Avere vent’anni: BLESSED IN SIN – Melancholia

In Francia nell’anno 2000 siamo in pieno hype LLN, che sta per Les Légions Noir, più note a tutti come Black Legions. Vlad Tepes, Belketre, Mütiilation, gruppi che conosciamo tutti, o dei quali bene o male tutti abbiamo sentito parlare. In questo contesto esordiscono i Blessed in Sin, che con la musica delle Black Legions c’entrano una mazza di niente. Vedi a fidarsi degli stereotipi? Molti sono sempre stati convinti che tra i fautori di quella musica marcissima e straziata ci fossero anche loro.

Fatto sta che nel 1993 Black Christ (chitarre) e Overlord Nasty Metatheos (vocals), due tipi assai fissati con l’occulto e la letteratura d’essai, avevano formato un gruppo il quale, dopo una lunga gavetta fatta di tre demo, un paio di live, un tributo a Euronymous (tutti usciti in formato cassetta e basta, con edizioni limitatissime e del tutto introvabili a meno di non accontentarsi di copie di copie di copie dalla pessima qualità sonora), con l’aiuto di tastierista e batterista-session escono con il CD di debutto nell’ottobre di quell’anno per la parigina A.M.I. Productions, etichetta minuscola e dalle scarse disponibilità, che peraltro distribuì il disco in modo penoso.

Contiene solo pezzi inediti, nulla delle demo è stato ripreso o considerato; in copertina una litografia in bianco e nero raffigurante una madonna, un serpente, una rosa, una lapide incisa con caratteri di una lingua occulta e dimenticata: nulla di sconvolgente, particolarmente blasfemo o mai visto prima. E s’intitola Melancholia. Loro sono gli ossimori viventi che si fanno chiamare Benedetti nel Peccato: a prima vista si potrebbe pensare di ascoltare musica stile EmpyriumAgalloch, e invece nulla di tutto ciò. Al contrario, ci si trova in un contesto che nemmeno per un attimo si adegua allo stile francese. Appena appena si scorge qualcosina dei primi Seth, ma proprio un’ombra. In realtà, la musica dei Blessed in Sin si rifà ai Mayhem di Deathcrush (disco che ha contribuito a far nascere un genere che non esisteva pur non essendo black metal tout court) ai Beherit di The Oath of Black Blood e soprattutto al black metal greco di Necromantia, Thou Art Lord e in modo ancor maggiore Rotting Christ. Specialmente questi ultimi emergono prepotenti nella scelta dei suoni, tant’è vero che a tratti sembra di ascoltare pezzi come Exiled Archangels o Trasform all Suffering into Plagues da Thy Mighty Contract , e, negli arrangiamenti di tastiere, anche un po’ di Non Serviam, sebbene qui le tastiere vengano usate in modo più massiccio ed evidente (a tratti arrivano a somigliare ad un organo)

Il disco è molto melodico. I riff sono molto interessanti e viene evitata la struttura classica verso-bridge-chorus ripetuta nel corso dei singoli pezzi, che evolvono in modo differente come successioni di riff che non si ripetono in momenti diversi del brano; il cantato è molto teatrale, un po’ nello stile inglese dei primissimi Cradle of Filth o Thus Defiled, con il raddoppio tra lo screaming classico e il growling più death-oriented, ma non si tralasciano parti recitate o in pulito drammatiche, suggestive e d’effetto. L’Overlord-eccetera canta in varie lingue: francese, naturalmente, ma anche latino, inglese, con versi al contrario, invocazioni rituali etc; vale la pena soffermarsi ad ascoltare anche i testi ispirati da poeti e scrittori del calibro di  Rimbaud, Verlaine, Baudelaire, Coleridge, Milton, Shakespeare, Yeats e una moltitudine d’altri citati nel booklet. L’opener Under the Veil of Isis è invece ispirata dal Libro dei Morti egizio, e tra l’altro è il pezzo più lungo dell’album (intorno ai 7 minuti) nonché uno dei più rappresentativi di tutta l’opera.

La registrazione è abbastanza artigianale, come spesso succedeva in quegli anni per produzioni così underground. Al giorno d’oggi ci sono autoproduzioni o demotape che suonano diecimila volte meglio e sono mixate e masterizzate come dio comanda, ma questo non sminuisce l’efficacia dei brani che qui sono veramente marci, sono cattivi, sono blasfemi, sono violenti dentro. Non essendoci mai un blast beat – anzi probabilmente proprio per la loro assenza, dato che i pezzi viaggiano sempre su mid-tempo o parti thrasheggianti (laddove si sentono Mayhem e Beherit) e, quando proprio tirano in velocità, si arriva all’up-tempo classico dei Rotting Christ dei bei tempi – il disco puzza di zolfo come pochi, c’è la fortissima sensazione che ci stiano raccontando dei rituali occulti che ci condurranno nell’abisso della perdizione mentre le soffici, piacevoli melodie celano alle nostre orecchie le litanie ammalianti del Maligno. Totalmente devoti al Male, i Blessed in Sin ci indicano la via da seguire per diventare adepti del demonio.

Erzebeth, Melancholia, Princesse… tutti i pezzi sono di gran livello. Una strana strumentale, che ha una linea di basso altissima come fosse un assolo ma non lo è, chiude un disco che in pochissimo tempo diventò oggetto di culto anche per la sua rarità, dal momento che trovarlo era molto complicato già da allora, e lo è stato sino a quando nel 2014 è stato ristampato in doppio CD nell’antologia Celebrating the Whore, con anche i pezzi del secondo album Par le Sang du Christ – Opus Luciferi, quelli dell’EP dal titolo dolcemente poetico Honor the Anus of Mary ed altri ancora apparsi su split vari cui hanno partecipato nel corso del tempo. Da allora sono venuti fuori misteriosamente diversi CD originali dell’epoca a prezzi meno demenziali: meglio così, anche se chissà che l’estrema rarità non fosse montata ad arte per accrescere lo status di cult-band che ancor oggi circonda la band, o quantomeno per marciarci sopra e guadagnare dei bei soldoni a spese dell’allocco di turno.

Dopo i due full-lenght già citati la band ne ha pubblicato un terzo nel 2013, Eritis Sicut Dii, contenente però pezzi nati intorno al 2006 (è stato ristampato quest’anno in doppio vinile da Obscure Abhorrence, se vi interessa) prima di sparire nelle nebbie delle campagne francesi, rintanati in qualche rudere diroccato di castello, meglio se infestato da demoni assortiti. Secondo Metal Archives il gruppo è ancora attivo, ma non c’è alcun segnale che faccia pensare ad un ritorno, e sette anni (minimo, facciamo anche 14) cominciano ad essere tanti. Vedremo… io ci credo poco, ma intanto riscopriamo Melancholia, che è sempre un bel sentire. (Griffar)

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