L’inevitabile recuperone svedese

Giunti al quattordicesimo Lp con una formazione che rimane immutata dal 1995, gli UNLEASHED confermano di essere maturati molto meglio di quasi tutte le altre vecchie lenze del death metal europeo. I veterani svedesi sono riusciti a mantenersi fedeli a un canone che loro stessi hanno contribuito a creare senza fossilizzarsi troppo sulle stesse soluzioni e variando la formula quando necessario a evitare un’eccessiva stasi creativa. E così, se nei pur apprezzabili dischi degli anni 2000 il sentore di pilota automatico stava diventando eccessivo, nel 2012 arrivò la sorprendente virata black metal di Odalheim e, dopo il transitorio e poco riuscito Dawn of the Nine, la svolta di The Hunt for White Christ verso un suono più pulito e curato. Il passaggio da Nuclear Blast a Napalm, da questo punto di vista, sembra avere aiutato, con una produzione nitida ma non posticcia in grado di esaltare stacchi ritmici e linee di chitarra solista dal discreto gusto melodico che rendono meno monolitico il consueto assalto vichingo. A parte un paio di pezzi più deboli piazzati verso la fine, No Sign of Life è un disco gagliardo e coinvolgente che comprova la fibra inossidabile di Johnny Hedlund e compari.

Ho sentito, anche da parte dei miei sodali qui dentro, opinioni abbastanza negative a proposito del nuovo disco degli UNANIMATED. Francamente non condivido. La formazione di Stoccolma sconta l’essersi sciolta all’apice della creatività dopo il suo album migliore, Ancient God of Evil, lasciandosi dietro un alone di culto che avrebbe fatto figurare come deludente qualsiasi cosa uscita in seguito non fosse stata allo stesso livello. Victory in Blood non è al livello di Ancient God of Evil, certo. Ma non lo erano nemmeno il successivo In the Light of Darkness, uscito nel 2008 dopo un decennio di silenzio, o il più recente Ep Annihilation, uscito quattro anni fa. E non è più il 1995. L’album, che coinvolge tre quinti della formazione storica (alla batteria, al posto di Peter Stärnvind, c’è Anders Schultz in prestito dagli Unleashed), vede il death/black della band dirigersi verso territori più cupi e doomy, lasciando intatto l’oscuro, peculiare gusto melodico. E altrettanto inconfondibile rimane lo screaming espressivo e sommesso di Micke Broberg, che si cimenta in un paio di episodi anche con la voce pulita. Non sarà un lavoro ispiratissimo, non avrà grandi ganci ma picchi come The Devil Rides Out per me il prezzo del biglietto lo valgono eccome. Poi ditemi voi.

vombato

I WOMBBATH sono uno di quei curiosi casi di meteore anni ’90 che, dopo la reunion, hanno intrapreso quella carriera solida e costante che mancò in gioventù. Dopo l’esordio del 1993 Internal Caustic Torments, discreto ma incapace di emergere in una scena allora ai massimi storici, il gruppo si suicidò l’anno dopo con il tremendo Ep Lavatory, tentativo fallimentare di accodarsi alla moda death’n’roll, per poi riformarsi nel 2014 con il chitarrista Hakan Stuvemark unico membro originale superstite. Da allora hanno tirato fuori ben cinque dischi, l’ultimo dei quali, Agma, è di fatto un doppio album della durata di 72 minuti per 16 brani. Un minutaggio spropositato che, per fortuna, coincide con una maggiore varietà stilistica. Su una matrice death metal svedese vecchia scuola vengono innestate influenze death/doom e si sperimenta con violini, voce pulita e soluzioni chitarristiche eterodosse. Agma è un buon lavoro, forse il migliore dalla reunion, e fa piacere che i Wombbath si sentano così ispirati e pieni di idee (nel frattempo leggo che è uscito un nuovo Ep, The Weight of Reality) ma 72 minuti sono davvero troppi per consentire di apprezzarle appieno. Nondimeno, l’azzardo si può dire riuscito e si arriva alla conclusiva On a Path of Repulsion senza annoiarsi. Se amate il genere, sarebbe un grave errore sottovalutarli. 

