Avere vent’anni: ENSLAVED – Monumension

E qui fu quando gli Enslaved iniziarono a buttarsi sul progressive. Una svolta decisamente annunciata, soprattutto grazie al precedente Mardraum (Beyond the Within), disco tendenzialmente death metal – per quanto peculiare – e pienamente inseribile nel contesto del metal estremo, con tutto ciò che ne deriva, ma attraverso la cui filigrana si percepiva l’imminenza della china che Ivar Bjornson e soci stavano per prendere.

Gli Enslaved non sono un gruppo la cui discografia si può dividere in fasi nette e definite, sia perché, almeno fino a qualche anno fa, hanno sempre cercato di non ripetersi e sia perché, non essendo quasi mai stati un gruppo ben inquadrabile, in qualche modo gli elementi posteriori del loro suono erano già presenti ai loro esordi. Nonostante tutto, se dovessimo trovare un disco che rappresenta una svolta tra le due principali macroere degli Enslaved allora quel disco sarebbe proprio Monumension.

Questo sesto album degli Enslaved all’epoca non fu accolto con grandissimo entusiasmo, e si può facilmente capire perché. Il cambiamento rispetto al passato è netto, molto più netto di quello intercorso tra i loro dischi precedenti; il prog non è solo un’influenza, una fascinazione, un qualcosa a cui tendere, e difficilmente si può parlare di Monumension come un disco black metal nel senso in cui si era abituati nel 2001. Per rendersi conto della cosa basta premere play e venire travolti dai primi tre pezzi: innanzitutto Convoys to Nothingness, che porta il discorso estremamente più avanti e inizia a sporcare pesantemente il suono tradizionale della band con atmosfere sognanti e rarefatte, fino a concludersi con due minuti e mezzo di sfarfallamenti psichedelici. Poi subito dopo la seconda The Voices prende queste stesse premesse e le esplica in modi molto diversi, con un giro in mid tempo quasi sludge che fa da contrappeso a una chitarra solista che svolazza libera su un tappeto sonoro di vagheggiamenti prog. E infine la terza Vision: Sphere of the Elements – A Monument part II, che parte col riffone thrash e l’assolone slayeriano, combinando gli elementi prog su una struttura più canonicamente estrema. Il disco continua così per un’ora, mischiando sempre le carte ma tenendo sempre la barra dritta verso un obiettivo che, a posteriori, appare chiarissimo e ben definito. In questo senso la traccia bonus Sigmundskavadet, un inno da battaglia cadenzato e retto da una ritmica ipnotica, sembra un commosso commiato alle atmosfere vichinghe.

Dopo l’esperimento fallito con Peter Tagtgren dietro alla consolle ritorna Pytten, già produttore dei primi loro album nonché autore del suono della maggior parte dei grandi classici del black metal. Il risultato è azzeccatissimo, e l’essenza degli Enslaved non viene tradita nonostante il cambio stilistico netto. Capisco che all’epoca ci fosse un po’ di diffidenza, ma a distanza di vent’anni non c’è motivo per non considerare Monumension un gran disco. (barg)

One comment

  • Tagtgren è IL principale responsabile della plastificazione del suono nel metal. Bisognerebbe impedirgli di stare dietro una console. Meno male che non è riuscito a rovinare “Monotheist”, mi faceva molta paura…

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