Cinquantenni ancora piacenti: PINK FLOYD – Meddle

How does it feel, ah how does it feel
To be on your own, with no direction home
 Like a complete unknown, like a rolling stone

Il ritornello di Like a Rolling Stone di Bob Dylan è una delle più precise fotografie di quelli che sono stati i Pink Floyd “di mezzo”, che vanno dalla separazione con Syd Barrett alla pubblicazione di The Dark Side of The Moon.

Questa assenza di “una direzione” si avverte, in particolare, nel periodo successivo alla pubblicazione di A Saucerful of Secrets, che ancora risente pesantemente dell’influenza del genio barrettiano e delle sonorità della psichedelia inglese dell’epoca.

Un lasso di tempo di totale e assoluta libertà che si avverte, in modo ben più tangibile, prendendo in considerazione anche la discografia “parallela” a  quella ufficiale composta da  tutte le sperimentazioni a latere di Ummagumma e Atom Earth Mother che contraddistinguevano molte esibizioni dal vivo degli inglesi e che hanno – seppur in parte- finalmente visto la luce in forma ufficiale nello splendido e definitivo cofanetto The Early Days 1965-1972.

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Meddle è sia il punto di arrivo di tutto questo percorso, sia una nuova strada che porterà alla fase di maggior successo dei Pink Floyd: è stato spesso definito, non a torto, come un album di transizione (ovviamente non con un’accezione negativa), ma è più la rappresentazione di un crocevia, di un incrocio di diversi percorsi che parte dal passato e si proietta verso il futuro. Un passato rappresentato tanto da quello più prossimo, germinazione delle lunghe sperimentazioni di Embryo e di The Man and the Journey, quanto dal riverbero di quegli echi barrettiani che diventano sempre meno percepibili, ma sempre presenti.

La figura di Barrett, infatti, spunterà sempre anche negli anni successivi, come una sorta di “peccato originale” per i Pink Floyd, rei di aver abbandonato e “lasciato indietro” il loro fondatore in un momento di difficoltà da cui non sarebbe mai uscito. Un fantasma che attraverserà la carriera e la vita dei membri della band, che si concretizzerà “in carne ed ossa” con l’apparizione quasi fantascientifica durante le registrazioni di Shine on You Crazy Diamond e che sarebbe stato ricordato in molteplici occasioni, da ultimo nella reunion del Live 8 durante l’esibizione di Wish You Were Here (“We’re doing for everybody who’s not here, particularly, of course, for Syd”).

Un Syd Barrett irriconoscibile mentre va a trovare la band durante le registrazioni di Shine on you Crazy Diamond

Dall’altra parte c’è la strada verso sonorità diverse, verso un suono diverso, completamente distante dagli anni ’60 e che farà la fortuna della band, una ricerca che nasce letteralmente dal niente. Infatti, prima che i nostri iniziassero le registrazioni di Meddle, erano creativamente prosciugati, non avevano nessuna idea e avevano deciso di provare a incidere su piste separate, senza conoscere ciò che gli altri stavano scrivendo, concordando giusto degli accordi di base, ma senza neanche conoscerne nemmeno il tempo. Il risultato, come scrive Nick Mason nel fondamentale Inside Out, sono “gli appunti sonori “Nothings 1-24”, un titolo quanto mai adatto. Dopo due settimane non era uscito pressoché nulla di valido”*.

Da quegli appunti che avrebbero dovuto comporre The Return of the Son of Nothing (titolo di lavorazione del disco in cui riverbera l’idea di stasi creativa), però una cosa si poteva salvare: “un’unica nota prodotta al pianoforte e riprodotta tramite un leslie, un curioso dispositivo normalmente usato assieme ad un organo Hammond che utilizza un cono rotante che amplifica il suono creato”*. Si tratta di quel suono assimilabile ad un sonar che rappresenta il cuore pulsante di Echoes, che diventerà la prima traccia intorno alla quale è stato costruito l’album, una delle più celebrate degli inglesi, che occupa l’intera seconda facciata di Meddle.

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Un brano letteralmente unico, tra i più complessi della discografia degli inglesi che si divertirono a sperimentare nella parte centrale, come avevano fatto nel secondo disco di Ummagumma. Una canzone psichedelica dalle molteplici influenze, difficilmente definibile se non con le parole utilizzate, molti anni dopo, dallo stesso Gilmour. In occasione del suo trionfale ritorno a Pompei nel 2016, di fronte alla richiesta di eseguire il brano da parte di tante persone ammassate sotto il palco (tra cui il sottoscritto), Gilmour rispose in modo secco e netto che “Echoes è una conversazione tra due persone e Rick è morto”, ribadendo che non l’avrebbe mai più suonata dal vivo. Nella spiccia risposta del chitarrista si trova la più semplice e azzeccata definizione per un brano del genere: Echoes è davvero una conversazione tra le tastiere di Wright e la chitarra di Gilmour che si rincorrono, si perdono e si ritrovano nei 23 minuti di durata del pezzo, giungendo ad un finale drammatico e esaltante al tempo stesso.

