Essere black metal oggi

Il titolo ispirato da Elio & le Storie Tese cela un ben più classico recuperone di dischi più o meno recenti tutti inquadrabili – sempre più o meno – nel genere black metal e nelle sue evoluzioni, mutazioni, ibridazioni et similia, provenienti dalle più disparate zone del mondo, alla descrizione dei quali farà seguito una mia riflessione sullo stato dell’arte black metal sul finire di questo 2021, anno che prelude il trentennale del disco che ha cambiato la storia della musica metal estrema (A Blaze in the Northern Sky, per chi avesse vissuto su Urano negli ultimi tre decenni). I gruppi vengono presentati in ordine alfabetico, così non si fa torto a nessuno.

I primi sono quindi gli italiani AU CLAIR DE LUNE che esordiscono con un album di otto brani per circa tre quarti d’ora di musica. Il loro black metal è molto notturno ed atmosferico, con grande spazio per le sezioni di tastiera. È il progetto di un singolo individuo che si fa chiamare Leonard e che cura ogni possibile aspetto della realizzazione, dalla scrittura dei pezzi ai testi, dalle musiche all’esecuzione delle stesse con tutti gli strumenti, registrazione, mixaggio e masterizzazione. Si sente che fa tutto lui da solo perché alcuni arrangiamenti sono abbastanza strani, e di solito nel black metal scendere a compromessi con altre persone comporta un certo numero di casini; ci sono passaggi ambient, altri di shoegaze puro e sconfinamenti nell’elettronica, il tutto inserito nel contesto di un black melodico proposto a velocità non elevatissime – anche se qualche sfuriata più cattiva non manca. L’unica cosa che riporta tutto il progetto in ambito canonicamente black è la voce, sfumata e riverberata come molto spesso capita oggi ma praticamente sempre in screaming acuto e mordace. Diaphanous Deities assomiglia ad un concept album per l’omogeneità delle sue atmosfere, ed è preferibile ascoltarselo per intero dall’inizio alla fine per entrare appieno nel suo mood. I brani sono tutti di buon livello, senza picchi particolari né in senso positivo né in quello negativo. Oltre alla versione digitale è uscito anche in cassetta per la micro-label torinese Frozen Wood records in edizione limitata a 25 copie (ma non è che sono un po’ pochine? Mah…).

Un giro in Russia, a San Pietroburgo, per parlare dell’EP d’esordio dei GORECH, quartetto neonato composto da basso, batteria, chitarra & voce e violoncello (ebbene sì): Suffer in the Cold contiene appena due brani per poco più di dieci minuti di musica. Gli arrangiamenti di violoncello rendono il gruppo di sicuro più interessante conferendo ai pezzi un’atmosfera decadente grigio cupa; anche in questo caso le velocità non sono estreme, i riff sono costruiti bene senza che si possa ululare alla luna come un lupo arrapato al cospetto di un branco di cinghiali per chissà quale miracolo compositivo, ma non sono certo disprezzabili. Occorrerà valutarli meglio su distanze più lunghe, perché 10 minuti e mezzo sono proprio pochini per farsi opinioni più solide, nel frattempo un ascolto lo meritano. Meglio la più lunga Antagonist rispetto alla title track, comunque.

Dall’altra parte del mondo esordiscono anche i californiani TEMPLE OF GORGON, progetto solista di tale Geist che qui si occupa di tutto, dal suonare gli strumenti alla composizione e alla produzione. Il debutto Throats of Lie consta di otto brani per trentotto minuti di fast black metal brutale, aggressivo e devoto alla devastazione pura dei padiglioni auricolari del malcapitato ascoltatore. Simile per certi versi al war black metal di stampo canadese, con qualche divagazione nel death metal satanico di tipica scuola statunitense e con sporadiche melodie straziate inserite in un contesto che predilige la violenza sonora più intransigente. Inquadrabili nei dintorni di gente come Conqueror, Kult ov Azazel, Idolatry, Krieg. Il disco è registrato e prodotto ad alto livello, anche se il sig. Geist non è che abbia doti tecniche particolarmente funamboliche da mettere in mostra, e il black metal qui proposto, che guarda intensamente al passato senza grandi aspirazioni di apportare contributi evolutivi al genere, non necessitava di un lavoro in studio così impeccabile per distinguersi dalla massa. Meglio così, nulla da dire, forse suoni un po’ più ruvidi avrebbero conferito un po’ più di personalità.

