Fartwork: SARGEIST – The Rebirth of a Cursed Existence

Buonasera a tutti, cari muratori di quartiere con leggere deviazioni degli assi visivi causate da un cattivo funzionamento dei meccanismi neuromuscolari che controllano i movimenti degli occhi, e benvenuti in un nuovo ed avvincente episodio di Fartwork, la rubrica di Metal Skunk sulle copertine pensate per essere guardate dal vostro peggior nemico.

Anche stavolta un gruppo black metal: i Sargeist!

Ottima banda finnica, autrice ad esempio di un Disciple of the Heinous Path che tanto mi fece emozionare da ragazzino, fondata ormai più di vent’anni fa dall’indaffarato Ville Pystynen, in arte Shatraug; chitarrista/cantante attivo anche negli Horna, nei Behexen e in una dozzina di altri gruppi minori della scena che va dal pesce affumicato di Helsinki alle renne surgelate della Lapponia.

Ed è proprio Shatraug il protagonista della nostra storia di oggi.

Aooo ah Shatrà, c’hai n’occhio che gioca e bocce e l’altro che segna li punti! Ahahah!

Oh ma perché non cambiate nome in Strabicheist!

Oh non sapevo che Igor de Frankenstein Junior facesse black medalz, pensa te!

Queste e tante altre cattiverie stavano urlando i rozzi avvinazzati del baretto Kuolema Pieru (losco ritrovo del sottoproletariato urbano della periferia nord di Lappeenranta) all’indirizzo del povero Shatraug; il quale, non riuscendo a tirar su abbastanza per permettersi luce e gas coi 100 gruppi black metal in cui militava, era costretto a guadagnarsi da vivere facendo il cameriere in questo locale non propriamente chic.

Lui non badava a quello che gli ripeteva ogni giorno quella banda di stronzi; si limitava a chiedere la temperatura delle loro birre più gradite e a servirle rigorosamente in un teschio di ghiaccio o in un corno di renna a seconda della risposta; senza dire una parola, senza dare la minima confidenza e senza cadere in queste stupide provocazioni.  

Le giornate passavano così, tra un insulto, un rutto, una scorreggia e una birra ghiacciata, fino a quando, una tarda sera dell’Anno del Caprone 2013, una mano, raggrinzita e guarnita di anelli dalla caratura ragguardevole, non si poggiò sulla spalla del nostro sfortunato protagonista, impegnato in quel momento a pulire controvoglia dei bicchieri con dentro sputo di birra solidificato.Che minchia volete, adesso!?” –  urlò Shatraug voltandosi di scatto, nervosamente, verso il proprietario di quella mano sconosciuta.

Ma invece dell’ennesimo avventore bontempone con l’alito di piscio e merda, si ritrovò davanti un signore di un’altra epoca: era alto, magrissimo, pallido, con grosse rughe che gli solcavano il viso.  Portava una camicia merlettata bianca, un papillon rosso scuro, un mantellone nero adagiato sulle spalle e un cappello a cilindro (anch’esso nero) in testa.  

Shatraug rimase interdetto: “Oh, mi scusi… sa, non capita spesso di incontrare dei gentiluomini da queste parti… ho pensato foste l’ennesimo rompibal – ehm ehm scusi il linguaggio. Posso sapere come vi chiamate?”

Il gentiluomo d’altri tempi sorrise benevolo: “Ma si figuri, signor Shatraug, posso solo immaginare la vile plebaglia col quale siete abituato a confrontarvi ogni giorno, povero voi… il mio nome comunque è Barone Von Tsiegras, e sono il proprietario del castello dal nome impronunciabile persino per un finlandese che si trova alle porte della città, piacere!”

Shatraug era sorpreso… quel castello alle porte della città lo aveva da sempre affascinato.

“Ohhhh il piacere è tutto mio cazz ehm ehm scusate. Ma come fate a conoscermi?”

Io so tutto di tutti, signor Shatraug” – tagliò corto il barone, con il sorrisetto di chi la sa lunga – “ad esempio so che lei, oltre a fare il cameriere e il musicista, si intende anche di muratura e stuccatura, dico bene?”

Shatraug mise un attimo da parte il suo stupore e si ricordò dell’apprendistato fatto nel 2003 presso la cooperativa per il satanismo sociale UNFOLD GOAT.

