A chi dovrebbe interessare The Metallica Blacklist?

Quando ho appreso dell’uscita di The Metallica Blacklist per prima cosa non ho bestemmiato all’altare, ma riflettuto su quali potessero essere i reali destinatari di codesta operazione. Troppo facile affermare che i Metallica ciclicamente ritornino in odor di provocazioni, come all’epoca delle interviste promozionali di Load, o di Lulu. Credo, piuttosto, che Lars Ulrich sia un manager spaventoso, e il fatto stesso di veder indosso le loro magliette a ragazzini che potrebbero tranquillamente ignorarli ne è riprova. I Metallica sono riusciti a sfondare il muro delle tre generazioni di sostenitori (o perculatori, ma l’importante è che se ne parli, sempre); e continuo a credere, tuttavia, che i destinatari di The Metallica Blacklist non siano soltanto quei ragazzini.

Parlerò poi dell’album, perché, in una nuvolosa mattinata di settembre, l’ho avviato per rendermi poi conto che la durata totale s’assestava sulle quattro ore. Portato a termine l’ingombrante compito, cosa che non ripeterò mai più, dico che The Metallica Blacklist è anche operazione da e per nostalgici. A prescindere dai nomi coinvolti, la cui natura è decisamente vasta, chi sono quei milioni di acquirenti che si sommarono alla corte di Hetfield rispetto alle vendite di And Justice for All? Sono i passanti, sono tutti quelli che – in un’epoca lontana – affermarono d’esser stati metallari pure loro (grazie al Black Album, si sottintende) e che, sfortunatamente, non conobbero né Testament né Exodus né Slayer, né probabilmente lo stesso Ride the Lightning. Tipo il mio ex collega che divenne metallaro per caso col Black Album, ascoltando quello e sporadicamente l’album con le croci bianche in copertina, e che, incrociandomi ogni mattina, per fare il ganzo mi interpellava “oh, grande, come va Master of Puppets?”.

Il Black Album è stato una fortissima infatuazione adolescenziale per molti personaggi che intorno al 1991 provarono, grazie alla televisione o alla radio, o alla cassetta di amici d’amici, il furore della chitarra elettrica sottoposta alla distorsione e a Bob Rock. Per noi metallari è stato altro: un album perfetto, generazionale, oppure la rovina dei Quattro; o magari un disco che poteva essere un minimo alleggerito e scremato e che, con due o tre canzoni in meno, avremmo ritenuto più digeribile. Ma per loro è stato un amore a prima vista, essendo di fatto vergini al cospetto di quel suono di chitarra che altri già confrontavano e giudicavano. Poi, non ritrovando se non nel grunge un fenomeno rock d’altrettanta portata, la loro infatuazione si sarebbe presto placata o trasferita agli aperitivi cenati. Il Black Album fu, per i  giovani e rampanti “metallari” occasionali d’allora, quel che per l’italiano che aveva sforato i quaranta poterono essere Vasco e Liga negli anni di Buon Compleanno Elvis: l’occasione per ribadire, a petto in fuori, di non essere poi così inquadrati nelle righe, andando ai concerti rock a vedersi codesti Metallica, forse debuttanti e certamente capelloni, comprarne le magliette e urlarne i singoli in auto. Un metallaro, se non uno occasionale e concettualmente sbagliato, non ha mai vissuto la musica così esteriormente, o superficialmente, oltre che da un punto di vista squisitamente comparativo. E di sicuro, se fosse partito coi Metallica del 1991, ne avrebbe recuperata la restante discografia entro la stessa settimana.

The Metallica Blacklist è dunque un’operazione a più facce: chi trent’anni fa ascoltò il capolavoro commerciale della band di San Francisco, innamorandosene, e che oggi ha le figlie deliranti per la Cyrus (ottima cantante, fra l’altro, ma che non approfondirò per il semplice fatto che me ne frego della musica che sdogana la Cyrus), ne rimarrà incuriosito. Chi è passato al rockettino da televisione degli anni seguenti scoverà una cover dei Weezer, “quelli di Buddy Holly!”. Chi è ad oggi metallaro avrà Corey Taylor (“Enter Sandman è la Stairway to Heaven della nostra generazione”. Paraculo) e i Ghost per le mani; chi invece si è buttato sulle discoteche alternative a rimorchiare su I Feel You avrà David Gahan. Comunque vada, The Metallica Blacklist porterà le persone a parlarne o magari a riascoltarsi l’originale (rimasterizzato di recente, se mai il suo suono, equivalente alla perfezione, ne avesse alcun bisogno). Le porterà a comprarlo, a gonfiare quei numeri già somiglianti a un fiume amazzonico nella stagione del diluvio universale. A proposito dell’intera operazione Black Album: con la rimasterizzazione i nostri ci consegnano il Remastered Deluxe Box Set, dodici ore di outtake, riff e demo che si sommano alle già esorbitanti quattro ore di cover qui presenti. Buona fortuna, dite addio a parenti, pappagalli e fidanzate perché non ne ritroverete uno ancora vivo o disposto ad aspettarvi.

Ma queste cover come sono? Nella stramaggioranza dei casi una merda.

