Avere vent’anni: TAAKE – Over Bjoergvin Graater Himmerik

Barg: Se Nattestid fu un capolavoro fondamentale e irripetibile, Bjoergvin ne fu il seguito perfetto. Data infatti per assunta l’irripetibilità di quel disco, Hoest qui ne sviluppa ulteriormente lo stile, spingendo quelle stesse intuizioni in modo parossistico e creando uno stile schizofrenico fatto di riff che si ripetono e si moltiplicano apparentemente senza senso, su una struttura compositiva fratturata che ai primi ascolti sembra un collage di idee diverse unite le une alle altre quasi col solo scopo di intontire l’ascoltatore. Il risultato è un disco abbastanza strano che codifica lo stile Taake, immortalandolo e lasciandolo in pasto ai numerosi imitatori che verranno; e riprodurre molti di questi pezzi dal vivo non dev’essere semplice, visto che i musicisti avranno dovuto imparare a memoria gli svariati cambi di tempo e di riff. Ci sono però due punti in cui lo stile si fa più lineare, e sono anche i punti che alla fine rimangono più in testa: la parte finale del capitolo IV, con quel riff tanto splendido quanto poco black metal che suona per ben due minuti e mezzo (e in un disco in cui molti riff durano pochi secondi questa è veramente una meravigliosa eccezione), e l’intero capitolo VI, il più diretto del disco, con un riff meraviglioso che apre e chiude il pezzo.

Bjoergvin non sarà Nattestid, ma rimane un piccolo capolavoro. Già dal successivo i Taake inizieranno a cambiare rotta, dirigendosi verso quel black’n’roll cazzeggione a cui molti gruppi norvegesi tendono a preferire col passare degli anni. Dei Taake seri ci rimangono però questi due primi album, che li hanno consegnati alla Storia e che, a distanza di vent’anni, suonano gelidi e bellissimi come il primo giorno.

Michele Romani: È innegabile come i Taake ai tempi rappresentarono una ventata di aria fresca all’interno dell’agonizzante scena black norvegese di fine millennio. Se infatti i grandi nomi cercavano di reinventarsi sperimentando nuove sonorità o virando verso il death metal, la creatura di Hoest se ne uscì nel 1999 con quel capolavoro di Nattestid, un disco dal classico Bergen sound dei Grieghallen Studios seppur suonato con quello stile particolarissimo che ben conosciamo. Over Bjoergvin Graater Himmerik al primo impatto sembrerebbe la naturale continuazione del disco precedente, anche se ascoltandolo attentamente ci sono alcune differenze abbastanza evidenti: innanzitutto la produzione molto più nitida, forse per certi versi pure troppo, dato che in certi frangenti si sente la mancanza di quel tipico grezzume sonoro che aveva fatto la fortuna di Nattestid. Il secondo aspetto è che i brani sono molto più variegati, nel senso che sulla classica base northern black metal questa volta vengono inserite anche parti simil-thrash o addirittura heavy classico, tramite un rifferama in continuo cambiamento. A questo proposito, ho come l’impressione che in alcuni frangenti del disco Hoest tenda un po’ a strafare, nel senso che all’interno di un singolo pezzo ti trovi anche 15-20 riff diversi, a volte fin troppo chirurgici e incollati tra loro senza un senso logico ben preciso. D’accordo che questo fa parte di quel tipico stile vario e “schizofrenico” che ha Hoest nel suonare black metal, ma se la cosa viene così marcatamente accentuata si rischia di perdere il focus del brano stesso: non a caso il pezzo migliore (il capitolo IV) è quello che scorre in maniera più lineare rispetto agli altri, col riff intorno al minuto 4.30 che è uno dei migliori abbia mai sentito da quando esiste il black metal, puro gelo nordico nelle vene. Parliamo comunque di un lavoro nel complesso più che sufficiente, a parere mio nettamente inferiore al primo, ma comunque assieme al terzo Hordalands Doedskavd l’ultima testimonianza dei primi Taake, prima della svolta vagamente black’n’roll e più immediata dei lavori successivi.

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