Mamma guarda come suono veloce: FIRST FRAGMENT – Gloire Éternelle

Cesare Carrozzi: Non so quanti di voi che leggono hanno presente Far Beyond the Sun di Yngwie Malmsteen; per quelli che non dovessero conoscerla, è un brano strumentale, presente nel suo primo album solista Rising Force del 1984, che è diventato un classicissimo dell’ex panzone svedese. Far Beyond the Sun è una sbrodolata strumentale di circa sei minuti dove il Nostro non sta fermo un attimo e quasi non suona un accordo che sia uno, tranne sotto gli assoli di tastiere di Jens Johansson. Non serve sottolineare che è un capolavoro, anche se la mia versione preferita è quella presente sul live Trial By Fire, che fotografa un Yngwie in pieno stato di grazia per suono e interpretazione. Ora, immaginate Far Beyond the Sun con uno che ci rutta sopra, sarebbe un valore aggiunto? Vi precedo: no amici, sostanzialmente sarebbe uno schizzo di merda sulla Gioconda. Quindi i First Fragment sono uno schizzo di merda? No, anzi, Gloire Éternelle è carino. E allora non capiamo. Vi spiego: l’idea alla base di Gloire Éternelle, cioè fondere lo shred neoclassico al brutal death metal, non è male ed anzi piuttosto interessante. Il problema è il come, perché se uno non lo fa bene rischia di perdere la brutalità a scapito di infiniti frullamenti delle chitarre (e anche – nel caso specifico dei First Fragment – di basso fretless). Cioè, in tutto il disco non si arriva a sentire MAI un accordo, ed è un bel problema, perché pezzo dopo pezzo Gloire Éternelle perde via via di mordente e alla fine ci si ritrova con le gonadi gonfie a dismisura. Per carità, non mancano aperture melodiche e parti acustiche che però sono spesso implementate male, perché, considerato che la porzione di brutalità dei First Fragment è affidata quasi esclusivamente alla voce, quando arriva lo stacco melodico perde molto d’impatto. Posto che i First Fragment dal punto di vista strumentale non inventano assolutamente nulla pur essendo piacevoli, delle due l’una: o lasciano perdere il death metal per concentrarsi su lavori strumentali riccardoni, oppure si danno una regolata e rifanno le proporzioni tra brutal death e parti shred, perché così com’è Gloire Éternelle suona troppo, troppo sbilanciato. Rimandati a settembre. (Cesare Carrozzi)

Griffar: Spesso di superlativi si abusa ma nel caso di Gloire Éternelle nessun superlativo è inappropriato, ridondante o sparato a caso. Anzi, non ci sono superlativi abbastanza superlativi per rendere effettivamente l’idea di che disco sia il nuovo First Fragment. Semplicemente bisogna ascoltarlo per crederci. L’album viene inquadrato nel sottogenere death metal tecnico, solo che (voce a parte) in tutto l’album di death metal propriamente detto non si trova traccia; al contrario si può parlare del più universale ed inclusivo technical metal, che comprende dai Rush a gruppi brutal death come i Fractured Insanity passando per Dream Theater, Fates Warning, Sadus e decine di altri, e non è raro che costoro mettano l’abilità allo strumento in primo piano, talvolta troppo in primo piano, facendo diventare i brani una stucchevole messa in mostra di quanto sono bravi a suonare tramite temporali di note che impressionano l’ascoltatore al primo impatto ma che, in seguito, non comunicano nulla e finiscono per annoiare.

Gloire Éternelle è diverso, perché la band, che già nello stupefacente Dasein di cinque anni e mezzo fa aveva fatto intendere di possedere un talento ed un gusto per scrivere brani molto melodici ben oltre la norma, in tutto questo tempo è progredita ulteriormente. Il fine ultimo di tutti i brani è quello di farsi ricordare, di essere memorizzato e canticchiato nei momenti più strani del giorno, perché i riff sono penetranti: una volta ascoltati entrano in testa e non ne escono più, proprio come facevano quelli dei Sadus che ti ricordi a distanza di decenni anche senza volerlo, ogni tanto riappaiono in testa e ronzano tra le sinapsi fino a quando non vai a rimettere su il disco ed appaghi la necessità di ascoltare grandi pezzi suonati magnificamente. I First Fragment sono persino più melodici dei Sadus, pur essendo un filino più aggressivi: includono nella loro musica influenze esterne al metal che spaziano dal flamenco alla fusion, dal funky al prog rock jazz puro e molta musica classica e barocca, sempre avendo come faro il comporre brani che non siano solo sterile esibizione di tecnica strumentale, ma che invece siano quanto più possibile coinvolgenti ed emozionanti. Solo tre dei nove brani (più outro) sono di lunghezza superiore alla media: la title track da otto minuti e mezzo, De Chair et De Haine da nove minuti e la sinfonia moderna In’el che dura diciannove maestosi minuti lasciando a bocca aperta. Gli altri pezzi potrebbero essere tutti quanti dei singoli da passare alla radio, per via della lunghezza limitata e della massiccia dose di melodia che ne farebbe prodotti appetibili al grande pubblico come riuscì ai Dream Theater in tempi passati.

Per quanto mi riguarda non c’è una sola nota fuori posto, inutile o superflua e, se fino a poco tempo fa al pirlone che dice che tanto il metal è tutto solo rumore e i gruppi non sanno suonare gli avrei fatto ascoltare Images & Words, da oggi gli faccio ascoltare Gloire Éternelle. Amen.

 

3 commenti

  • Devo dire che mi avete davvero incuriosito. Dopo gli ascolti: Carrozzi è stato troppo buono.

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  • Devo dire che gli sbrodolamenti di solito mi rompono le palle molto in fretta e Malmsteen non lo tollero in nessuna forma, pero’ questi in qualche modo mi hanno colpito. Pero’ come dice il carrozzi, sono molto sbilanciati e ora come ora la voce non c’entra una sega con tutto il resto. Ne guadagnerebbero se fossero solo strumentali o con un cantato in altro stile

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  • Orchite……se al circo di Nando Orfei sostituissero un acrobata con un chitarrista otterrebbero questo gruppo…Io continuo a non capire a chi possa servire una roba del genere, soprattutto con un tipo che abbaia dentro un microfono

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