Restiamo nel campo delle one-man band. Di origine sconosciuta, e inventore di una lingua ignota con la quale scrive testi inintelligibili, anche perché il suo stile di screaming è talmente acuto ed effettato che non si comprenderebbe comunque alcuna parola, in questo 2021 il tipo dei TRHÄ ha pubblicato due dischi: l’EP (che dura comunque mezz’ora) Lhum Jolhduc, di tre brani da 14, 9 e 7 minuti, ed il full-lenght Endlhëtonëg che di brani ne ha quattro, due da 9 minuti e rotti, uno da 10 e la title-track da 24 minuti e mezzo (mica patatine). Questi due episodi si addizionano ad una discografia che comprende un altro EP ed un altro album pubblicati l’anno passato e che hanno fatto girare il nome negli ambienti black metal estremo. Infatti di tutta la gente della quale si parla in questo articolo probabilmente i Trhä sono gli unici che avrete sentito nominare. È un progetto sui generis, per quel che riguarda il tipico approccio black metal. I riff sono scritti con l’intento di emozionare e trascinare, sono spesso sospesi, spezzati, e non è raro che non si ripetano all’interno del singolo pezzo dando un senso di movimento a tutto il lavoro, destrutturando il formato canzone anche utilizzando tastiere ambient che cuciono le varie parti musicali fino a formare il singolo brano propriamente detto. Il tipo nelle composizioni mischia un po’ di tutto: parti rallentate ai limiti del doom, intermezzi di piano, fade-out fino al silenzio totale, sezioni acustiche, shoegaze, batteria thrash metal, il tutto incastonato su una struttura dei pezzi che si inquadra alla perfezione con il raw black metal più oscuro. Ecco, secondo me la registrazione non rende giustizia alle composizioni, in questo caso sì troppo artigianale e low-fi: avrei preferito qualcosa di più nitido, perché nei momenti più tirati tutto il lavoro che c’è dietro tende a svanire in un pastone non troppo comprensibile. È musica abbastanza particolare, tesissima, ostica.

Sono invece un duo gli olandesi WALG, esordienti pure loro e a quanto pare pochissimo considerati dalla critica visto che in giro non se ne trova traccia. Suonano melodic black/death bombastico, veloce ed aggressivo di palese ispirazione scandinava. Riff molto melodici, cavalcate di chitarra molto catchy, stacchi acustici, stop’n’go thrasheggianti, voce convintamente malvagia ed eccovi serviti i dieci brani dell’eponimo album Walg. Preso singolarmente, ogni brano del disco è nel suo piccolo un discreto gioiellino, i ragazzi ci mettono passione ed impegno e anche in questo caso la registrazione è eccellente e garantisce alle canzoni la necessaria potenza. I pezzi sono tutti piuttosto brevi, e meno male, perché dopo ripetuti ascolti tendono ad assomigliarsi parecchio l’un l’altro: tecnicamente suonati bene, arrangiati con perizia propria di gente ben più esperta di loro, anche la scelta dei suoni è assai professionale. L’ascolto è consigliato anche a chi non digerisce particolarmente il black, perché i Walg non sono dei trucidi macellai intenzionati a violentare il pentagramma; al contrario, saranno i blacksters più incazzati che difficilmente li troveranno di loro gusto.

Torniamo alle one-man band: in Germania esordiscono i WEHMUT del polistrumentista e compositore Johannes Rieß, che suona depressive black metal in pura scia Wedard/Drowning the Light/Sterbend/Freitod/ColdWorld e chi più ne ha più ne metta, visto che i tedeschi vanno matti per il DSBM. Catharsis contiene quattro brani più una breve strumentale semiacustica, è impostato su tempi rallentati e soffocanti con l’episodio migliore nella lunga Sucht che apre il disco, 10 minuti e rotti di cambi di tempo ed atmosfere sempre cupe malinconiche e disperate come necessita il genere. Lo stesso schema si ripete anche nei brani successivi, dai blast beat inaspettati montati in rapida successione ai riff acustici di chitarra o di basso suonato in stile Orion dei Metallica, fino ad ardire degli assoli di chitarra nelle parti più tirate. Il disco è discreto, e compositivamente parlando difetti evidenti non ne ha. Sono un po’ forzate e noiosette le vocals, anche se non si può dire che siano inadeguate per la musica qui proposta.

Chiudiamo con gli XAVARTHAN, finlandesi, band neonata eppure capace di realizzare da giugno ad oggi tre demo (Demo I, Demo II e Last Forgotten Memories) e uno split con i Vampyric Winter al quale contribuiscono con tre brani inediti. Il primo demo soffre di una registrazione ed una scelta di suoni da fine anni ’80 ed è tra tutti il più grezzo e il più scolastico, mentre i due successivi sono registrati sensibilmente meglio e mostrano una certa tendenza all’evoluzione verso sonorità meno grezze, più rifinite, un po’ più atmosferiche e con parecchia melodia in più. Black metal classico, senza eccessivi fronzoli o barocchismi anche quando utilizzano le tastiere per rendere più omogenei i pezzi, violento il giusto e cattivo quanto basta. A me lascia sempre un po’ interdetto questo pubblicare release così a raffica: quattro titoli in quattro mesi sono tanti, anche se siamo ancora a livello di demo; finisce che si dà l’idea di una proposta raffazzonata che butta fuori le cose alla come-vengono-vengono per battere il ferro sinché è caldo. Per ora non è così, il livello dei pezzi è medio-alto anche se, come sempre, siamo ben lontani dal poter gridare al miracolo come il lupo di cui sopra.

