Rutti, birre sgasate, motoseghe e cacca nel bosco: speciale TAD

Per la ragazza con cui siete usciti quella volta e che, quando la conversazione è caduta sui gusti musicali, vi ha detto che sì, le piacevano i Pearl Jam al liceo, e dopo aver canticchiato il ritornello di Jeremy o Even Flow vi chiede se esistano ancora, la scena di Seattle era probabilmente quella che MTV spingeva quasi in esclusiva all’inizio degli anni Novanta. Le paranoie suicide e tossiche di Kurt Cobain, i Pearl Jam, appunto, le camicie di flanella, e per chi si voleva spingere un po’ più in là ma non troppo, perché magari apprezzava qualcosa di più metallico, c’erano sempre gli Alice in Chains o i Soundgarden.

Ancora non si è riusciti totalmente a “disincagliare” il ricordo di una delle più prolifiche scene mondiali e della storia del rock da quegli exploit commerciali, e a far capire al mondo che c’era ben altro sotto a quella coltre di bella musica mainstream che ricopriva un’autentica fucina di sperimentazioni sonore, ignote ai più. Chi negli anni ha approfondito, così come chi allora era già presente, sa benissimo che quei grossissimi nomi da classifica non sarebbero esistiti senza i Green River o i Mudhoney. O senza i Melvins, giusto per citarne qualcuno.

Ci sono due stagioni distinte nell’arco storico della musica di Seattle tra gli anni Ottanta e gli anni Novanta, divise da un uno spartiacque che fu il momento in cui alcuni di questi gruppi trovarono il contratto discografico con una major e abbandonarono gli amici con cui avevano fino ad allora condiviso le emozioni di una session in un garage ammuffito o di una registrazione su un otto piste casalingo. Per intenderci, si parla dell’epoca d’oro della Sub Pop contro quella post-Nevermind. Underground vs grandi case discografiche.

Uno dei gruppi che dominavano la scena quando era ancora ristretta a pochi e poco nota all’infuori del piovoso ovest dello Stato di Washington erano sicuramente i TAD, che prendevano il nome dal loro corpulentissimo frontman, Tad Doyle. I TAD erano semplicemente uno dei gruppi più pesanti, strabordanti e rumorosi della Costa Ovest. Palesemente ispirati al lato più distorto e molesto della scena e fautori di un groove poderoso, i TAD erano una realtà che fu sempre ad un passo dal fare il salto di notorietà ma che non vi riuscì mai, per sfortuna o per comportamenti interni assolutamente fuori controllo.

Quando si parla di TAD si ricorda per esempio la tourné del 1989, di supporto all’esordio God’s Balls, durante il quale condivisero il palco coi Nirvana tra America ed Europa, giusto qualche anno prima dell’esplosione commerciale del gruppo di Kurt Cobain. Fu anche uno dei momenti più spontanei nella carriera di Cobain, che ricordava sempre quel periodo come di genuino divertimento, senza i doveri e le scadenze commerciali legati al mostro macina-soldi da major che il suo gruppo diventò ben presto.

Lo show messo su dai nostri rumorosissimi amici si basava sulla presenza scenica di Doyle, con quella chitarra che sembrava un giocattolo tra sue sue braccia cicciose, e la sua controparte, Kurt Danielson, che da vera scheggia impazzita passava tutta la durata dell’esibizione a scapocciare come un indemoniato. Lo stesso Danielson, per intenderci, durante il giorno lavorava in una caffetteria “in” di Seattle, dove degustava tazzine di espresso discutendo di esistenzialismo con amici e clienti e indossando un basco, mentre la sera si sballava come uno sciamano azteco e prendeva in braccio il suo strumento, suonando in uno dei gruppi più molesti del versante Pacifico. In verità aveva le idee ben chiare, e il suo apporto compositivo era determinante. A quei tempi quando a Seattle di parlava di “Kurt” era praticamente ovvio che ci si riferisse a Danielson, il quale era ben noto nella scena, mentre Cobain ancora doveva raggiungere il livello di notorietà planetaria e lo status di icona che il mondo intero gli riconosce oggi.

