Questo riff l’ho già sentito: PARANORM – Empyrean

La prima volta che ho ascoltato Empyrean mi ero convinto che fosse uno di quegli album sì gradevoli ma che finisci per accantonare poco dopo. Al decimo o undicesimo ascolto la mia opinione è cambiata, ma alcuni grossolani difetti continuo a trovarceli. Ma voglio davvero fare il puntiglioso con degli ottimi debuttanti come i Paranorm?

Gli svedesi sono in realtà dei finti debuttanti, dato che suonano da un decennio con formazione quasi invariata. Hanno un nome di merda, quello è innegabile, e hanno l’abitudine tipicamente svedese di mischiare questo con quello, finendo col travisare molti dei punti di forza originariamente insiti nei generi di partenza. Ma cazzo se sono bravi.

In sostanza i Paranorm fanno techno-thrash. Essendo svedesi, tendono a inzupparlo in quel che gli riesce meglio per cause genetiche: la melodia. Ora, dopo anni e anni di downtuning e appiattimento vario che si sono presi con forza una buona fetta del metal, estremo e non, io nel riveder valorizzata codesta melodia esulto, e lo faccio con gusto. Dopo gli anni del cosiddetto salto commerciale, il metal si è messo alla ricerca del passo successivo e, diciamolo, saranno quindici anni o anche più che questa ricerca non ha fatto altro che andare verso un incremento della velocità, un pompare i suoni oltre il limite della decenza e un complicarsi generale delle musiche a discapito della riuscita melodica, dei ritornelli, di tutto ciò che conta. Vedere dei ragazzi al debutto andare sfacciatamente a ritroso non significa ammettere il fallimento della nostra musica preferita, ma cancellare gli innumerevoli lati sbagliati dei suoi ultimi vent’anni di storia in favore di un nuovo punto di partenza (classico) dal quale tracciare nuove vie. Io questo lo approvo, non lo chiamo immobilismo ma forza di volontà e coraggio.

I Paranorm fanno techno-thrash, dicevo, una sorta di Vektor più melodici con gli arpeggioni alla intro di Beneath the Remains e la voce che sta a cavallo fra Carcass e il Nodtveidt imbonitore di Reinkaos, il quale poneva tutta quell’enfasi nella pronuncia, enfatizzando più il verbo che il grido in sé. In un momento di stasi ho pensato che assomigliasse a una versione il più possibile mascolina della Gossow, ma non so quanto ne sia attualmente convinto. Due Ichnusa non filtrate e probabilmente lo penserò di nuovo. La voce non è il punto di forza dei Paranorm e neppure quello più debole: da un lato avrei prediletto un differente timbro perché risaltasse meglio, dall’altro è sufficientemente espressiva da non mandare a rotoli tutto quanto. Le protagoniste, però, sono le chitarre. Dominano su tutto.

Sono generalmente molto attento alla batteria, e il loro batterista, Samuel Karlstrand, è certamente un dritto: il classico svedese bravo, che ha studiato, ma che non risalta per particolare fantasia o stile. In tal senso questo è un problema, perché al suo fianco vi sono due chitarristi tra cui il pazzesco Frederik Kjellgren, un classe 1989 dall’esperienza e dalla cultura musicale innegabili. Le chitarre creano un dislivello disumano con la batteria. Attenzione, non con la sezione ritmica, bensì con la batteria soltanto. Il basso è uno spettacolo vero e proprio, e il fatto stesso che non si sia puntato al downtuning ma, coscientemente, a una produzione oculata e degna del miglior techno-thrash, fa sì che lo strumento sia ben udibile e non completamente amalgamato alla chitarra ritmica di Markus Hiltunen. Che è anche il cantante di cui vi dicevo poc’anzi. La batteria non risalta mai ed è forse l’unico strumento a limitarsi a servire la canzone, e alcuni di voi diranno – magari a ragion veduta – che non è affatto un male.

