Avere vent’anni: RACER X – Superheroes

Che album fantastico, amici: fantastico per come è scritto, fantastico per come è suonato, fantastico per come è prodotto. Una mitragliata tra capo e collo che nessuno si aspettava più dai Racer X, gruppo noto soprattutto per aver lanciato Paul Gilbert e, col secondo album, anche Bruce Bouillet e Scott Travis, poi finito in pianta stabile nei Judas Priest, come è noto. L’avventura dei Racer X durò il tempo di due album in studio e due dischi dal vivo. Poi Gilbert, uno a cui prende subito bene ma che si stufa altrettanto velocemente, salì sul treno di Billy Sheehan (fresco del successo di Eat’em And Smile e Skyscraper di David Lee Roth) per fondare i Mr. Big e, sostanzialmente, anche la sua fortuna, visto che poi i Mr. Big tra la fine degli ottanta e l’inizio dei novanta avrebbero venduto un fantastiliardo di copie grazie a To Be With You, singolo cioccolatoso che immagino i più grandi tra di voi ricorderanno bene, visto che passava ogni cinque minuti in televisione e per radio.

A un certo punto Paul Gilbert si stufò pure dei Mr. Big e così, dopo un paio di dischi solisti, gli venne in capo di rispolverare il discorso Racer X, che incisero prima Technical Difficulties, composto per lo più da vecchi pezzi mai finiti su disco, e poi questo Superheroes, che invece è per lo più roba nuova. E che roba, direi: ispiratissima, energetica, il classico disco composto in stato di grazia dall’inizio alla fine. È una sorta di Technical Difficulties 2.0, per quanto il predecessore fosse un disco gradevole ma non certo ai livelli di questo, dove l’unico difetto evidente è, per assurdo, proprio la mancanza di Bruce Bouillet, che si avverte molto di più proprio per la qualità più elevata dei pezzi. C’è pure una strumentale, Viking Kong, che era stata scritta con in mente un’ospitata di Yngwie Malmsteen, cosa che poi non avvenne perché il simpatico svedese, dopo un’iniziale manifesta volontà di partecipare, all’ultimo si tirò indietro, costringendo Gilbert a registrare tutto da solo, comprese le parti che erano destinate a lui. Non che abbia fatto un cattivo lavoro, ci mancherebbe, ma capite bene che se invece ci fosse stato Bouillet alla seconda chitarra la cosa avrebbe preso tutt’altra piega.

I pezzi migliori sono la citata Viking Kong, Mad At The World e Superheroes, ma in generale tutto il disco vale l’ascolto. Peccato che il successivo Getting Heavier, fatto evidentemente più per obblighi con la casa discografica che per voglia di Gilbert, sia men che decente. Però Superheroes vale la proprio la pena, amici: non dico che è un Second Heat del nuovo millennio ma di sicuro una insperata sorpresa che ancora oggi mantiene intatto tutto il suo valore. (Cesare Carrozzi)

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