità sono inserite in un contesto di estrema violenza che non di rado prevale su tutto rendendo il disco estremamente teso, nervoso e concitato. Sembra di assistere ad una battaglia all’ultimo sangue tra samurai, cosa che immagino fosse esattamente quello che aveva intenzione di dipingere con la sua musica. La voce è meno straziata del solito confrontata con i parametri odierni, registrata un po’ in sordina e mixata in secondo piano rispetto alle chitarre che tirano su un discreto muro sonoro. La opener Juso e l’intermezzo Machiboute sono brevi tracce di folk giapponese puro, genere musicale che ritroviamo mischiato al raw black in Onmoraki, Yokai of Shadows (notevole, notevole); di contro, gli altri brani – compresa la lunga a tratti ipnotica e decisamente melodica title track – sono pezzi meno sperimentali e inquadrabili nel filone raw & fast black metal più canonico. Si trova in digitale e in cassetta, 50 copie uscite per Ungaikyo Prod.

Un dolce arpeggio di chitarra acustica rimpolpato da tastiere soffuse apre Acceptation Sépulcrale, album di debutto dei francesi TOMBALE, duetto composto da J.B. alle voci e J.R. che si occupa di tutti gli strumenti. Sembrerebbe un progetto depressive black, o doom/black tutt’al più, invece le composizioni sono prevalentemente veloci con le chitarre che si sdoppiano o triplicano nella maggior parte del tempo. Riff semplici, completamente basati sull’atmosfera ora malinconica ora eterea, che gli intrecci delle linee di chitarra esaltano ogni secondo di più. La scelta dei suoni è piuttosto grezza ma questo non penalizza affatto il risultato finale, a partire dalla disperata Étoile che apre il disco fino ad Acceptation che lo chiude per quanto riguarda il black metal, perché l’ultimo brano Au Seuil de l’Oubli è una outro lunghetta di pura matrice dark ambient. Il disco è affascinante, veramente bello, uno dei migliori usciti quest’anno per quel che mi concerne. Per ora uscito solo in digitale, non mi stupirebbe che etichette tipo la Northern Silence ne realizzassero versioni fisiche perché il livello di Acceptation Sépulcrale è quello del loro target.

Chiudiamo con il botto, cioè con l’incredibile esordio dei BUTTERFLIES AT THE MOUTH OF HELL, progetto del quale non si trovano informazioni di nessun tipo. La provenienza, per esempio: il moniker suggerirebbe che siano inglesi, dato che è inusuale, complicato ed ironico (che cazzo ci farebbero delle farfalle all’entrata dell’inferno? Cosa vi eravate fumati prima di pensarlo?), musicalmente potrebbero essere francesi in fissa con i primi dischi Black Legions, o meglio americani/australiani, per via delle tastiere in sottofondo che ricalcano il riff putridissimo che scorre in quel momento ma che i francesi utilizzavano raramente. Finisce che si verrà a sapere che sono del Laos o del Guatemala, sailcazzo. Tanto oramai il black metal è il genere più globalizzato di sempre. The Chains of Infinite Death è il titolo del disco, quattro pezzi,  ventinove minuti e mezzo. In tempi passati lo avremmo definito un minialbum, poi è arrivato Legion dei Deicide e abbiamo dovuto rivedere tutti i parametri. Di conseguenza parliamo qui di un full d’esordio, schifosamente stupendo per quanto sono deteriorati ed efficaci i riff, disumani, devastati, contorti, con la distorsione delle chitarre più virulenta dai tempi dei Vlad Tepes, la batteria minimale che accompagna senza fronzoli brani cadenzati che raramente eccedono in velocità più estreme, la voce quasi inintelligibile che vomita versi dell’odio più genuino, la tastiera in sottofondo che dona a tutto il progetto un senso di misterioso, di ritualistico, di tragico. I quattro brani sono molto omogenei, un viaggio nella sofferenza umana e nell’atrocità che voi blasfemi metallari troverete post mortem. Siamo condannati, io per primo, all’eterno tormento: i Butterflies at the Mouth of Hell hanno sin da ora messo in musica quello che ci aspetta nell’eterno dolore. Gentili, ad avvisarci… Favoloso, uno dei dischi dell’anno.

In cantiere un terzo recuperone, stay tuned & black metal. (Griffar)

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