Avere vent’anni: MARK BOALS – Ring of Fire

C’è stato un periodo, intorno all’anno Duemila, in cui vedevi la stessa gente suonare dappertutto e cimentarsi in generi anche molto distanti tra di loro. Un esempio per tutti sono Tony MacAlpine e Virgil Donati: entrambi suonavano nei Planet X di/con Derek Sherinian, sostanzialmente roba prog metal strumentale invero piuttosto pallosa, il classico gruppo che diverte principalmente chi ci suona e qualche altro povero stronzo che più di tanto non capisce; poi, sempre nell’anno 2000, MacAlpine suonava anche con i CAB, che invece facevano una sorta di rock-fusion con Dennis Chambers alla batteria, e tutti e due si ritrovarono coinvolti in questo album solista di Mark Boals, Ring of Fire, che è ancora tutt’altro genere, visto che si tratta heavy metal più classico spruzzato di qualche barocchismo, con in più alcune vaghe aperture progressive confinate in un paio di pezzi. Messa così sembrerebbe che dovendosi dividere tra tutti questi impegni sicuramente qualcosa non tornasse, nel senso: se disperdi le energie in tremila attività ne porti a compimento poche e te ne riescono ancora meno, no? E invece è tutto di ottimo livello: ok, i Planet X sono una roba da stronzi, però ne hanno trovati parecchi di poveri stronzi che li ascoltassero, visto che poi hanno inciso tre album in studio più un disco dal vivo, e pure i CAB, di cui non ho mai sentito manco mezza nota, pare non fossero niente male.

Se due indizi fanno una prova, vorrà dire forse che Ring of Fire è una figata? Esatto, sveglissimi lettori, Ring of Fire è una figata, una di quelle che ovviamente ti aumentano la glicemia e fanno malissimo, come le gelatine alla frutta e più in generale le cose belle della vita; Mark Boals strilla come non ci fosse un domani, Tony MacAlpine è ispiratissimo e tira fuori delle perle compositive di prim’ordine (praticamente tre quarti del disco sono opera sua), Virgil Donati è un trattore e Vitalij Kuprij alle tastiere (con cui MacAlpine aveva inciso il men che memorabile VK3 l’anno prima) è la classica ciliegina su una torta che, ripeto, vi farà cariare almeno un paio di molari al primo morso. Perché? Ma perché sì, è un disco di Malmsteen senza Malmsteen e meno duro di Malmsteen, che in quegli stessi anni stava peraltro ispessendo il suono (che è cosa buona) e svaccando completamente la produzione dei dischi (che è cosa non buona). Ring of Fire è invece prodotto in maniera piuttosto buona, ma più che altro è la qualità delle canzoni ad essere ottimissima: il capolavoro del disco è Keeper of the Flame, che sembra qualcosa uscito da un disco solista di Dio, ma pure Bringer of Pain, Alone, Battle of Titan sono fantastiche. Quel poco di vago prog arriva da Atlantis, che non a caso porta anche la firma di Vitaij Kuprji, e da Dreamer, che ha un ritornello fantastico. Insomma, tanto si trovavano bene che poi il titolo del disco è diventato anche il nome del gruppo, con il quale i nostri hanno inciso altri quattro dischi, andati discretamente bene soprattutto in (indovinate un po’?) Giappone, prima di sciogliersi (nell’acido). Se avete voglia di qualcosa di più melodico del solito tupatupa stupramadonne, scoprite (o riscoprite) Ring of Fire. Amen. (Cesare Carrozzi)

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