Avere vent’anni: NIGHTSIDE – The End of Christianity

Visto a distanza di tanto tempo, il debutto dei finlandesi Nightside fu la più classica delle occasioni sprecate. Questo accadde per svariati motivi, a partire dal fatto che il mastering fu fatto alla cazzo di cane, con Call to War, il pezzo che apre il disco nonché il migliore che i Nightside abbiano mai scritto, diviso da una improvvisa pausa di silenzio totale, breve finché si vuole ma fastidiosissima. Il secondo pezzo Ad Noctum invece soffre di sbilanciamenti audio tra i due canali, roba davvero dilettantesca, e succede poi ancora in Summon the Holocaust, il quarto brano. Ma manco una demo autoprodotta su un 4 piste di ottava mano comprato al mercatino dei cinesi ha lacune così evidenti.

Il bello è che i Nightside venivano considerati dei predestinati fin dalla loro prima demo del 1997, peraltro inclusa tutta su questo The End of Christianity. Non proprio tutta in verità: sul CD vengono elencati i cinque brani che ne fanno parte, ma il quinto Battlestorms non c’è proprio; altro difetto non da poco. Perché scrivere nelle note del CD che ci sono tot canzoni quando non è così? L’etichetta portoghese Sound Riot che ha fatto uscire il CD doveva essere in mani piuttosto superficiali, sfortunatamente. Ultracattivi, ultrasatanici ed ultrablasfemi, autori di un black metal da manuale (almeno per quanto riguarda la demo ed il 7 pollici pubblicato nel 1999 per la allora neonata Northern Heritage, il cui proprietario è Mikko Aspa dei Clandestine Blaze), i Nightside avevano la carriera spianata dinnanzi a loro, come quei calciatori, o quegli atleti di qualsivoglia disciplina sportiva, che devono solo fare il botto vero e proprio e si sa già che è solo questione di tempo prima che accada. Perché, tra demo e sette pollici, i nostri potevano già vantare otto brani spaccaossa, rudi, cattivi anzi perfidi, trasudanti odio e disprezzo genuino per la religione cristiana in primis e per tutto il resto del creato in ogni sua forma. Riff rozzi ma efficaci e sorprendentemente melodici, sempre costantemente in up-tempo, dall’attitudine quasi hardcore o, quando proprio si voleva strabiliare come in Demon Metal, retro-thrash totale (sembra una cover di un pezzo che avrebbe potuto tranquillamente far parte di In the Sign of Evil, invece è farina del loro sacco) con giusto qualche stacco più ragionato, pochissime tastiere lasciate in sottofondo usate come mero riempitivo di scarsa rilevanza, screaming ossessivo di ispirazione Horna, batteria secca e precisa.

Era un periodo nel quale di musica come questa si sentiva il bisogno come dell’aria per respirare: i vecchi gruppi erano nel classico limbo nel quale si studiano cose nuove perché si è cresciuti e non si può suonare sempre lo stesso disco (anche se molti fan glielo chiedevano a gran voce salvo poi lamentarsi per la monotonia della proposta, per amore di onestà) e i newcomers suonavano cose diverse punto e basta (come Agalloch, per fare un nome che molti riconoscono), quindi un gruppo di onesto, sano, brutale fast black metal grezzo e satanico ci stava a pennello. Erano i Nightside, viva i Nightside, alè-oh-oh.

Di conseguenza furono in molti a guardare a questo esordio con la speranza di aver trovato qualcuno che ridesse vigore ai vecchi splendori, anche perché Ad Noctum, il sette pollici, era una vera bomba, anche a livello di produzione. Un gioiello nero, una chicca di inconsueta e genuina cattiveria. Se The End of Christianity fosse stato un disco d’esordio su quel livello ora starei parlando di un capolavoro senza tempo. Non fu per nulla così, visto che il risultato finale è pieno di problemi. A parte il mastering dilettantesco, del quale ho già accennato ma mai mi stuferò di biasimare, ed una copertina che appena la vedrete mi gioco le palle che ne acclamerete una critica da scaraventare dritta dritta in un Fartwork, scoccia abbastanza che degli undici pezzi totali ben sette fossero già editi, quattro dei quali presi dalla demo senza cambiare il suono di una virgola, sicché il risultato finale dell’intero disco risulta slegato: si poteva riregistrarli come era stato fatto per i tre pezzi dell’EP, che nella versione originale suonavano comunque meglio, per ottenere una maggiore omogeneità dei suoni.

Secondo me non è piacevole che si senta una differenza colossale tra una parte del disco e un’altra, messa lì probabilmente perché altrimenti la durata sarebbe stata troppo limitata per poter mettere sul mercato un disco degno di essere chiamato full lenght (da circa 28 minuti agli effettivi 45). C’era bisogno di allungare il prodotto e, visto che di pezzi nuovi pronti non ce n’erano, allora usiamo pure la demo come bonus, che tanto fa minutaggio e non impegna. Così alla fine ci sono solo quattro inediti: oltre alla già citata thrash/black Demon Metal, le altre tre Nights Blackest Shadows, Summon the Holocaust e The Black Legion of Satan fanno la loro discreta figura, ma non riescono ad evitare di essere paragonati con la loro produzione precedente, uscendone abbastanza ridimensionati. I pezzi della demo sono più freschi, spontanei, energici, ed è impossibile non notarlo.

Così, quello che avrebbe potuto essere un disco della madonna da tramandare ai posteri si ritrovò ad essere una specie di compilation di pezzi vecchi, alcuni riregistrati (ahimè), altri no, con in minima parte qualche pezzo nuovo in aggiunta. La formazione già di per sé instabile, viste le continue variazioni – solo Beleth il batterista/tastierista e Zildja’h il bassista sono rimasti fedeli nel tempo – implose, e The End of Christianity non ebbe mai un seguito, lasciando ai più l’impressione che forse, se il prodotto fosse stato meno raffazzonato e non fosse stato buttato fuori sul mercato alla bell’e meglio pur di pubblicare qualcosa per sfruttare l’alone di attesa sempre più insistente, i Nightside avrebbero potuto lasciare un’impronta ben diversa nella storia del black metal. Non è stato così, la fretta è sempre una cattiva consigliera. E la superficialità è sempre dannosa, anche in un ambiente estremo e minimale quale il black metal potrebbe (da un punto di vista del tutto errato) sembrare. (Griffar)

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