C’è innanzitutto un eccesso di democrazia, e limitare la stessa canzone a un massimo di due differenti versioni avrebbe non poco aiutato. Ci sono sei o sette Sad But True di cui ne funzionano una e mezzo, e un’infinità di Enter Sandman che, se i Ghost erano riusciti a rendere oscura una Here Comes the Sun, qua hanno reso persino allegrotta, spogliando un singolo di successo di tutta la pesantezza e la cattiveria che in fondo al pozzo si potevano ancora raschiare. C’è una coraggiosissima e lodevole Enter Sandman firmata da questa Rina Sawayama, giapponese; ma, in sostanza, alla base di The Metallica Blacklist vi è questo stralunante fenomeno: i brani più canonici istigano a pensare che vorresti più coraggio, e due terzi delle versioni stravolte sono noiose, prive di mordente, in definitiva quelle robe hipster o indie o alternative che senti nelle pizzerie vegan, quelle in cui di sottofondo rigorosamente udirai album di cover fatti da gente conosciuta solo dai gestori dei suddetti esercizi commerciali. Da gente che non c’entra mai un cazzo e che rovinerebbe un uovo al tegamino, se mai dovesse metterci mano o anche solo peparlo.

È lampante, nel senso opposto, la Holier Than Thou frimata Corey Taylor, che non aggiunge talmente niente da non rendersi necessaria. Eppure è da constatare quanto Taylor, nel cimentarsi in essa, si riveli un formidabile Hetfield. Anche le copiose The Unforgiven rivelano una discreta prova di sforzo, sia chiaro. Tutti i singoli rivisitati lo sono, giacché ti ritrovi costretto all’indigestione. The Unforgiven hanno provato a darla in pasto a rapper e perfino ai chitarristi acustici della sagra della quinoa e del bulgur: ambedue le parti non ne cavano un solo ragno dal buco. Lasciatela ai Metallica, allora, o fatene una sola come Cristo e Padre Pio dalla teca in vetro comandano.

Gli ottimi Rodrigo y Gabriela

Giungo alla conclusione che coloro che hanno rischiato di meno abbiano comunque avuto l’idea migliore, come gli energici Volbeat di Don’t Tread on Me. Resistere alla The Struggle Within in salsa paella e corrida di tali Rodrigo Y Gabriela, già in passato squali roteanti attorno a carcasse da fagocitare e rivisitare come la loro Orion (decisamente ascoltabile rispetto al pezzo conclusivo del Black Album che hanno riletto). Possa una tempesta di fulmini non esser clemente con quei due messicani, ed è uno strazio averci a che fare, per chi come me proveniva da quattro ore di ascolto suddivise in tre modiche e non comode tranche. Se non per la memoria di Orion, non so quale priapica erezione possa aver indotto Lars Ulrich, batterista, manager e Dyson V10 dal naso, ad accettare una simile versione di Struggle Within all’interno di un prodotto diretto ai nostalgici, ai figli e ai più completi ignoranti che il logo l’hanno tuttavia visto e rivisto esposto da Primark. Non di certo era indirizzato ai villeggianti di ritorno da Monterrey, o al massimo da Maiorca, ancora con i postumi. Ma Lars l’ha fatto, anche quello l’ha fatto, e se sarete fortunati ve lo perderete all’interno delle sedici complessive ore di musica vomitate e confezionate per Voi. (Marco Belardi)

5 commenti

  • Ma veramente qualcuno si comprerà ‘sta cosa? PS: mi ha sfiorato il pensiero che, nella seconda parte della loro carriera (quella della svolta rock tipo load), i Metallica fossero diventati una versione vorrei-ma-non-posso dei Volbeat, prima che andassero a male a loro volta, curioso che adesso una delle cover che funziona di più sia la loro.

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  • Teofilatto dei Leonzi

    Ho ascoltato solo Holier than thou degli Off! e devo dire che è venuta fuori una cover divertente.
    Per il resto, non ho mai amato gli originali e quindi dubito che ascolterò gli altri pezzi del disco.

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  • Ma sul serio hai avuto voglia di perdere quattro ore della tua vita per ‘sta roba? Sticazzi, l’equivalente di un monologo di Renzi sulla merda

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  • Risposta alquanto scontata. Ormai sono solo quattro pezzenti che vivono in un universo tutto loro, nel quale gli altri gruppi sarebbero disposti a sganciare bei soldi per qualche loro riff scartato e i fan a fare lo stesso per operazioni di questo tipo, ergo non credo che Ulrich abbia tirato fuori quest’idea per farci i soldi ne che sia tutto sto genio del marketing in realtà. Aggiungiamoci poi che saranno oltre venticinque anni che questi non ascoltano un disco Metal (o magari anche un disco di musica in generale) e si spiegano i nomi coinvolti, ed in tempi in cui spopola il “metallaro che ascolta anche altri generi”™ c’è caso che a sto giro qualcuno ci spenda pure dietro.

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  • Più che la musica in se sarebbe probabilmente interessante capire cosa abbiano pensato le geniali o idiote menti del Marketing. Una versione musicale di tik tok, ascolto 8 secondi di canzone e poi passo alla prossima? Personalizzazione dell’esperienza, mi costruisco la mia playlist personale di 12 pezzi da Enter Sandman a Struggle Within in stile nacchere e chitarre flamenco, rap etc.? Sicuro è pensato per monetizzare in qualche maniera sulle piattaforme di streaming e qualsiasi cosa sia, quel che è certo è agli antipodi di come intendeva la musica il ragazzino 16enne nel ’95.

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