La lista della spesa di Griffar: speciale death metal tecnico

Mi è capitato ultimamente di ghermire con i miei adunchi e nodosi artigli un po’ di roba che di norma viene etichettata come death metal tecnico, a dimostrazione che al mondo non ci sono solo First Fragment e Archspire. Ne faccio una breve carrellata consigliandovi di approfondire perché se vi piace il genere credo ne valga la pena, e se no anche solo un giro per curiosità lo si può fare. È sempre OK ascoltare cose nuove.

I REAPING ASMODEIA hanno pubblicato da poco il loro terzo full-lenght Darkened Infinity, un bel disco di veloce ed aggressivo death metal molto tecnico con forti incursioni nel deathcore, specialmente per quanto riguarda l’impostazione delle voci. I brani sono abbastanza brevi e molto dinamici, il lavoro del chitarrista è mirabile perché scrive ottime melodie sovraincise sul classico riffing stop-and-go spezzettato e saltellante proprio del deathcore americano alternate a momenti più classici del death canonico, e con questi arabeschi di chitarra ottiene il notevole risultato di diversificare i brani. Inoltre i ragazzi cercano soluzioni diverse sia per quanto riguarda i suoni (in alcuni tratti una rielaborazione in versione death metal violento del rock elettronico di settantiana memoria) sia per quanto riguarda gli schemi compositivi, il tutto senza incidere diluvi di note che li facciano ammirare per la tecnica sublime ma che dopo un po’ annoiano. Niente male anche i saltuari arrangiamenti di tastiera prevalentemente utilizzati in modo maestoso come il prog metal insegna. Degli otto pezzi tre possiedono una loro intro personale, anche se la tracklist le considera composizioni a sé stanti; ma in realtà Parasight, Lamentations e Terpsichorean Flume sono brevi divagazioni di chitarra melodica mixate sui brani seguenti, rispettivamente  Epoch of Choler, Simulacra e Dreamcaster, quest’ultimo una delle più riuscite e succose del lotto assieme alla conclusiva The Consequence of Being. Per cui non skippateli se vi viene di ascoltare il disco, cosa che consiglio perché ci troverete 36 minuti di musica di ottimo livello che non annoia mai, bella tesa e pesante come piace a noi. Se poi vi garba anche il cantato deathcore ci andrete matti.

Gli ABIOTIC nel 2021 di dischi ne hanno pubblicati due, anche se uno di essi – A Universal Plague (Mutation) – è una rivisitazione ampliata e corretta nel mastering del loro mini album d’esordio del 2011. Per loro a quanto sembra il tempo non passa, perché il full di inediti Ikigai segue comunque gli stessi schemi compositivi con i quali sono nati e che hanno sempre portato avanti con coerenza. Negli Abiotic la componente deathcore è maggiore, anche se il cantante cerca di variare molto i suoi schemi ed è in grado di passare dal guttural stile Mortician fino allo screaming black metal, fermo restando che sono le tecniche death metal e deathcore quelle prevalenti. Il riffing è spezzatissimo, forse fin troppo, gli stop-and-go continui ed incessanti, il chitarrista adora lo sweep picking avvicinandolo parecchio all’impostazione che ha il tipo dei Rings of Saturn. Scrivono musica ad alta tensione, violenta quanto serve e melodica quanto basta, anche se necessita rimarcare che i brani tendono a somigliarsi parecchio e il fatto che praticamente non ci siano pause tra un pezzo e l’altro fa sembrare ogni disco come se fosse un’unica traccia suddivisa in più movimenti tra loro connessi. L’impressione generale è che gli Abiotic siano i più violenti tra i gruppi di cui si parla qui, forse anche perché i suoni più compressi a livello di produzione li spingono ai confini del brutal death, e che abbiano anche un notevole talento che però emerge solo a tratti, anche se ne danno sfoggio praticamente in ogni pezzo. Per quello si ha l’impressione di ascoltare un unico brano diviso in movimenti anziché una collezione di canzoni ognuna indipendente dalle altre. Validi comunque, meritano attenzione.

Chi scrive del sontuoso death metal con i coglioni fumanti sono i polacchi DORMANT ORDEAL, pure loro giunti al traguardo del terzo album. The Grand Scheme of Things è perennemente in bilico tra il death metal e il brutal, e per loro grazia i termini di paragone che richiamano alla mente sono tutti portabandiera dell’eccellenza pura: a partire dai loro conterranei Trauma e Decapitated (di questi ultimi specialmente i primi due dischi) fino ad arrivare oltreoceano, con le ritmiche serratissime dei Vital Remains e i tecnicismi dei furenti e virtuosi Flesh Consumed a far capolino nelle loro partiture. I ragazzi hanno organizzato una collezione di otto brani di assoluto livello, The Grand Scheme of Things è di sicuro il loro miglior disco e, visto che la curva qualitativa è in progressione, potremo aspettarci mirabilie anche in futuro. Sono un manipolo di mastini assetati di sangue e non sprecano un solo secondo per sbattertelo sul muso pestando come dei dannati con gran gusto per tutta la durata dell’album, accompagnandosi tra l’altro da testi intelligenti non particolarmente usuali, tipo Poetry doesn’t work on whores (la poesia alle mignotte non serve), Letters to Mr Smith oppure The borders of our language are not the borders of our world (I limiti della nostra lingua non sono i confini del nostro mondo). È un peccato se lo sottovalutate, The Grand Scheme of Things è musica che vale ogni centesimo che si spende.

A bilanciare questa carrellata di gruppi che maltrattano gli apparati uditivi degli ascoltatori, una band che invece ammorbidisce notevolmente il suo sound, in passato un misto di doom/death tecnico con qualche svisata nei contesti black metal d’atmosfera. Parlo dei PSILOCYBE LARVAE, gruppo russo ignoto ai più che, come giustamente fatto notare dal possente Bargone, deriva il monicker da un verso di una canzone dei vecchi Tiamat. Sono dei veterani in giro da un quarto di secolo, Where Silence Dwells è il loro quinto album e segue di nove anni il bellissimo The Labyrinth of Penumbra. Nove anni sono tanti, i diversamente ragazzi hanno mitigato parecchio la loro musica; per esempio le divagazioni black metal le hanno abbandonate in un mondo passato, mentre oggi preferiscono mescolare il loro death metal con influenze gothic/doom metal di antica memoria e pure con certo rock psichedelico, puntando molto di più sull’atmosfera fosca, grigia e soffusa dei brani piuttosto che sull’impatto violento puro e semplice. Tra tanti che cercano di picchiare ogni giorno più duro c’è chi picchiava duro in passato e oggi propone cose più classy, suonate con eterna perizia e composte ed arrangiate con un equilibrio che solo anni ed anni di onorata militanza underground possono farti raggiungere. Where Silence Dwells è un disco piacevolissimo, vario, possente quanto basta e cela tra i suoi solchi un’inesauribile eleganza, per non parlare della produzione degna di una major label. Ascoltatevelo perché ne sarete sorpresi, chi adora gruppi come primi Opeth, October Tide, Swallow the Sun più datati (fino a Emerald Forest, ad esempio) apprezzerà di certo.

‘Til next, keep on bangin’. (Griffar)

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