Vaffanculo, dai: K.K.’s PRIEST – Sermons of the Sinner

Questo disco fa schifo. Non è semplicemente banale, o insipido, o noioso, o stucchevole o quellochevolete, fa proprio schifo, ovvero racchiude in sé tutte queste tare (più parecchie altre) e le degrada ulteriormente a nuovi livelli di schifo. È un peccato, da una parte perché un disco di merda in più non contribuisce affatto a rendere il mondo un posto migliore, dall’altra perché questo Sermons of the Sinner doveva essere il grande rilancio di K.K. Downing, storico chitarrista dei Judas Priest a mezzo servizio con Glenn Tipton, che a quasi settant’anni suonati si ripresenta al pubblico con questa cacata fulminante.

Ma non era meglio godersi la pensione in qualche accidenti di maniero in Cornovaglia o che ne so? Boh. È che probabilmente il vecchio Kenneth la pensione non ce l’ha, o comunque non gli basta a campare e chi lo sa, metteteci pure la voglia di rivalsa rispetto agli ex sodali, specialmente verso Glenn Tipton, accusato da K.K. nel recente libro di memorie di essere un bullo comandone e, in ultima analisi, la ragione principale per la quale alla fine è uscito dai Judas Priest. Dopo quarant’anni. Non cinque, non dieci, non venti, no. QUARANTA. Sembra uno di quei matrimoni dove il marito/la moglie lascia il coniuge dopo quarant’anni di matrimonio perché si è improvvisamente accorto/a che era un coglione, lui o lei. Cioè, per carità uno può pure prendere coscienza tardi o sedimentare disappunto per decadi, ma allora sei più coglione tu o Glenn Tipton?

In altre parole: se Glenn Tipton, pur comandando e bullizzando gli altri membri dei Judas Priest, è riuscito nell’impresa di far diventare i Priest l’imprescindibile icona del metal che sono (e anche quasi a demolirli), tu che ti sei lasciato trascinare e, come scrivi, sei stato una sua vittima, che cosa sei? Un opportunista? Un debole? Entrambe? Ma soprattutto, che senso ha avuto quel rimanerci male dato in pasto alle stampe quando per la tournée di Firepower invece di chiamare te per sostituire Tipton i Judas decisero (e pure giustamente) di avvalersi di Andy Sneap? Che dovevano fare, te ne sei andato sbattendo la porta, scrivi un libro di memorie su, per lo più, quanto stronzo è Glenn Tipton e poi appena possibile vuoi prenderne il posto? Sei stupido? Embè, penso proprio di sì. Anche perché per stampare e distribuire ‘sta merda fumante che è Sermons of the Sinner o ci vuole il coraggio dell’insensatezza o tanta disperazione o, com’è probabile, entrambe. Spiace soprattutto per Ripper Owens, ennesima dimostrazione del fatto che talento e bravura da soli non bastano e che se cominci a legarti alla sfiga poi la sfiga si lega a te, visto che se è vero come è vero che il lontano Jugulator è l’unico lavoro imprescindibile sul quale ha prestato la voce e dopo quello solo mediocrità e merda, allora vuol dire che evidentemente più di qualche colpa circa l’affondamento della sua carriera è ascrivibile proprio a lui stesso.

Sermons of the Sinner suona come il demo di un gruppo heavy metal alle primissime armi, con un cantante in formissima, due chitarristi imberbi che suonano da poco tempo, un batterista senza troppe pretese ed un bassista non male. Cioè, se uno non sapesse che dentro c’è K.K. Downing e pensasse fossero dei ragazzini con tanto entusiasmo e poca esperienza sarebbe pure portato ad essere di manica larga, il problema è che è l’esatto opposto: dove ci dovrebbe essere tanto mestiere c’è solamente un’approssimazione inspiegabile e al posto dell’entusiasmo la puzza di sfiga, ma proprio tanta. Vaffanculo, dai. (Cesare Carrozzi)