Ecco, il problema in realtà è proprio questo, ed è la mia considerazione che vi avevo anticipato ad inizio articolo. Ho parlato di sette gruppi interessanti che hanno pubblicato dischi che non hanno particolari difetti oppure non ne hanno proprio, e che magari, ascoltati un tot di volte, sono anche assai godibili, ma poi finiscono immancabilmente per essere inglobati nella massa e dimenticati, perché nel frattempo si è passati ad altro. Ho parlato di loro perché assai più meritevoli di altri, perché guardate che anche quest’anno è uscita roba – e continua a uscirne – talmente di merda da confondermi e non farmi capire come possa esistere gente che suona musica così imbarazzante, magari trovando pure una label che gliela pubblica. La lista sarebbe infinita. Fatto sta che anche tutti questi progetti per lo più recenti o recentissimi, pur essendo di buono/alto livello e quindi potenzialmente in grado di avere un notevole seguito, mancano di quel quid che possa fargli reggere il tempo e tenere desta l’attenzione su di essi per un periodo più lungo della vita di una farfalla. Che dopo trent’anni dalla sua nascita ci sia ancora gente desiderosa di partecipare attivamente alla scena black metal è certamente incoraggiante, ma allo stesso tempo ha creato un sovraffollamento che altro non fa che elevare alla massima potenza la confusione. Progetti anche validissimi come i Trhä vengono persi in mezzo ad un macello di altra roba che viene ascoltata da gente che rimane spiazzata, se non è proprio maniaca del genere o ne è solo ascoltatrice sporadica, e finisce per pensare che oramai il black metal faccia tutto pena. Questo è il black metal oggi. C’è in giro ancora tanta gente che suona bene, che scrive brani interessanti, ma che difetta di personalità e questo alla fine fa di ogni disco l’ennesimo buon disco… fino al successivo che uscirà la settimana prossima. Dischi di nicchia destinati ad un ristrettissimo pubblico di nicchia, nel bene e nel male. Mi ricorda tanto la situazione del thrash metal alla fine degli anni ’80, c’è voluto un po’ più di tempo ma grossomodo… funziona così: avanti, ragazzi, c’è posto per tutti! Per quanto ancora, però? (Griffar)

4 commenti

  • Credo che quanto detto qui sia uno dei grossi problemi portati dalla globalizzazione e dalla facilità di accesso a tante cose.
    Ovviamente è cosa buona, ma il risultato è che ci sono una miriade di persone che oggi hanno accesso alla possibilità di scrivere, registrare e pubblicare lavori che 15/20 anni fa non esisteva.

    Ciò permette di avere una notevole variabilità e rende il mondo un posto molto interessante proprio perché ci sono tanti che possono esprimersi e, prima o poi, penso sempre che quelli validi vengano fuori, alla lunga.
    Il lato oscuro della medaglia è che si satura il mercato con lavori oggettivamente di merda.
    Con tutte le conseguenze del caso.

    Aggiungerei che, la crudezza e la difficoltà del music business oggi, abbia fatto sì che molte band storiche producano album a oltranza e con una frequenza molto alta, per mantenersi e che si finisca con un drastico abbassamento del livello.

    La vita è dura e il mondo è ingiusto. Ma tant’è…

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  • Vivere il prodigio del tuo inner circle mensile

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  • Metallaro scettico

    Non riesco ad immaginare come i teenager oggi possano relazionarsi al BM. Nei 90 era tutto così nuovo, elitario, misterioso. O almeno pareva. Invece oggi il BM ha trenta anni di storia alle spalle! Più o meno come TUTTA la storia del Metal antecedente agli anni 90!

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    • Presentismo, direi. Ovvero: trent’anni fa era complicato recuperare il passato. Ti ci dovevi mettere di buzzo buono. Ricerca, fatica, cultura. Oggi non ci vuole un cazzo ad accedere a mitologie da click e a registrare un demo con lo smartphone. Ed è subito 1991. Ti assicuro che ci sono un sacco di ragazzini, là fuori (li vedo, li incontro per motivi professionali), che si esaltano ancora moltissimo per la tradizione black metal.

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