Avere vent’anni: SETH – Divine X

L’anno passato abbiamo quasi unanimemente applaudito i francesi Seth come autori del disco dell’anno, grazie a quel La Morsure du Christ che li ha riportati ai fasti degli antichissimi splendori. Ma la loro storia è andata vicinissimo a culminare con la più tragica delle fini: facciamo un passo indietro nel tempo di una ventina d’anni e vediamo come sono andate le cose.

Nel 1998 i Nostri fecero uscire per Season of Mist l’unico album in grado di rivaleggiare con Witchcraft degli Obtained Enslavement. Les Blessures de l’âme è il classico album che nella famosa scala da uno a dieci vale undici, e l’aver piazzato un disco così mastodontico ai vertici della storia del black metal così, di punto in bianco (anche se le avvisaglie si erano viste con l’eccellente EP di debutto By Fire Power shall Be, episodio comunque poco noto alla maggior parte degli ascoltatori), a lungo andare gli ha più nuociuto che giovato. Va detto che all’epoca la Season of Mist era piccola, paragonabile al Rayo Vallecano, e una notevole pressione ce la devono avere avuta nel passare alla Osmose Productions, cioè al Real Madrid delle etichette black metal dell’epoca, la quale stava monetizzando i soldi a palate fatti con gente come Immortal e Marduk: tra i blackster si dava per scontato che qualunque cosa uscisse per la banda di Hervé fosse automaticamente un discone della madonna, scritto dalle nuove superstar del futuro prossimo e remoto per miracol mostrare e vendere decine di migliaia di copie. Oggi i ruoli si sono invertiti: Hervé, con notevole sprezzo del pericolo ed anche una coerenza che raramente si rintraccia nel music-biz, ha riportato la sua label ad uno stato pseudo-underground, scoprendo e mettendo sotto contratto talenti che in seguito potranno essere liberi di passare a major tipo Season of Mist. Se poi questi ultimi saranno in grado di raggiungere l’ambito successo con dischi di qualità e non sputtanati a causa dei compromessi che le major immancabilmente suggeriscono (pretendono), beh, lo vedremo.

Il primo episodio inciso per Osmose fu The Excellence nel 2000, che ovviamente non arrivò ai picchi del suo inarrivabile predecessore ma che, nell’ormai celebre scala da uno a dieci, il suo bell’otto lo raggiunge in scioltezza. Nonostante sia un disco dall’indubbia qualità, roba che una miriade di band non riesce a comporre neanche in minima parte in tutta una carriera, il peso del macigno Les Blessures de l’âme portò tutti a sottovalutare The Excellence; ne consegue che il successo non fu quello sperato ed un certo malumore serpeggiò intorno alla band.

Vicomte Vampyr Arkames, il cantante fin dagli esordì (oggi negli Ad Inferna), salutò tutti ed abbandonò la baracca, seguito a ruota da Faucon Noir, bassista e fondamentale contributore nel songwriting. Due perdite non da poco, ed il risultato lo vedremo due anni dopo, quando uscì lo scatafascio di album che è Divine X. Al microfono c’è Nacht dei Nachthymnen (omonimi di quelli americani), durato lo spazio di quest’unico album. Al basso un tizio sconosciuto che probabilmente ha risposto ad un annuncio “cercasi bassista per band satanic black metal” pubblicato in una qualche ‘zine ed ha voluto provare l’ebbrezza dell’esperienza trasgressiva. Certo, rimangono il prodigioso lavoro alla batteria di Alsvid e le chitarre di Heimoth, ma questo non basta a risollevare le sorti di un disco che definire mediocre è limitativo oltre che maledettamente doloroso, perché io all’epoca i Seth li adoravo incondizionatamente. Divine X è un pasticcio che guarda all’avantgarde black metal di gente come Blut Aus Nord e Deathspell Omega (giusto per rimanere in Francia) ed a DHG e  Forlorn (side-project dei Gehenna) rivolgendo lo sguardo verso nord, ma lo fa in modo blando, poco convinto, poco ispirato; quasi tutti i pezzi si aggirano intorno alla sufficienza stiracchiata perché, comunque, due compositori storici erano rimasti e non potevano essere del tutto rincoglioniti, il classico cinque-al-sei che ti beccavi al liceo e che sottintendeva l’odioso il ragazzo è intelligente ma non si applica. Forse furono anche consigliati male, non so. All’epoca questa forma di black metal aveva riscosso un certo successo e credo gli fu suggerito di tentare di cavalcare l’onda, snaturando quasi del tutto il suono che li aveva resi immortali grazie a Les Blessures de l’âme. Spariscono quasi completamente le tastiere sinfoniche che si portavano in braccio la loro musica, spariscono gli intrecci di chitarra ed al loro posto si trovano sintetizzatori (rari, non ce ne sono neanche tanti) in stile elettro-pop anni ’70 e chitarre stoppate poco fluenti, con canzoni frammentate in tante piccole parti che solo in minima frazione sono apprezzabili. I pezzi suonano slegati, statici, mitigati da uno spesso strato di cenere che ne ricopre gli zampilli fino a soffocarli. Alsvid ci mette tutto quanto può per ravvivarne la dinamica con il suo drumming precisissimo specialmente alle alte velocità, che qui però non sono più la regola bensì una (gradita) eccezione la cui presenza non influisce più di tanto sul risultato finale.

Per me era impensabile che i Seth scrivessero due brani brutti come Addicted to Psychotropic Angeldust e Cosmic Cursed’s Shelter, per di più piazzati uno dietro all’altro al centro dell’album; anche adesso che sono passati tanti anni ed ho – non tanto volentieri – riascoltato il disco per rinfrescarmi la memoria, non riesco a non scrollare la testa mentre lo stereo li riproduce, credo pure lui di malavoglia. A risollevarne i tristi difetti non basta la conclusiva Divine X, il pezzo che dà il titolo al disco, non casualmente l’unico ad avvicinarsi alla loro musica passata in modo più convinto e credibile. Io ne fui veramente deluso, non volevo credere che dei supercampioni come loro fossero diventati dei brocchi, anche se è piena la storia di gente che piazza exploit incredibili quando da loro non ci si aspetta nulla senza poi riuscire a dargli un seguito neanche la metà parimenti valido quando al contrario l’aspettativa e la pressione sono elevate.

Sfortunatamente il peggio doveva ancora arrivare, perché, passati sotto Avantgarde dopo che Osmose li aveva scaricati visto l’insufficiente riscontro che Divine X ottenne, i Seth pubblicarono quello scempio di Era-Decay nel 2004, poco prima di sciogliersi date le (meritate) stroncature senza moderazione che la loro nuova fatica si aggiudicò. Il loro scioglimento me li fece dare per persi… per sempre, una volta per tutte. La pietra tombale sulla fossa che loro stessi si erano scavati era stata messa. Mi ripeto: a posteriori posso dire di essere ben più che contento che il mio pessimismo cosmico sia stato smentito, che i Seth siano tornati convinti come nei cari vecchi tempi passati ed abbiano ricominciato a scrivere musica degna della loro storia. The Howling Spirit del 2013 non fa gridare al miracolo ma visti i suoi immediati (si fa per dire) predecessori dovrebbe farlo, e soprattutto c’è La Morsure du Christ dell’anno scorso a dimostrare che quel periodo, per i Seth, è stato troppo brutto per essere vero. Speriamo che almeno questa volta siano tornati per restare ed abbiano imparato dagli errori del passato. (Griffar)

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