Ma Meddle non è solo Echoes e non è neanche solo One of These Days, l’altro brano più famoso del disco (in Italia anche quale sigla di Dribbling), reso immortale da quel giro di basso (anzi, di due bassi suonati all’unisono da Waters e Gilmour) amplificato da un Binson Echorec usato anche da Barrett in Interstellar Overdrive. Si tratta di un apparecchio di fattura italiana che amplifica e crea “rumore” attraverso una lama rotante circondata da testine per nastro che creavano un fruscio, un rumore bianco che si sente all’inizio del brano che viene violentemente “spezzato” dal celeberrimo  intervento di Nick Mason (“one of these days, I’m going to cut you into little pieces”), la cui voce è stata prima registrata a doppia velocità e poi riprodotta, a velocità ridotta e distorta. In mezzo a questi due capisaldi si trovano delle gemme spesso poco celebrate, ma davvero imprescindibili. A partire dalle placide atmosfere di A Pillow of Winds, mai eseguita dal vivo, un brano più vicino alla psichedelia del passato, ma impreziosito da una slide guitar quasi blues che segna tutto il brano e da un testo in cui vengono descritte le varie fasi del sonno, dal momento in cui ci si addormenta, fino al risveglio del mattino successivo.

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I Pink Floyd in vacanza a Saint Tropez nel 1970.

La grandezza di Meddle è che nei suoi 46 minuti, in mezzo a tanti pezzi “solenni”, riesce anche a tirare fuori composizioni disimpegnate e scanzonate, come la notevole San Tropez, unico brano composto solo da Waters e portato già “confezionato” in studio, nel quale il buon Roger opera una satira della vita della città della Costa Azzurra, in cui la band aveva trascorso un lungo periodo l’anno prima, immortalato anche da uno dei live più “piratati” della storia del gruppo e, in parte, recuperato sul box The Early Days. Una canzone molto “chiacchierata” in Italia per risibili motivi, perché per anni, in assenza di testi ufficiali, il passaggio “I hear your soft voice calling to me/ Making a date for later by phone” è stato interpretato come “making a date for Rita Pavone, con tanto di conferma della stessa cantante, che giurava di aver conosciuto i Pink Floyd proprio in Costa Azzurra nel 1973 (e quindi due anni dopo la pubblicazione del disco).

Sempre tra i brani “disimpegnati”, troviamo Seamus che… è davvero un mero divertissement, come si ricava dalla genesi del brano raccontata da Nick Mason: “Dave stava cercando un cane, il Seamus in questione, per Steve Marriott degli Small Faces. Steve aveva addestrato Seamus ad abbaiare tutte le volte che veniva suonata della musica. Era davvero straordinario, per cui mettemmo insieme un paio di chitarre e registrammo il pezzo nel giro di un pomeriggio”*. Lo stesso brano è stato eseguito anche durante il Live At Pompeii, dove compare, però, un altro cane di nome Mademoiselle Nobs.

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E poi c’è Fearless, che è una delle canzoni più belle e meno celebrate di tutti i tempi, una combinazione, forse anche involontaria, di fattori che rende quei sei minuti indimenticabili a partire dall’accordo iniziale, fino alla dissolvenza di You never walk alone, coro per eccellenza dei tifosi del Liverpool registrato durante un derby e che, sul finale, viene coperto dal grido degli acerrimi nemici “Everton! Everton!”. Circostanza molto curiosa, se si considera che sia Gilmour che Waters sono accaniti fan dell’Arsenal. Una canzone davvero incredibile che si pone come spartiacque di un album unico all’interno della discografia della band e che suona ancora oggi, dopo cinquant’anni, inafferrabile, e che di recente è stato celebrato in uno dei film “rock ‘n roll” più riusciti degli ultimi anni, Everybody Wants Some!!, ideale seguito di Dazed and Confused (La Vita è un sogno) del 1993. Nel film di Richard Linklater, che racconta dell’ingresso al college di quattro matricole, i nostri vengono introdotti ai piaceri dell’erba e uno studente – ovviamente fuori corso – più grande mette su Fearless e inizia un discorso, chiaramente under the influence, sulla “progressione di note” che caratterizza il pezzo. E vi assicuro che, pur avendo letto davvero di tutto nel corso degli anni sui Pink Floyd, non ho mai sentito un discorso così a fuoco sulle virtù di Fearless come quello immortalato nel film di Linklater. (L’Azzeccagarbugli)

(* estratti da Nick Mason “Inside Out – La prima autobiografia dei Pink Floyd“, Rizzoli, 2005)

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