Il suono dei TAD è fragoroso, e se ne ha un chiaro esempio nei primi tre dischi usciti su Sub Pop, il già citato God’s Balls, il cui fenomenale titolo fu tratto da un film porno in possesso di Danielson e in particolare da una battuta pronunciata da un attore-prete mentre un’attrice-suora gli succhiava il cazzo. I successivi lavori furono l’EP Salt Lick, da cui era tratto il singolo Wood Goblins, per il quale venne girato un video che fu rifiutato categoricamente da MTV in quanto giudicato esteticamente ripugnante, e 8 Way Santa, i primi due prodotti da Jack Endino e da Steve Albini il terzo. Tutti e tre rumorosissimi. L’ultimo della serie fu anche il primo assaggio di beghe legali per il gruppo, il quale aveva scelto come immagine di copertina una foto abbastanza equivoca, trovata in un mercatino dell’usato, che rappresentava due ragazzi seminudi con lo sguardo spiritato tipico degli impasticcati e che i nostri decisero di colorare in maniera sgargiante e psichedelica. La cosa venne notata per caso un giorno in un negozio di dischi da uno dei due soggetti ivi raffigurati, il quale nel frattempo era diventato born again christian ed era evidentemente passato da una vita promiscua ad un’esistenza sobria e non trombante, e che sentitosi violato nell’intimità e da una rappresentazione secondo lui offensiva minacciò di adire le vie legali, tanto che il gruppo dovette optare per un’innocua foto di gruppo per tutte le stampe successive. Questo fu solo l’inizio di una serie di sfighe che negli anni portarono il gruppo ad abbandonare le scene, nello scoramento totale e tra gli eccessi ormai incontrollati. Questi tre dischi, a quel tempo, lanciarono tuttavia i TAD sul mercato e attirarono l’attenzione di alcune major, tra le quali ebbe la meglio la Giant, etichetta di proprietà della Warner.

Dopo aver suscitato anche l’interesse di J Mascis dei Dinosaur Jr., reclutato in qualità di produttore, ed avere cambiato batterista in seguito a divergenze artistiche (il nuovo arrivato è l’ex Accüsed Josh Sinder, col quale i nostri avevano anche un perfetto feeling riguardo al consumo di sotanze più e meno lecite), i TAD decidono di fare ancora più sul serio, e nel 1993 registrano il loro disco più importante, Inhaler. L’ascolto dell’album dà più o meno le stesse sensazioni che si provano quando un omone di centocinquanta chili ti si siede sul petto, polverizzandoti la gabbia toracica e soffocandoti lentamente. Un suono di chitarra che demolisce ecomostri e una manciata di pezzi perfetti, che permettono ai nostri di sgomitare prepotentemente nel music business fino ad ottenere un posto sul palco dei Soundgarden nel loro imminente tour a supporto del multiplatinato Superunknown. Un’occasione da non perdere. “Quello che avevamo sempre sognato era di non dover più cercare lavori per mantenere il nostro ‘hobby’, che a quel punto non era più un hobby ma stava diventando la nostra principale occupazione. Quello che avremmo voluto ottenere fin dall’inizio era di poter vivere della nostra musica, e ci stavamo finalmente riuscendo”, ebbe a commentare anni dopo Kurt Danielson, rivangando il passato.

Ma la sfiga era ancora una volta in agguato. Proprio durante la tourné europea la Warner decise di mollare il gruppo, tagliando tutti i finanziamenti e lasciandolo nella merda. La ragione? Non si è mai saputa con certezza, anche se pare praticamente certo che fu per colpa di un manifesto che perfettamente si adattava al titolo dell’ultimo disco e ai concept affrontati dai nostri e che raffigurava Bill Clinton con un cannone di ragguardevoli dimensioni tra le dita. Le conseguenze pesarono parecchio sull’integrità della formazione, tanto che Gary Thorstensen, membro fondatore e chitarrista della band, lasciò definitivamente.

