Avere vent’anni: GODLESS NORTH – Summon the Age of Supremacy

Quando all’inizio del secolo ci fu quel periodo di sbandamento e disorientamento tra ciò che le band storiche avevano intenzione di fare dopo aver tracciato la via maestra e ciò che i fan si aspettavano da loro (cioè che continuassero a suonare come sempre, poche palle), una certa insoddisfazione venne a crearsi. Ci fu Kanwulf dei Nargaroth che si mise a fare il purista nostalgico dei cari vecchi tempi, contemporaneamente altri capirono che il black metal avrebbe potuto ibridarsi con centomila altre cose (pensate ai precursori Mysticum, ma anche a quel che fecero Arcturus, Borknagar, Dodheimsgard in quel lasso temporale), mentre in Svezia e Finlandia molti tirarono dritto per la loro strada continuando imperterriti a fare uscire dischi sempre fedeli al proprio credo. Quest’ultima opzione alla lunga un po’ ha stancato, volendo fare un nome per tutti Horna, e giusto perché sono in vena di farmi dei nemici: nemmeno ad esempio Dark Funeral – che per fare uscire di nuovo un disco alla loro altezza hanno impiegato quindici anni (Where Shadows Forever Reign, 2016) – o Marduk, (l’ultimo disco imperdibile dei quali è Panzer Division del ’99) sono stati in grado di tenere botta al loro glorioso passato, che li ha proiettati dove sono rimasti facendo il loro compitino e nulla più. Non vogliatemene, ma per me i vari Rom 2:13, World Funeral, Wormwood, Viktoria spariscono nei confronti dei dischi vecchi, mia opinione, stop.

Ci si misero allora gli americani a tentare di ripetere le gesta di eroi che, a loro modo di vedere, si stavano ammosciando come fiori del male avvizziti, ravvivando per quanto possibile i gloriosi fasti delle chiese bruciate, del fast black metal che sembra la colonna sonora di una tempesta di neve al Polo Nord, del norsk arisk, delle canzoni suonate con batteria sparata a palla, il rullante che sembra violentato con accanimento da un culturista con due braccia alla Hulk Hogan che picchia ossessivamente sul fustino del Dixan e sul charleston, con la grancassa che nelle parti veloci (cioè la maggior parte) si sente appena, il basso nemmeno, tecnica quasi nulla, riff da quattro/cinque note al massimo in monocorda ripetuti e alternati due alla volta per non complicarsi troppo la vita… e tanta, tanta passione. Puro odio. Quello serve. Negli U.S.A. la bandiera se la prese e se la tenne stretta finché poté Judas Iscariot, in Canada tra gli altri vennero alla ribalta i Godless North, come penso abbiate oramai capito copia conforme dei primi DarkThrone.

Che nostalgia! Madonna quanto ho consumato questo album, minimale, grezzo, suonato col cuore e con l’anima e molto poco altro, i sette pezzi praticamente uno identico all’altro, il batterista che nelle parti più veloci nemmeno riesce a stare a tempo, i riff come aghi di ghiaccio che il vento del Nord senza dio ti soffia furiosamente in faccia, smerigliandoti il viso, accecandoti, inghiottendoti nel nulla della bufera senza fine. Sono veramente pochi i momenti nei quali la velocità dei pezzi non è omicida. Cambiano le note dei riff, ma solo quelle, nei sei brani che seguono la solita stramaledettissima inutile intro, perché la struttura dei brani è sempre uguale: ti trovi in mezzo ad un blizzard e non hai alcuna possibilità di togliertici, quindi cerca se possibile un riparo ed aspetta che passi. Solo nell’ultimo pezzo Wisdom of the Ancient Cults/The Wolf Unleashed, prima di ritornare nel vento impetuoso e mortifero, c’è qualche accenno di moderazione della velocità: nei suoi nove minuti e mezzo qualche intermezzo più rallentato c’è, con addirittura una tastiera in sottofondo, ma non ci si deve fare troppe illusioni, sono momenti piuttosto brevi, mentre negli altri pezzi non c’è quasi mai pausa e vengono scaraventati fuori dalle casse dello stereo uno dietro l’altro senza che si possa prendere fiato.

Summon the Age of Supremacy naturalmente presta il fianco a diverse critiche, la prima delle quali il non avere nulla di originale, cosa che nel 2001 aveva ancora un senso, oggi molto meno. Rifare un disco già fatto, cambiando i riff e basta, a lungo è stato considerato un nonsenso, ma questo tipo di discorso difetta nel momento in cui pensiamo che gruppi come Godless North non volevano diventare famosi, vendere barcate di dischi, fare tour mondiali ed andare ai festival da headliner, volevano solo suonare la musica che gli è piaciuta di più nel modo in cui suonavano quelli che gliela hanno fatta piacere, possibilmente infilando nei testi le proprie idee – che certo non erano preposte a come si coltivano le rose o gli spinaci.

I Godless North sono spesso stati accostati all’NSBM, benché non ci sia nulla di veramente certo al riguardo: sarà allora questo uno dei motivi per i quali il CD in rivista è per lungo tempo rimasto il loro unico full-lenght? C’è stato invero anche qualche vinile 7 pollici split (quattro in tutto, uno solo per i fatti loro, gli altri con gruppi importanti tra i quali lo stesso Nargaroth, oppure i Goatmoon) limitati a pochissime copie per volta; dopodiché, al termine di una lunga pausa di riflessione nel quale il progetto si pensava definitivamente abbandonato, il membro principale Othalaz, compositore di tutti i pezzi, bassista chitarrista e cantante, ha pubblicato come one-man band un nuovo disco passato abbastanza inosservato, anche perché per ora esistente solo in formato digitale senza alcun supporto da parte di qualsivoglia label, ben diciott’anni dopo questo esordio (nel quale si accompagnava all’Hulk-Hoganesco batterista, tale Oblak Ilking – pure attivo negli americani fast black metal Thy Infernal assai validi e da riscoprire – mentre nel secondo full invece suona tutto da solo batteria compresa), che tuttora brilla quale fulgido esempio di come si potesse ancora suonare nel 2001 un album ricolmo di furia iconoclasta come solo il black metal degli esordi aveva saputo offrire, e come solo alcuni dei suoi devoti fans successivamente sono riusciti ad essere in grado di riprodurre pareggiando i maestri. (Griffar)

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