A homecoming: Mgła @Hype Park, Cracovia – 07.05.2022

Una serata di una certa importanza, visto il successo internazionale raggiunto nel frattempo dai Mgla e la lunga assenza dai palchi di casa propria della band della città dei re. Gli accaniti “fanboi”  mi perdoneranno se dico che ho sempre trovato il fenomeno fortemente sopravvalutato. Per me sono un buon gruppo e nulla più. Forse il gruppo perfetto per l’era hipster che stiamo ancora vivendo. Però l’occasione qua è abbastanza importante perché uno dei nomi di punta della scena odierna fa ritorno, dopo non so quanti anni, a casa sua. In previsione di ciò ho preso il biglietto entro dieci minuti dalla messa in vendita, e due giorni dopo la prevendita era già tutta esaurita, per un luogo che può contenere mille e passa spettatori. L’organizzazione aveva annunciato l’evento mesi prima ma ha aspettato a mettere in vendita i biglietti, sapientemente creando l’attesa, addolcita dall’aggiunta di quattro altri gruppi in scaletta per giustificare il prezzo pompatissimo.

Mānbryne

I quattro gruppi in questione, partiamo da quelli. Mi perdo i Martwa Aura (bonariamente ribattezzati Marta Laura da Mighi Romani), che invero ci eravamo persi anche a Varsavia in occasione della visita di parte della redazione metaskunkiana a novembre, in favore di uno stufato alla scureggiona o di un bicchierazzo di birra in più. I poveri Marta Laura sono condannati ad essere snobbati in eterno, penso, mentre mi avvicino all’entrata della sala, salvo poi iniziare a proferire bestemmie a raffica, visto che al momento in cui arrivo siamo a -3 gruppi dagli headliner ed è già strapieno, tanto che nell’hangar convertito a sala eventi si respira a malapena e non riesco a muovemi più in là del mixer. Poco male, perché sul palco ci sono i Mānbryne, gruppo veramente anonimo con gli stessi pezzi, gli stessi riff, le stesse strutture e arrangiamenti di mille altri gruppi. Ricordo di aver già visto il loro cantante con i Blaze of Perdition, anche perché la sedia a rotelle con l’asta e il microfono piazzati su un’impalcatura di teschi e candele non è una soluzione logistica che si dimentica facilmente. Visto che ormai sono a madonne e non posso manco avvicinarmi al bar dentro la sala a causa della massa umana che si frappone, opto per il bar dell’anti-sala, uno dei tanti abbeveratoi presenti nella struttura (non sia mai che i polacchi non si organizzino in maniera funzionale per farsi una bevuta).

Getto uno sguardo al banchetto dei dischi e decido di comprare alcuni cd, tra cui il nuovo Krolok, che per la cronaca è una bomba ed è già in playlist. Triste constatare che ormai, a causa delle teste di cazzo che hanno rovinato il mercato dei dischi in vinile con le loro smanie per edizioni colorate di merda che poi sono masterizzate dal digitale e di analogico non hanno quasi più nulla, i prezzi degli Lp stanno diventando pressoché impraticabili.

Deus Mortem

Bando alle polemiche, è tempo di andare a sentire i Darvaza, che se ben ricordo sono un gruppo internazionale, diviso tra Italia e Norvegia e che non è male, devo dire. No fronzoli, no cazzate. È un bell’assalto. Certo non verranno ricordati negli annali come una delle più sconvolgenti ed essenziali bande black metal ma ci stanno, e sanno tenere il palco sapientemente, soprattutto se rivango lo sbiaditissimo concerto death n’ roll del cazzo a cui ho assistito nello stesso posto una settimana prima con i Taake e i Kampfar sulle scene. Due gruppi di cui non fotte nulla a nessuno da decenni oramai. Un pò meglio per me, anche in virtù del fatto che mi sono intrufolato nella grande sala durante la pausa tra un gruppo e l’altro e sono riuscito a prendere una posizione decente. Non male, dicevo. Una bella sferzata di, indovinate un pò, black metal strupramadonne che ti spettina.