15 commenti

  • Si, è tremendo. Non so come certi soggetti possano davvero essere convinti di avviare un progetto del genere. Sin dal nome, dalla scelta di un cantante fallito e via, via tutto il resto. Pezzi scadenti, testi imbarazzanti, un’immagine che emana sfiga e disagio. Bisognerebbe avere un briciolo di dignità ogni tanto

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  • ma davvvero in tanti anni KK non ha messo via qualche soldo per vivere tranquillo senza rendersi ridicolo? Dico, già per il nome del gruppo che ha scelto andrebbe preso a legnate. Ho sentito un paio di singoli in rete e mi sono vergognato io di averli sentito…..Ovviamente su diversi siti di ‘sta merda ne parlano bene, nessun dubbio a riguardo, a dimostrazione della mancanza di senso critico e vergogna che ammorba l’ambiente musicale.

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    • K.K. sicuramente qualcosa da parte lo avrà…tra royalties e magari una pensioncina tipo la minima che avranno pure in Inghilterra, mica sarà sul lastrico…il fatto è che secondo me non è vero che da vecchi si diventa più saggi e calmi per forza, spesso da vecchi si diventa semplicemente più stronzi. E questo ne è una dimostrazione lampante. K.K. è diventato più stronzo di quello che probabilmente era già e poi va beh ha provato a fare i Judas da serie Z con sto progetto che è oggettivamente di una tristezza infinita. Ma poi la tristezza del nome del gruppo?!? A questo punto basterebbe affidarsi all’ormai celebre Of Fire che ormai dovrebbe essere per legge il solo nome legalmente accettato da chi sfancula la band madre. K.K. Of Fire mica suona male dai.

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  • Pierre DuLavelle

    Anche questa “recensione” (virgolettato d’obbligo) fa schifo, a ben vedere. Più della metà è gossip da due – due, neanche quattro – soldi sulle vicende extramusicali del protagonista (menzionato quasi distrattamente giusto un paio di volte, a differenza di Glenn Tipton che fa capolino ben 5 volte) mentre il resto è una presa di posizione personale – tanto opinabile quanto rispettabile, benché proprio da quel lato di tale astratto concetto non vi sia traccia – del wannabe di turno che tutto sa e su tutto pontifica affondando colpi su colpi a suon di epiteti gratuiti che ricordano tanto l’infante che dice “cacca”, ride e tutti intorno applaudono estasiati. A volte scorrendo Metal Skunk mi sembra di rivedere e rivivere lo spaventoso declino, fino al totale tracollo qualitativo, cui andò incontro anni fa una delle testate più importanti del settore… com’è che si chiamava? Ah, sì… Tornando al disco: K.K. Downing propone quello per cui è conosciuto e ricordato, cioè essere stato parte integrante di uno dei gruppi più importanti ed iconici dell’heavy metal. Riffs semplici, ritmiche serrate, assoli incrociati. Niente di diverso da quello che la band di origine ha proposto – e tutti meno uno abbiamo sentito – per buona parte degli anni ’80, la stessa band a cui forse Ripper anelava prima di ritrovarsi in un’entità dallo stesso nome ma in profonda crisi d’identità. La qualità è la stessa? Su questo si può discutere, certo, per quanto lo si possa fare su qualcosa di così soggettivo come l’ascolto di un disco. Ma viene difficile – se non impossibile, indi inutile – se le argomentazioni prinicipali sono “schifo”, “cacata fulminante”, “merda” (fumante e non), “puzza di sfiga”: gli altri possono continuare ad applaudire estaticamente.

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    • Hai lasciato i tuoi 5 copechi, come si dice qui nel Caucaso del nord… bravo. Potevi fare ancora meglio chiedendo un track-by-track del disco. Personalmente trovo molto triste che KK se ne sia uscito con questo dischetto scialbo, stupido, brutto e fatto con la stessa convinzione di chi cerca la moglie ideale in un night club di Bucarest…. KK avrebbe fatto meglio a proporre qualcosa di più originale. Si può chiedere a un settantenne di mostrare un po’ di personalità , evitando di creare un gruppo che da ogni angolazione sembra la caricatura del gruppo che lo ha cacciato?

