For Kunsten Maa Vi Evig Vike: elegia dei KVIST

Signore e signori, è giunto il momento, a distanza di 25 anni precisi dalla sua uscita, di tributare a dovere questa perla nera denominata For Kunsten Maa Vi Evig Vike, primo e purtroppo unico lascito della misteriosissima creatura che risponde al nome di Kvist. Un nome che al giorno d’oggi a molti seguaci di questo genere dirà poco o nulla, ma che non può essere dimenticato di chi ha vissuto la gloriosa scena black norvegese degli anni ’90. La band si forma nel 1993 ad Hønefoss, cittadina della parte orientale della Norvegia a circa un’ora di distanza da Oslo, dove la famigerata seconda ondata black norvegese cominciava a far parlare di sé per i suoi capolavori e immortali e soprattutto per i fatti di cronaca ben noti a tutti. Fatti di cronaca a cui i Kvist sono sempre rimasti estranei, sia per essere arrivati in leggero ritardo rispetto ad altre ben più note pubblicazioni sia per la natura piuttosto elitaria della band, della quale per lungo tempo non si sono avute informazioni se non che fu fondata da tal Halvard “Verrgrim” Hagen e che nel primo demo aveva partecipato Trondr Nefas (RIP) dei conterranei Urgeahl.

Trondr Nefas

Si narra che, quando l’Avantgarde di Roberto Mammarella si accorse delle incredibili potenzialità di questo dischetto e li mise sotto contratto, la band ufficialmente già non esisteva più, avendo lasciato ai posteri unicamente questo fottutissimo capolavoro. Un’inquietante copertina, con un’immagine mezza sfocata di quelle che sembrerebbero pietre runiche con una luna rosso sangue sullo sfondo, e un libretto scarnissimo composto solo dai titoli delle canzoni sono tutto quello che i Kvist ci propongono dal punto di vista visivo. Adesso grazie all’internet si è saputo chi ci fosse dietro al progetto, ma all’epoca l’identità dei componenti era sconosciuta, tanto che circolavano le teorie più disparate su chi effettivamente ci si celasse dietro.

Ma quello che più ci interessa ovviamente è la musica, e credo di non esagerare se dico che For Kunsten Maa Vi Evig Vike ha tutto – ma veramente tutto – quello che si può desiderare da un disco black metal: violenza, melodia, epicità, il tutto caratterizzato da un riffing mai banale, che invece di giocare sul classico stilema strofa-ritornello propone melodie piuttosto complesse e intricate ma che ti si stampano in testa sin da subito. Che siamo di fronte ad un disco fuori dal comune si capisce già dai primi dieci secondi dalla spettacolare traccia d’apertura Ars Manifestia. Un riff quasi di matrice death e un basso pulsante al limite del freestyle (raramente così udibile in un disco black novantiano) che fanno da preludio ad un classico tremolo picking di scuola norvegese e alla voce profondissima e lacerante di Tom Hagen, tra i migliori screaming che abbia mai sentito.

Quello che ti lascia veramente esterrefatto dei Kvist è la capacità di passare con nonchalance (come in Stupet, ad esempio) da parti più melodiche atmosferiche ad altre di una violenza inaudita, il tutto con continui cambi di tempo e un’arte negli arrangiamenti davvero superlativa. Min Lekam Er Meg Blott En Byrde è un’altra pietra miliare assoluta di questo lavoro, un incipit ai limiti del pagan metal che si trasforma in un attacco black che ti lascia senza fiato, come se una violentissima tempesta di neve ti si scaraventasse in piena faccia. Nove minuti di apoteosi assoluta con un finale con tastiere imponenti dir poco da brivido L’ultima pietra tombale di questo disco risponde al nome di Vettenetter, quattro colpi di bacchetta e l’incrocio iniziale tra chitarra solista e ritmica tra i più belli mai sentiti in vita mia, degno finale per concludere al meglio questi 38 minuti di puro black metal di scuola norvegese anni ’90. (Michele Romani)

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