I rimanenti membri decisero di andare avanti comunque come trio, e accaparratosi nel mentre un contratto con un’altra major (EastWest/Elektra) entrarono ancora una volta in studio. La barca era di nuovo stabile e le idee fioccavano. Il risultato fu un disco, se possibile, ancora più pesante di Inhaler. Il nuovo arrivato Josh Sinder era fissato con la musica pesta e industriale, e assieme al produttore Jack Endino volle dare un tocco à la Ministry al nuovo album. Ed ecco spuntare tubi e martelli da battere ritmicamente sulla riffaglia sincopata dei buon Tad Doyle e Kurt Danielson. Infrared Riding Hood ha tutti gli ingredienti per conquistare un’audience più vasta, e la sua formula è perfetta per l’anno di grazia 1995. Il talent scout della Elektra che li ha messi sotto contratto ci crede, i nostri ci credono. Questa volta dovrebbe andare tutto bene. E invece no. La band scopre dopo un mese dall’uscita che tutto ciò che era stato destinato alla promozione dell’album fino a quel momento corrispondeva a seicento miseri dollari, e che i negozi che lo stanno vendendo sono un po’ troppo pochi. Una telefonata agli uffici della casa discografica et voilà, si scopre che nessuno nemmeno conosce il nome del gruppo, e così, dopo averne chiesto notizie, salta fuori che l’A&R che li gestiva è stato licenziato in tronco e che i nostri sono belli che fottuti.

Ricorda Tad Doyle: “La logica delle case discografiche era semplice: Ogni rappresentante A&R aveva un roster di band personale, di cui era responsabile e di cui curava promozione e altri vari aspetti. Il nostro talent era stato licenziato improvvisamente, e invece di spartire i gruppi del suo roster tra altri rappresentanti, l’etichetta li aveva semplicemente tagliati fuori completamente e stracciato i loro contratti”.

Un macigno sulla testa. Questa fu praticamente la fine dei TAD, i quali continuarono per il resto di quell’anno a promuovere un album che era stato persino ritirato dai circuiti commerciali. Eppure gli eccessi ormai erano all’ordine del giorno e sempre piu’ incontrollati, tra pasticche, alcol, anfetamine e crack. I nostri ressero più o meno fino al 1999, pubblicando nel mentre un solo singolo su etichetta indipendente, Oppenheimer’s Pretty Nightmare/Accident on the Way to Church su Up Records, etichetta indipendente locale. Josh Sinder soprattutto non resse la botta e mollò, fondando a sua volta gli Hot Rod Lunatics, suo progetto personale.

Con una formazione sciancata e diversi cambi, l’unico vagito discografico a nome TAD da allora è stata la raccolta di inediti Quick and Dirty uscita due anni fa, contenente vari pezzi registrati tra il 1995 ed il 1999, gli anni in cui i nostri vagavano senza meta sulla scena musicale. Ma l’epoca d’oro della città di Seattle era ormai lontana e loro non riuscirono mai a raccogliere quello che sicuramente meritavano. Peccato. (Piero Tola)

3 commenti

  • Grazie Piero per aver ricordato un gruppo con almeno tre ottimi dischi all’attivo (8-way, Inhaler e Infrared) e per il tentativo di fare luce sul fatto che la scena di Seattle era tutto fuorché un giro alla moda. È da una vita che mi riprometto di scrivere qualcosa sugli Wipers (che però erano di Portland, Oregon), e forse questo articolo mi ha dato lo stimolo. Grazie.
    Sul genere dei TAD c’erano anche gli Willard, autori di un solo disco che pestava non poco; non un capolavoro ma comunque apprezzabile.

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    • In quel periodo ero un adolescente e nonostante le apparenze non era niente affatto una cultura annichilente, anzi ! Sì, talvolta si esagerava a bere e fumare ma c’era voglia di condividere tutto e non di rinchiudersi dentro una stanza come un hikikomori. Un adolescente di oggi se non ha le “skills” perfette( come dicono quelli bravi a parlare) è praticamente fottuto.

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  • Sergente Kabukiman

    Che storia interessante! Per chi fosse curioso, Tad qualche anno fa ha pubblicato un disco con una nuova band, i brother of the sonic clotch tramite neurot recording, l’etichetta dei neurosis, recuperatelo che ne vale la pena!

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