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      • Pierre DuLavelle

        Il punto è che si è ancora all’assioma “questo disco piace/non piace a me = è bello/brutto d’ufficio”. La prima affermazione è lecita ma non lo è il fatto che venga traslata a dogma valido per – o accettato da – tutti. Nessuno mette in discussione o contesta il gusto personale: trinciare giudizi unicamente in base a quello è però tutta un’altra questione. Potremmo anche discutere sul fatto che Downing “avrebbe fatto meglio a…”: ha fatto una scelta diversa, che non lasciava adito a dubbi su quello che sarebbe stato ne’ alimentava false speranze su quello che avrebbe potuto invece essere. Giusta o sbagliata che sia, la trovo quantomeno coerente col personaggio e la carriera: penso sia (stato) più onesto riproporsi in questa veste che uscire dal proprio seminato (magari consci dei propri limiti) che riciclarsi – a settant’anni – in qualcosa che non si vuole o non si è capaci d’essere per compiacere un pubblico che, in larga parte, al minimo accenno di cambiamento da parte di una band o di un artista parte lancia in resta gridando al tradimento (altra visione che ha radici antiche nell’immaginario metallaro). L’originalità non andiamo a chiederla a K.K. Downing in un disco che (come tanti altri gruppi e dischi) fa dell’autocitazionismo – a partire dal monicker all’iconografia – una colonna portante.

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  • Una boriosa elucubrazione (non saprei come chiamarla diversamente) oltre che imbarazzante, piena e zeppa di critiche da pessimo bar. Non c’è un minimo di obiettività e tantomeno un briciolo di professionalità, a partire dal titolo. Curiosità, si tratta per caso di uno sfogo buttato giù con la fretta di chi non vede l’ora di spettegolare su qualcuno? Dimmi, lo hai letto il libro di KK Downing? Scrivi su una testata digitale ragazzo, non su un forum da strapazzo. La gente legge e tira le somme anche sul tuo modo di giudicare.

    Detto ciò, l’album è il risultato di un lavoro autocelebrativo che nulla vuole aggiungere al genere e oggettivamente lo fa anche bene. Non si tratta di un capolavoro ma nel contesto sicuramente di un buon album, anche perché di mestiere in questo album se ne sente fin troppo: arrangiamenti, suoni, produzione e professionisti all’altezza. Poi può non piacere, e ci può stare alla grande dato che si tratta di una riproposizione (se vogliano trita e ritrita) del genere, cui però KK Downing è artefice fin dagli albori e al quale non gli si può negare di esserne stato uno dei legittimi padri.

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  • Album veramente imbarazzante nell’essere scialbo, derivativo oltre l’accettabile. Ma perché Ripper non viene MAI usato a dovere? Delusione cocente.

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    • Si è derivativo, questo Downing non l’ha mai negato. Ha sempre affermato di voler portare avanti il lavoro dei suoi ex compagni. Già il logo e il nome del progetto, lasciano presagire una riproposizione dello stile, delle caratteristiche, dei suoni dei Judas Priest. Ha esagerato? Si, in alcuni momenti la somiglianza è stucchevole. Quindi, perché stupirsi di una cosa ampiamente annunciata in partenza? D’altronde KK è una parte dei Judas Priest.

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      • Perché l’album fa cagare. Io faccio parte dei Defenfer Vecchia Guardia, tutti maiuscolo, e questa roba è imbarazzante. Perché è fatta male, non perché non è originale. Io ascolto 15% thrash, 10 % melodic death metal e 75% il genere ivi proposto, e mi lamento non della poca originalità rispetto al panorama di riferimento, ma della pochezza rispetto a tale panorama, e della pochezza intrinseca, un pezzo rispetto all’altro dell’album. Oh, non è che perché c’è KK devo ingoiarmi un pessimo prodotto.

