Ragnar Lothbrok scansate: FER DE LANCE – The Hyperborean

La recente uscita del dibattuto The Northman ha portato, come immaginerete, ad un colto dibattito interno alla Redazione. Dibattito chiuso autorevolmente dal Barg e dalla sua sentenza: “… (sproloqui vari) però a me i vichinghi raffigurati come mistici metallari superfregni hanno invero scocciato“. Ora, vado a memoria, le sue reali parole potrebbero essere state più pungenti, ma il senso è chiaro. E mi sento di aderire pienamente al suo pensiero. Non fosse altro che per il rischio di un licenziamento in tronco. Anzi, mi permetto di aggiungere una postilla che lascio al pubblico dibattito: a me ha anche rotto quell’altro aspetto connesso a questa moda: la filologia (vera o presunta?) della ricostruzione delle musiche rituali etniche degli eroi norreni. A me, che sicuro sono poco edotto di etnomusicologia e preferisco sempre il buon rock’n’roll, hanno un po’ sciocciato pure le pose ed i tamburelli di Wardruna e simili. Non entro nel merito, è solo che preferisco le chitarre elettriche. E, perché no, a volte gli elmi con le corna e cose così. Ci sta, non vogliatemene. Sulla reale figaggine della storia vichinga rispetto ad altri capitoli della storia forse non sarebbe nemmeno il caso di dilungarsi troppo. Per dire, non è che viaggiatori greci ed arabi abbiano avuto avventure meno fantastiche. Così come quando si raffigura un guerriero vichingo onnipotente contro soldati di altri popoli completamente inabili a brandire una spada. Siamo proprio sicuri? Ma poi: e lo spirito guerriero sanguinario dei popoli afghani? E i vietnamiti? Sarà… Comunque il mio amico Samuele scrisse col suo gruppo heavy una canzone fantastica sulla battaglia di Montaperti e, sapete com’è, posso fare a meno dei fiordi se sto tra le colline del Chianti.

E comunque: Ragnar scansate

Quindi, tornando alla musica, ecco anche che ad un disco di cimbali e vocalizzi/supercazzola preferisco sempre un buon disco con le chitarre elettriche come The Hyperborean dei Fer De Lance. Gruppo su cui ci aveva giustamente messo in guardia proprio il Barg, solo che ora è giustamente distratto da ben altra Epica, quella dei doveri di un tradizionale e tradizionalista pater familias. Bene, la band dell’Illinois arriva all’esordio sulla lunga distanza e già in copertina ti sbattono un’aurora boreale ed un tempio dalle fattezze ellenistiche. Chiaro, quello iperboreo è un mito greco, ma è un mito, per cui niente filologia stringente. Quindi non andremo ad analizzare le proporzioni dell’ordine architettonico rappresentato, così come non ci aspetteremo zufoli mistici ricostruiti seguendo ricerche universitarie autorevoli. No, The Hyperborean è un disco di fomento metallico e canzoni epiche e rozze. Tipo il ritornello marinaresco di Sirens, da cantare brandendo verso il cielo un calice di terracotta riempito di ambrosia, un corno cavo riboccante sidro o, più prosaicamente, una Peroni da 66. Fate voi. La sovrapposizione tra il mito greco del Nord e l’epopea (fu vera gloria?) scandinava alla fine è solo questione di suggestione. Perché The Hyperborean è un disco epic metal di quelli che siamo soliti associare a certi immaginari, ma non aspettiamoci filologia. No. Ai nostri sta a cuore il Metallo e lo danno a vedere pezzo dopo pezzo. E il loro approccio nei confronti dell’Epica ha più a che fare forse con l’immaginario palestrato del connazionale Howard che con la competenza letteraria degli Atlantean Kodex, cui vengono pure accostati a buona ragione. Ma i Fer De Lance vanno meno per il sottile. Anzi, diciamo, in un’ipotetica retta che congiunga la musica dei Wheel a quella dei ‘Kodex, il gruppo di Chicago potrebbe situarsi tranquillamente lungo l’ allineamento, ma nel verso opposto rispetto alla leggiadria dei miei beniamini dell’ anno scorso.

FER-DE-LANCE-COVER

Non pura barbarie, comunque. Anzi, in organico hanno anche la cantante dei Midnight Dice, piccolo gruppo NWOTHM di Chicago, che qui si occupa di qualche coro sparuto ma soprattutto di tutte le partiture di chitarra acustica. Che non sono intarsi occasionali ma costantemente presenti, protagonisti di ogni brano con dignità paragonabile a quella delle cugine elettriche. Che per conto loro portano invece un suono algido, marziale. Certo, visto l’immaginario e titoli come Northern Skies e Arctic Winds, di certo non ti aspetti che lo stile musicale sia il ballabile calypso e la faccenda tutta non può che assumere i toni grim & frostbitten del cugino black, pure con qualche riff in odore di Dissection. Ma il riferimento principale non possono che essere i Bathory. Ovviamente quelli più viking. E torniamo se volete al discorso di inizio pezzo: avete presente le foto di Quorthon e soci con lo spadone? Vi sembra materia da serial televisivo? Purtroppo, o per fortuna, nemmeno per niente.

Dell’immaginario abbiamo già detto molto, ma le canzoni non passino in secondo piano. Lunghe parecchio, che ci vuole respiro e tempo per procedere con enfasi e magniloquenza. I momenti quasi-black (riff e batterie serrati, grida e rantoli infernali) si alternano ai momenti più solenni e dolenti. Mai propriamente doom, semmai heavy metal allo stato brado e con la grazia di un cimmero che fa irruzione nel palazzo di sua maestà e non si cura del sangue che cola dalla sua spada insozzando tappeti ed arazzi. Se vogliamo siamo un po’ dalle parti di quella NWOTHM ferale, oscura e sgraziata che l’anno scorso ha dato bella prova di sé con Ryghär e soprattutto Morgul Blade. Io preferisco comunque l’epopea dei Fer De Lance. Che se non si è ancora capito hanno fatto un gran bel disco. E, per accertarvene, vi lascio all’ennesimo sterile e bruttino lyric video. (Lorenzo Centini)

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