Avere vent’anni: AVANTASIA – The Metal Opera – Part II

L’Azzeccagarbugli: Il secondo Avantasia è il mio disco power preferito dopo Imaginations From The Other Side dei Blind Guardian. È oggettivamente tra i migliori dischi power in assoluto? No. È uno dei dischi più importanti del genere? Non fatemi ridere. Ma lo preferisco a tanti album più meritevoli o influenti per una ragione specifica: mi fa stare bene.

Non è la semplice “allegria” che dovrebbe metterti un disco (di un certo tipo di) power, è proprio un senso di benessere, di appagamento dei sensi, di gioia. Un album che mi ha fatto bene vent’anni fa, quando attraversavo un periodo di dubbi e in cui ero profondamente malinconico e che, periodicamente, ha continuato ad aiutarmi nel corso degli anni. E che mi fa bene anche oggi, dopo essere quasi arrivato a un burnout lavorativo, mentre lo ascolto da una spiaggia di Hydra e mia moglie mi chiede perché ho un sorriso stampato in faccia.

Ho questo sorriso perché sto ascoltando The Seven Angels, la cosa migliore mai scritta dal buon Tobias Sammet, un brano che ospita il gotha della storia del power metal. Solo a leggere i nomi viene la pelle d’oca: Michael Kiske, Kai Hansen, David DeFeis, Andre Matos, Timo Tolkki. Solitamente questi brani con un cast così importante finiscono per essere al più divertenti; in questo caso abbiamo un capolavoro dove ogni tassello è perfetto, ogni passaggio è studiato ma spontaneo al tempo stesso. Una di quelle congiunture astrali irripetibili. Sul finale, quando c’è la strofa “When you’re walking on your own / When you’re broken and alone /You may feel us from inside on the other side of life” scende anche la lacrima. Così come scende sul finale di No Return. In entrambi i casi c’è Andrè Matos. Mi commuovevo prima, figuratevi ora.

Poi c’è anche spazio per due ballate zuccherose quanto volete ma che ogni volta mi conquistano (In Quest For ed Anywhere), per la bellissima The Looking Glass e per il pezzo molto HM The Final Sacrifice. Il resto dell’album è sempre buono, anche se per me non è a questi livelli e forse è anche inferiore al primo Avantasia, che però non ha The Seven Angels e non mi dà quella dose di endorfine e serotonina che ogni tot è decisamente necessaria. Una sensazione di benessere che solo il power metal riesce a darti, o forse è un qualcosa che sento io perché, fondamentalmente, ormai è un genere che ascolto di rado (senza averlo mai rinnegato, ridimensionato, o altre cazzate che si fanno “maturando”) e mi porta alla mente altri periodi.

Comunque sia, vorrò sempre un mondo di bene a Tobias Sammet. Sia per questo disco, sia per la sua attitudine nei confronti del mondo.

Barg: Il secondo Avantasia uscì sulla scia dell’entusiasmo del primo, appena un anno dopo, con Tobias Sammet che prometteva fuoco e fiamme e anticipava un parco ospiti ancora più vasto del precedente. Incredibile a dirsi adesso, ma all’epoca si era creata una certa attesa generalizzata: il primo capitolo era andato molto bene, quindi questa volta Sammet avrebbe avuto a disposizione più soldi e più campo libero; e inoltre era riconfermato Kiske, sempre sotto falso nome, per il quale Avantasia era il primo progetto metal a cui avesse accettato di partecipare dopo l’uscita dagli Helloween. Qualsiasi dubbio sulla bontà dell’operazione venne fugato da The Seven Angels, l’apertura di quasi un quarto d’ora, un delirio di onnipotenza in crescendo che spara quasi tutte le cartucce disponibili: Kiske, DeFeis, Matos, Kai Hansen e Rob Rock, con la strofa che monta e il ritornello liberatorio che vai a piedi a Lourdes per essere nato metallaro. A questo punto vi devo raccontare un aneddoto.

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Nell’ottobre 2002 andai a vedere i Blind Guardian al Tenax di Firenze per il tour di A Night at the Opera. Apriva un gruppo chiamato Stormhammer, che non mi pare di aver più sentito troppo in giro successivamente. Entriamo nel Tenax proprio nel momento in cui questi ultimi attaccano a suonare, e mentre siamo  nel corridoio verso la sala concerti sentiamo il cantante che si presenta con un acuto pazzesco di venti secondi a tonalità sovraumane. Dopodiché, a causa dell’umidità pazzesca del locale che faceva gocciolare (letteralmente) le pareti, il tizio perde completamente la voce e canta per tutto il resto del concerto tipo Sandro Ciotti. Ecco, The Seven Angels è come l’acuto pazzesco del cantante degli Stormhammer. Delle restanti nove tracce sono carine Chalice of Agony e The Final Sacrifice; le altre si dividono tra scarti degli Edguy in doppio pedale e tentativi mediamente maldestri di suonare più sinfonico e pomposo possibile. Riascoltarlo tutto d’un fiato non è proprio una passeggiata; oggi l’ho fatto mentre ero in macchina e alla fine è partita Chasing the Dragon dei Dream Evil e devo confessare di aver tirato un sospiro di sollievo. Per dirne una, nel complesso è meglio l’ultimo album. Il valore affettivo comunque rimane: del resto, come ha detto anche l’avvocato, The Metal Opera part II uscì esattamente nel momento giusto.

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