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  • La recensione mi sembra cattivella e se mi permetti fuori luogo. Mi sembra che i musicisti facciano un buon lavoro: i brani si ascoltano piacevolmente; gli assoli si alternano, come nei Priest di una volta; le ritmiche se pur prevedibili sono serrate. Alcune volte pare di ascoltare Nostradamus, magari su questo Ken avrebbe dovuto fare diversamente trovando soluzioni diverse, però tutto sommato l’album funziona.

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  • Ma quelli che si lamentano della recensione l’hanno letto questo articolo?
    https://metalskunk.com/2020/04/26/lo-igorrr-gate-e-i-10-anni-di-metal-skunk/

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    • Ho capito lo spirito, la leggerezza ma a sto punto vado su Dagospia o su Lercio…. La recensione sopra non è manco divertente… Suvvia ragazzi…

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    • Pierre DuLavelle

      Sì, l’avevo letto e non a caso nella mia risposta c’era un accenno neppure troppo velato al tipo di approccio che caratterizzava la rivista di provenienza dei Padri Fondatori del blog, permeata durante quella gestione di uno spirito che – a leggere la “recensione” in questione – ha raccolto adepti. […] “Quindi venire qui a scrivere “questa recensione non è una recensione perché non descrive il disco e non ha argomentazioni” non ha il minimo senso. Riuscite a capirlo? Immagino di no.” […]. Nessuno questiona il diritto di critica in qualsiasi forma venga espresso, ma confonderlo con la libertà di sminuire, sbeffeggiare o denigrare qualcosa su basi che hanno un’attinenza del tutto marginale se non per chi le alimenta e vi insiste preferendo le proprie elucubrazioni mentali ad un ascolto obiettivo mette in automatico dalla parte del torto. Anche questo non dovrebbe essere difficile da capire, ora come allora. Lo stesso Bargone (lo tiro in ballo perché l’articolo linkato porta la sua firma) avrebbe dovuto per completezza sottolineare che ad un certo punto alle recensioni che offendevano gratuitamente gruppi e lettori – ormai erano diventate più regola che eccezione – fu, di fatto, imposto un pesante e deciso stop: chi conserva ancora le copie cartacee si ricorderà bene l’improvviso, seppur tardivo, cambio di rotta.
      Vero che qui non si deve rispondere a nessun editore ne’ siamo qui a chiedere la crocifissione in sala mensa di chicchessia, ma riproporre negli stessi termini – a tratti, non sempre – un modello che qualche falla evidente aveva dimostrato di averla vent’anni fa mi lascia perplesso, soprattutto se ad avallarlo è una penna brillante come Bargone che già all’epoca aveva ben altre frecce al proprio arco (anzi, una volta ebbe anche a brandire un ombrello saltellando sul letto all’ascolto dei Persuader – magari sbaglio il gruppo, ma quell’immagine rimane iconica benché lo stesso ne sottolineasse un’intrinseca tristezza :-) ). Insieme a Russo, di cui ricordo uno speciale appassionato e scritto con cognizione di causa sulla Cold Meat Industry da celebrare con la birra del discount, lo leggo ancora volentieri e non sono i soli nonostante a tutt’oggi non riesca ad entrare in sintonia con quel contesto di cui sopra, in cui a volte Metal Skunk si muove (o si arena?) ancora, e con alcuni dei nomi che vi scrivono. A me per primo piace sdrammatizzare e farmi una risata (magari non abbiamo la stessa concezione di goliardia, ecco) e trovo insostenibile l’intellettualismo snob e cervellotico di altri siti, ma gli eccessi in direzione opposta – giusto perchè “Metal Skunk è così” rischia di diventare uno di quegli standard da cui si rifugge – mostrano comunque il fianco a qualche appunto, tanto legittimo quanto inevitabile.

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