Poi tornò stupito: “Sì… sì certo… un po’ me ne intendo, c’ho l’attestato, sì… ma come lo sa?

Il barone tagliò corto ancora: “Fermo fermo non dica altro, mi basta sapere che è qualificato per la mansione che dovrà svolgere. Vede, nella cantina del mio castello ho delle infiltrazioni d’acqua che negli anni hanno creato delle brutte macchie sul soffitto. Può venire a dare un’occhiata? Le darò… umh… tre di questi anelli che porto alle dita!

Shatraug spalancò la bocca: con la vendita di uno solo di quegli anelli ci avrebbe campato per tre quarti di anno. Magari si sarebbe pure licenziato da quel baraccio di merda.

Dopo qualche secondo di silenzio e incredulità. Shatraug riprese la facoltà di parola: “Oh, ehm, s-signor Von Tsiegras, io non so cosa dire… mi dica il giorno e l’ora e sono già lì!

Alle tre, stanotte!”rispose il barone. E con una risata inquietante (che non turbò però particolarmente il solido blackster Shatraug) scomparve nel nulla.

Shatraug era felice: che affare aveva appena concluso!

Chiuse il bar, corse a casa (se si può chiamarla tale), prese lo stucco, uno straccio, una spatola, una cucchiara, un panino col prosciutto cotto scaduto e, alle tre in punto, era innanzi al maestoso portone del castello del barone.

Era aperto. Shatraug entrò. Il castello era il più stereotipato castello da film horror gotico anni 60-70, e proprio per questo era bello: candelabri, ragnatele, porte scardinate, libri impolverati, puzza.

Fossero solo le infiltrazioni, qui c’è da rifalla daccapo ‘sta casa” – pensò Shatraug tra sé.

Poggiò la roba che si era portato da casa all’ingresso, prese un candelabro e si inoltrò nel castello.

Barone… barone sono io, Shatraug del bar Kuolema Pieru… è in casa?” – fece il nostro eroe, ma ottenne solo l’eco della propria voce come risposta.

Trovò una scala a chiocciola che scendeva giù. Shatraug, silenziosamente, la scese e si ritrovò in cantina, ma del barone ancora nessuna traccia.

“Vabbè, sarà annato a dormì, poveretto, è tardi, c’ha na certa età… Comunque, fammi da un’occhiata a ste infiltrazioni” – penso Shatraug tra sé.

Alzò gli occhi al soffitto. Delle macchie sul soffitto in effetti c’erano ma… non erano infiltrazioni d’acqua… cazzo, quello era sangue, sangue fresco!

Shatraug spalancò gli occhi (che si divisero ancora di più, chissà che avrebbero detto gli avventori del bar Kuolema in quel momento) e, neanche il tempo di spaventarsi, che sentì la voce del barone provenire dalla stanza al piano di sopra, in prossimità delle infiltrazioni.

Aveva un sibilo sinistro. Cantava una filastrocca inquietante che diceva:

“Aspettando il black metallaro
Che bello squartare un death metallaro
Dopo due dischi, mi ha deluso
Che bello aprire lo sterno e il muso
Shatraug, le infiltrazioni
con le sue budella, farò i festoni”

A sentire quella filastrocca, Shatraug scappò a gambe levate dal castello maledetto, e corse subito al Commissariato della Polizia di Stato a denunciare l’accaduto.

La polizia rispose che erano al corrente di tutto: del Barone Von Tsiegras, della sua passione per il metal estremo, del fatto che non la prendeva benissimo quando una band da lui stimata faceva un disco sottotono, ma dissero anche che, essendo molto ricco, aveva già corrotto tutti gli avvocati, i magistrati e le forze dell’ordine della Finlandia intera (loro compresi) per farli tacere su quelle losche vicende.

Shatraug scrollò le spalle e se ne andò.  Per qualche mese errò per i boschi, poi si fece fare dei documenti e un’identità nuova da un suo amico dei servizi segreti finnici (stranamente non in combutta col barone) conosciuto durante un’escursione e continuò la sua vita chissà dove.

Ah, la copertina di The Rebirth of a Cursed Existence (la compilation dei Sargeist del 2013 oggi sotto indagine, ricordate?) è un selfie che si è scattato Shatraug esattamente nel momento in cui scopriva le macchie di sangue sul soffitto della cantina. Così, gli sembrava figo immortalare quel momento.

Ciao e alla prossima! (Gabriele Traversa)

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