Il gusto melodico degli assoli è semplicemente disumano, ed Empyrean è uno di quegli album che ritorni piacevolmente ad ascoltare anche in funzione della sua tecnica, mai fine a se stessa. Non sei chitarrista, ma quegli assoli te li vuoi risentire lo stesso, e, soprattutto, la dinamica dei pezzi è costruita ad arte e ora vi spiegherò perché.

Terza traccia, Edge of the Horizon. Probabilmente la migliore, o almeno una delle migliori tre. Eccezion fatta per un mezzo scippo ai Death di Empty Words, nei suoi 9:35 non c’è la minima parvenza d’una struttura banale, e ogni riff che viene riutilizzato è impreziosito da dinamiche che ne giustificano il riutilizzo. Ogni riff inedito, dal canto suo, non va a creare un rimescolone tale da spaccare in due l’identità del brano, ma al contrario ne mantiene intatta e preservata l’identità. Time Does not Heal, nonostante una pesantezza quasi raddoppiata, era un po’ come quel brano: riff su riff eppure neanche uno fuori posto. Con ciò non intendo creare paragoni inutili quanto scomodi, ma il risultato è quello di disporre di un’enorme dose di materiale senza dover mai scartare niente. Con l’intelligenza d’uscire con un album di otto brani soltanto.

I difetti non mancano e non farò come quei toscani che si autocensurano le bestemmie rifuggendo una palese e ferrea volontà di bestemmiare. Tipo quando dicono io porco, porca madosca, o porcoddissi. Oppure Dio maiascolo. E mi sto limitando al solo animale che si nutre di ghiande, insomma, non sono passato agli altri.

Cioè, io sono della ferma idea che, se vuoi bestemmiare, tu devi semplicemente bestemmiare.

Non puoi buttarla sugli anagrammi o sulle storpiature, perché volevi soltanto bestemmiare.

Alla settima traccia Lost Cause ne ho tirata una fortissima seguita da altre tre o quattro paragonabili a scosse d’assestamento. Perché? Fatela partire, vi sfido.

Ora, ci sono casistiche in cui un gruppo fa qualcosa per tributare un altro qualcosa. Io credo che al compositore di Lost Cause sia sfuggito il semplice dettaglio d’aver ricopiato pari pari l’inizio di un’altra canzone di Symbolic, stavolta non Empty Words, anche se in scaletta v’assicuro che ci siamo vicinissimi. Questo non lo so con certezza e magari nel libretto di Empyrean c’è scritto a caratteri cubitali che si trattava di un tributo, di un giochino del cazzo, ma sono cose che non si fanno a prescindere. Almeno la decenza di provarci con una traccia di Spiritual Healing, e forse la scampavi.

Per concludere, Empyrean è un album che mi ha permesso di fare un piccolo esperimento. Quando non so come inquadrare un disco, vado a riguardarmi le playlist degli anni passati e valuto se ce l’avrei infilato o meno. Empyrean avrebbe preso posto in ognuna delle poll redatte dal 2017 in poi (e un paio di codeste annate, quelle pari, sono state piuttosto eclatanti), un po’ perché sono a digiuno di techno-thrash, un po’ perché i Paranorm sono riusciti a offrirne la loro versione senza fare il verso a nessuno, tributi a Symbolic a parte. Album riuscito davvero bene, e sono certo che al mio decimo o undicesimo ascolto odierno ne seguiranno altri. Debutto importante, avanti così. (Marco Belardi)

2 commenti

  • Giusto ieri ho scoperto Spectre of Devastation dei Warfect, trio svedese che suona un classicissimo ma efficace thrash teutonico. E adesso questi.
    Se gli svedesi hanno imparato a fare il thrash (perché resister non si può al ritmo del thrash), la fine del mondo è davvero vicina (and I feel fine).
    Bravo Bhellardi.

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  • Bellissimo!! Grazie!

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