Gulash, black metal e tastiere Bontempi: Siculicidium e Lustre

Gli Szekely (o Siculi, in italiano) sono una minoranza ungherese di circa un milione di persone che vive sul territorio rumeno, principalmente nel distretto di Mureș. Giocarono un ruolo importante nella resistenza del Regno di Ungheria all’invasione Ottomana nel Medioevo, salvo poi assumere il ruolo di antagonisti alla corona austro-ungarica nei secoli successivi, fino al massacro del 1764, ad opera dell’imperatrice Maria Teresa, la quale volle lavare nel sangue l’onta della ribellione interna di questa minoranza, che si era opposta duramente alla coscrizione obbligatoria. Ancora oggi, all’interno di quella comunità, si ricorda il tragico evento ogni 7 gennaio. Dopo la Prima Guerra Mondiale la Transilvania divenne territorio rumeno, e gli Szekely furono ancora vittime di una coercizione che mirava a farli diventare cittadini rumeni in tutto e per tutto, forzandoli ad acquisire usi, costumi e lingua della nuova nazione di appartenenza. Fu però durante il regime comunista che ottennero la costituzione di una regione autonoma magiara, esistita fino al 1968, anno in cui vennero stabilite le provincie conosciute oggi e che non avevano nessuna caratterizzazione etnica. Da qua le continue richieste a gran voce affinché si riconoscesse una regione autonoma sicula all’interno dei distretti di Mureș e Harghita. Cosa che non avvenne mai.

Proprio dall’evento luttoso descritto sopra prendono il nome i Siculicidium, gruppo dedito al black metal che si fa promotore orgoglioso dei costumi e della lingua antica degli Szekely, utilizzata in tutti i testi delle loro canzoni. I due ideatori e componenti, Pestifer e Lugosi, si dicono orgogliosamente discendenti di quell’etnia, discendente diretta a sua volta degli Unni di Attila, e in quanto tali sono bene inquadrati nelle tradizioni e nelle tematiche legate alla storia antica del loro popolo, avendone anche fatto “concept” costante della loro proposta musicale. Proposta liricamente ispirata da autori ungheresi antichi, autori moderni come Haruki Murakami e Yukio Mishima e testi medievali esoterici.

Il loro è un black metal molto diretto e costantemente ancorato ai mid-tempo senza praticamente mai sgarrare. Eppure è efficace. È ipnotico nella sua semplicità. È epico nelle sue soluzioni quasi primitive. È monocorde ma mai noioso o banale, e ti fa venire voglia di sentirlo e risentirlo, con le sue belle trovate melodiche. È misterioso e puzza di zolfo, di rituali antichi e di folklore dell’Europa orientale. Az Alámerülés Lárvái è il loro terzo full e spacca sul serio. Tanto appare sempliciotto e privo di apparente appeal al primo ascolto, tanto vi conquisterà progressivamente con la sua aura mistica e misteriosa. Altra caratteristica peculiare dei Siculicidium è la voce roca e monocorde di Lugosi, che conferisce ancora più sacralità al progetto, a suo dire ottenuta grazie ad una tecnica mantra sciamanica salcazzo che lo aiuterebbe ad entrare in trance e bla bla bla e che, a parte le storielle, fa il suo porco effetto. Condito ovviamente da inserti folkeggianti qua e là, questo bel disco culmina con la bellissima Az Alámerülés (The Submergence), veramente ispirata e con un riff e una melodia portante che non si scordano facilmente, creando una bella atmosfera malinconica. Uscito oramai da diversi mesi (aprile 2020 se non sbaglio), non potrà magari entrare in playlist quest’anno ma è comunque straconsigliato.

I Lustre sono invece una one man band svedese costituita nel 2008 da tale Nachtzeit, il quale prima di questo The Ashes of Light ha fatto uscire altri sei album. Siccome mi sono totalmente o quasi disinteressato della scena black metal dell’ultimo decennio, non avevo la più pallida idea che questo artista fosse così popolare e influente all’interno di quello che chiamano depressive-atmospheric-ambient-etc-etc-etc-black metal. Quindi, ammettendo la mia ignoranza, vi dirò ora la mia opinione da vecchio kravmago scureggione. Immaginando che la formula dei precedenti dischi sia sempre quella, ovvero un coacervo (e certamente non in senso negativo) di riff melodici che assieme a synth e tastiere varie sono in egual misura protagonisti, la musica di Lustre si può descrivere come una sorta di strano ma azzeccato miscuglio che a me personalmente ricorda addirittura la synthwave. Lo spirito è in tutta evidenza affine a quel genere. Se mai è stato coniata una tale descrizione, per atmosfere e soluzioni melodiche, definirei lo stile dello svedese una sorta di neo-black-synth-metal-wave. Le tastiere la fanno veramente da padrone, a tratti soffocando le chitarre o gli urlacci in stile burzumiano del nostro intraprendente amico. Bel disco dalle atmosfere tristi e sognanti, con una malinconia di fondo che non può non coinvolgere.

La semplicità è ancora una volta la caratteristica chiave in The Ashes of Light, semplicità che però allo stesso tempo è complicatezza poiché ogni singola nota è dettata direttamente da uno stato d’animo dell’autore o da un particolare momento di ispirazione, anche se l’intero ciclo creativo, per ammissione stessa dell’ideatore, non prende mai più di un paio di settimane tra composizione, arrangiamenti e registrazione del disco. Lo stesso Nachtzeit paragona l’intero processo ad una sorta di esperienza mistico-religiosa. A noi basta sapere che il figlio bastardo di Tomhet e dei The Midnight è qui ancora una volta e che vi stupirà con effetti non troppo speciali ma di sicura efficacia. Aiazzone: provare per credere. (Piero Tola)

One comment

  • Mia cognata è di Mureș ed è una Szekely, e mi ha mostrato le foto dei posti circostanti: paesaggi incontaminati e anche un po’ inquietanti, ma mozzafiato oltre ogni dire… non faccio fatica a capire come un certo tipo di black si ispiri a, e si nutra di, queste atmosfere

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