È invece una delusione Death, Madness, Horror, Decay, secondo disco dei THE LURKING FEAR, progetto che include tre quinti dell’attuale formazione degli At The Gates (il cantante Tomas Lindberg, il batterista Adrian Erlandsson e Jonas Stalhammar, il chitarrista che ha sostituito Anders Bjorler), accompagnati dal chitarrista degli Skitsystem, Fredrik Wallenberg, al quale si deve probabilmente la vena hardcore di certi riff, e dal bassista Andreas Axelsson,  primo cantante dei Marduk ed ex membro degli Edge of Sanity. La sensazione di trovarsi di fronte a un assemblaggio di idee scartate dalla band principale è meno forte che nel precedente Out of the Voiceless Grave, grazie a una maggiore coerenza stilistica. L’album, più compatto, è però anche meno interessante, dal momento che latitano quei guizzi e quelle bizzarrie che nel predecessore avevano reso un minimo di giustizia al concept lovecraftiano. Resta un ordinario album death metal cadenzato e d’atmosfera, tedioso e salvato a malapena dal mestiere dei nomi coinvolti. 

La reunion dei CENTINEX ha avuto un andamento decisamente orientato al ribasso. Dopo l’ottimo Redeeming Filth e il gradevole Doomsday Rituals, Martin Schulman è rimasto da solo e ha tirato su una formazione tutta nuova con la quale ha inciso due anni fa il mediocre Death in Pieces. The Pestilence è un piccolo passo avanti, segno che un minimo di amalgama nel frattempo si è creato. C’è un po’ più di tiro, un po’ più di groove, tuttavia la sensazione è che questo Ep rompa meno le palle soprattutto perché si limita a una ventina di minuti di canonico death metal all’europea. Meglio aspettare il prossimo disco dei Demonical, l’altra band di Schulman, i cui singoli promettono piuttosto bene. (Ciccio Russo)

7 commenti

  • D’accordissimo sugli Unanimated. Ovvio che non sia il loro miglior lavoro ma lo spostamento su lidi più black, contrapposto ai momenti più doomy, come li definisci tu, a me ha soddisfatto. Disco che si apprezza a fondo con qualche ascolto in più.

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  • Tra l’altro e in modo sorprendente: gran parte del disco l’ha composto il nuovo entrato Jonas Deroueche (ex Carbonized). Insomma: in oltre due lustri Cabeza e soprattutto Bohlin avranno messo in cantiere non più di 4 riff in croce.

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  • ..ahia , ahia ,ahia……la mia copia dei Lurking Fear è ancora incellofanata ,e dopo aver letto l’articolo , ho paura ad aprirla….maledetto me e il mio amore adolescenziale per gli At the Gates e Timpa !

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  • Avete dato un ascolto anche al nuovo Eucharist?

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    • Ciao Fredrik, personalmente sì. Tra i solchi di un disco eccessivamente lungo si sentono ancora rimandi al death melodico che fu. La traslazione su riffing black metal è tuttavia evidente. Oltre ai 77 minuti di durata ci sono due problemi strettamente connessi: la ripetitività di alcune soluzioni nei singoli brani, non stemperate dal confronto con qualcun altro. Markus Johnsson ha fatto tutto da solo e si sente. Ovvio che ci abbia messo anche pattern di batteria elettronica poi sostituiti dal drumming di Simon Schilling (Marduk). E qua sta l’altro problema. Non mi piacciono gli arrangiamenti di batteria che ci sono. Proprio zero. Una macchina, eh, intendiamoci. Ma non c’ha messo nulla di suo secondo me.
      Nonostante i difetti però resta un disco molto apprezzabile se si ha la pazienza di tornarci su.

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      • Mi trovi tutto sommato d’accordo, da quel che ho capito la gestazione è stata abbastanza difficoltosa, Erlandsson non aveva tempo stando con gli Arch €nemy. Come per gli Unanimated, anche gli Eucharist hanno orientato di non poco la scrittura sul black, d’altro canto non siamo più nel 1994. Forse però un maggior labor limae e selettività avrebbe giovato. Spero scriverai una recensione estesa, sarebbe un peccato non commentare questo ritorno.

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    • Non ancora, ammetto che le anticipazioni non mi avevano ben disposto ma probabilmente sono rimasto spiazzato dal mutamento stilistico che ne emerge.

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