Avere vent’anni: ANGEL DUST – Of Human Bondage

Ricordo benissimo quando ho ascoltato per la prima volta gli Angel Dust. Era il 2000 ed ero andato a trovare i miei cugini a Roma, dove mi sarei trasferito di lì a due anni. Un giorno andammo al cinema Gregory (che oggi è diventato sede di un Poltronesofàartigianidellaqualità) insieme a Giulio, amico di mio cugino e grande amante del metal. Se non erro il film era un thrilleraccio di cui non ho alcun ricordo chiamato The Watcher, ma ciò che invece ricordo benissimo è che all’uscita del cinema siamo andati a casa di Giulio che mi regalò due cd: una compilation con varia roba metal denominata “The Watcher” ed Enlighten the Darkness degli Angel Dust, che conoscevo solo da qualche pubblicità sulle riviste, ma che non avevo mai coperto. “Ascoltali, sono speciali e non se li caga nessuno”.

Ecco: io penso che in questa frase detta da un sedicenne all’uscita di un cinema ci sia tutto quello che c’è da dire sugli Angel Dust. Un gruppo che era davvero speciale e che non ha raccolto neanche lontanamente quanto avrebbe meritato. E la prima volta che ho messo su quel cd-r e ho ascoltato Let me live per poco non ci restavo secco.

In qualunque conformazione gli Angel Dust erano unici: lo erano agli esordi, quando facevano tutt’altro genere, lo erano quando si sono riformati tornando con il buon Border of Reality, superandosi con lo straordinario Bleed e lo erano a maggior ragione quando hanno dato alle stampe quel Capolavoro (con la C maiuscola) di Enlighten the Darkness.

E lo sono stati fino all’ultimo, anche con Of Human Bondage, ulteriore e finale (anche se da circa due anni i nostri stanno registrando e mixando un nuovo album chiamato Ghosts) tassello dell’evoluzione del gruppo che si è in parte allontanato da quel power tedesco (molto personale) che caratterizzava i lavori precedenti, inglobando un certo tipo di thrash moderno figlio di quegli anni (molto Nevermore, per intenderci).

Il tutto, sia chiaro, senza perdere un briciolo di personalità e originalità, come dimostra la doppietta inziale: due brani tiratissimi, che ti prendono sin dal primo ascolto e che nonostante alcune influenze più pronunciate, suonano Angel Dust al 100%. Pur non riuscendo ad arrivare ai livelli del suo predecessore, o di Bleed, ho sempre ritenuto Of Human Bondage un ottimo disco, capace di riuscire sia nei momenti più melodici – da sempre punto di forza della band- come Desbeliever, che in quelli più ritmati di Got This Evil.

E, nonostante da molti sia tutt’ora ritenuto il disco meno riuscito dei tedeschi, un album che contiene al suo interno un pezzo come The Cultman, che non sfigurerebbe su un Dreaming Neon Black e che è capace di alternare, nell’arco di sei minuti, quelle che sono tutte le componenti della band, deve essere per forza un grande lavoro. Le ragioni per le quali una band del genere non sia diventata, quantomeno nel settore, estremamente famosa e amata da tutti vanno al di là della mia comprensione. Non resta che sperare che a distanza di vent’anni possa esserci davvero un nuovo disco degli Angel Dust e che la terza volta sia quella buona. Glielo auguro di cuore e nel mentre rimetto su Of Human Bondage, che non solo resta un gran disco, ma è anche invecchiato alla grande. (L’Azzeccagarbugli)

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