Prepararsi alla stagione fredda con gli ØKSEHOVUD

Nell’articolo che vi apprestate a leggere trovate anche un parere sull’EP Benighted in the Luminous Glow of Sin, uscito a metà agosto, che è il disco che mi ha fatto conoscere (per puro caso) la one-man band norvegese Øksehovud. Invece Makt, Høyhet, Herredømme è il debutto e risale a pochi mesi prima, fine maggio.

La musica contenuta nelle due uscite è talmente simile per impostazione che tanto vale considerarla come fosse un tutt’uno. Non c’è letteralmente alcuna differenza tra i tre pezzi dell’EP e i sette dell’album, né per quanto riguarda la struttura compositiva dei brani né per quanto riguarda le sonorità scelte a livello di produzione; ciò che mi fa essere praticamente certo che i pezzi siano stati registrati e ultimati in un’unica sessione sono le vocals, riverberatissime, arrangiate come se provenissero dalle profondità più nere e nascoste della più profonda caverna, e che sono precise identiche sia sul full lenght che sull’EP. Sono piuttosto inintelligibili: impossibile distinguere qualche parola di cosa stiano cantando, non servirebbe nemmeno avere il testo davanti agli occhi. È un unico lunghissimo urlo demoniaco, infernale, al quale o si fa l’abitudine o si finisce per schifarlo del tutto trascurando il resto del disco e passando ad altro. Un po’ come Nocturnal Poisoning di Xasthur, il timbro vocale è quello e praticamente non cambia mai. O piace o no, vie di mezzo difficile che ce ne siano.

Quello degli Øksehovud è un black metal molto minimale che si rivolge completamente al passato, ai primi giorni della nascita del black metal norvegese che ha poi conquistato il mondo. Il demo sound richiama alla mente i primissimi Gorgoroth, i primissimi Trelldom, i primissimi Carpathian Forest, i Fimbulwinter, i primissimi Manes, i Raven del gioiello F.M. uscito per No Colours. Musica suonata a velocità molto sostenuta intercalata a parti più rallentate, riff neri come la pece, notturni, freddi come il ghiaccio, turbinosi come una tempesta di neve al Circolo Polare Artico. Lo so, li avrete già letti (o sentiti dire) mille volte questi tipi di accostamenti che, prendendo situazioni dal mondo reale, cercano di far capire quanto viene creato in un mondo astratto come la musica. Il fatto è che se quel tipo di immagini, o visioni, rende validamente l’idea di quanto potrete ascoltare nelle composizioni di un determinato gruppo è inutile arrampicarsi sugli specchi cercando qualche perifrasi nuova od originale che comunque esprime lo stesso concetto solo esprimendolo con parole diverse.

C’è in Norvegia un certo revival di sonorità che appartengono ad un ormai lontano passato, anche se a me il 1991/92 continua a sembrare ieri. Vi ho già parlato dei Fjøsnisse, ci sono anche i Gjendød, i Valgaldr, i Nordjevel, più altra gente che non credo lascerà tracce nella storia del genere. Tutte formazioni nate abbastanza di recente che si guardano indietro e cercano di riempire il vuoto lasciato da quei gruppi storici che si sono messi a suonare tutt’altro (quelli che ancora suonano) o che hanno  edulcorato il sound poiché, incidendo per le major, hanno bisogno di raggiungere un pubblico più vasto ed eterogeneo del solito manipolo di irriducibili blackster assatanati. Come i loro colleghi gli Øksehovud inseriscono nelle composizioni tutti gli elementi che hanno fatto la fortuna del black norvegese primigenio, che siano le parti velocissime o i riff lenti/lentissimi burzumiani arpeggiati accompagnati da tastiere lunari in sottofondo (la conclusiva Mosedekte runer i en eldgammel eik ad esempio), oppure i cambi di tempo comprensivi di accelerazioni brusche e aggressive e rallentamenti spasmodici.

Tra full ed EP possiamo ascoltare dieci brani, dei quali solo Våbønn av bark og blod e Gamle bukka heve harde horn (il pezzo più breve – meno di quattro minuti – ma non il più violento) sono al di sotto del limite dei cinque minuti di durata. Tutti gli altri sono nel giro dei 6/8 o giù di lì, si arriva ad un’ora abbondante di musica parecchio interessante per chi ha nostalgia dei vecchi suoni marci fino al midollo, delle registrazioni low-fi nei cottage sepolti dalla neve nelle foreste con i celebratissimi quattro piste con i quali si otteneva il prodotto finito pronto per essere dato alle stampe, dei falò nelle chiese, dei fetori di morte e di tutto quanto ha fatto di questo genere musicale qualcosa di unico, storico, spesso irripetibile. Non so quanto dureranno gli Øksehovud, progetto solista di tal Beorhtan il quale si occupa di tutti gli strumenti e di tutte le composizioni; ritengo piuttosto improbabile che diventino ultrafamosi come i loro illustri connazionali, ma se avete bisogno di un sano tuffo nel passato per rinfrescare le vostre notti invernali beh, questa è musica che merita la vostra attenzione. (Griffar)

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