Una serata che si rivela in crescendo, visto  che ancora meglio dei Dervaza sono i Deus Mortem, che già avevo visto di spalla agli ormai buffoneschi Rotting Christ, diventati i Rammstein del black metal con un repertorio che si può accomunare sempre di più a certe hit estive spagnolesche, data la costante presenza di strofe cantate che fanno UH AH SATANAS BAILAMOS o AH UH, DIAVOLOS TE QUIERO. I Deus Mortem non sono certamente il non plus ultra del genere ma sanno coinvolgere perché suonano con ferocia e cognizione di causa, nonché con una buona tecnica. I riff, quelli che ti fanno scapocciare, senza UH AH SATANAS LA VIDA LOCA.

Ma bando alle ciance, e riscaldato adeguatamente il pubblico ecco che i padroni di casa salgono sul palco, e, cosa che gli ho sempre riconosciuto con una certa stima, non proferiscono parola, attaccano i loro strumenti e iniziano a squagliarci le orecchie, con dei suoni molti ben fatti e volumi come si deve. Nulla da dire. A novembre secondo me hanno sofferto il confronto coi Marduk, macchina da guerra oliatissima che dal vivo dà come pochi altri. Morgan Håkansson poi, quel giorno, aveva una distorsione che non gli avevo mai sentito prima, che ti faceva sentire direttamente le fiamme dell’inferno che ti lambivano lo scroto.

Stavolta non ce n’è per nessuno e l’emozione, la frenesia dell’occasione, chiamatela come volete, non risparmia alcuni avventori. Specialmente una testa di cazzo che crede di essere ad un concerto alla Filarmonica, e reclama chissà quale spazio per se stesso, non avendo forse appieno compreso che l’evento era sold out da due mesi circa. Il coglione fa il bulletto e viene giustamente spinto fuori dalle palle, tra lanci di birre, fazzoletti (spero sborrati) e altre putridità assortite. Levatoci dalle palle lo stronzetto della situazione, ci si si gode il concerto fino alla fine, con addirittura il crowd surfing che parte dal fondo della sala per arrivare fin sotto il palco. La scaletta pesca soprattutto da Age of Excuse ed Exercises in Futility e i pezzi sono eseguiti alla perfezione come sempre. Nulla da dire, ci stiamo divertendo tutti. Mi sarei rammaricato di essermi perso un evento del genere, data anche l’importanza del nome sulla scena, e invece l’incubo pare definitivamente finito e questo è solo uno dei numerosi concerti primaverili-estivi che si preannunciano finalmente numerosi e senza divieti o problemi di alcuna sorta. (Piero Tola)

4 commenti

  • Sopravvalutati o meno, hanno portato il black metal ad un livello quasi mainstream più di vent’anni dopo gli eventi norvegesi. Il che vuol dire che hanno fatto leva semplicemente sulla musica, non potendo contare sulla cornice sensazionalistica delle stavkirke date alle fiamme; le mitologie da accumulazione seriale de zaccagnate mentre Giannetto Bagno te aspetta in macchina o famoce sopra un film dove Svast Sviterness è talmente grasso che se sale sulla bilancia je esce er numero der cellulare.
    Se lamentamo della sopravvalutazione quando c’è gente che ancora regala i soldi a quelli che hanno pubblicato l’ultimo disco decente quando era uscito da meno di un anno “Mamma ho perso l’aereo”.

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    • Non avessero avuto le calzamaglie in faccia avrebbero fatto assai meno clamore

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      • Non credo che la calzetta della befana sulla faccia faccia tutta sta differenza. Mi scuserai per il gioco di parole
        A me piacciono perché pur nella loro classicità hanno creato una cifra stilistica distinguibile. Poi si potevano pure conciare come i cappottari di qualche anno fa ai semafori sulla Colombo, come la setta de impicciati in Eyes Wide Shut o Vladimir Luxuria dopo una perquisizione. La sostanza non cambia.

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  • sarà che era due anni e mezzo che non vedevo un concerto ma a me Taake e Kampfar sono piaciuti un sacco.

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